Spike Lee va alla guerra

Un libro, per essere veramente degno di nota, un capolavoro assoluto, deve avere memorabili (anche) le prime e le ultime righe.

Se applichiamo questo criterio al film di Spike Lee, Miracolo a Sant’Anna allora non abbiamo il capolavoro. L’inizio promette bene e fornisce una chiave di lettura, anche sul regista, molto interessante. La fine, invece, è veramente indegna di nota – e qui ha ragione il critico del Corriere della Sera, Paolo Mereghetti.

Partiamo proprio dalla scena finale, quella della spiaggia. Ridicolmente onirica, con il riferimento scontato all’attualità del tema della sicurezza e della sua strumentalizzazione a meri fini di lucro, è banalmente sentimentale, troppo ottimistica e stona con il resto del film. Non sembra un lavoro di Lee, che invece nelle migliori pellicole dava libero sfogo ad un amaro pessimismo.

Ecco: Miracolo a Sant’Anna, in molti momenti, non sembra appartenere al cineasta afro-americano – elementi ideologici a parte. O, meglio, solo in alcuni tratti presenta il linguaggio e lo stile di narratore e di tipici del regista che tutti conosciamo: il modo di muovere la telecamere, di inquadrare gli attori che recitano guardando nell’obiettivo e, quindi, rivolgendosi direttamente allo spettatore. C’è poco di tutto questo.

Sia chiaro. Stiamo parlando di un bel film, lungo sì ma non eccessivamente noioso, e alquanto omogeneo – e qui sono in disaccordo con Mereghetti. Alcune riprese sono veramente efficaci, gli scontri a fuoco sono ben girati (emozionante la battaglia finale casa per casa, viuzza per viuzza), gli italiani non sono descritti in maniera totalmente macchiettistica. Stesso discorso vale per i tedeschi: molti sembrano pazze e fanatiche creature infernali, altri però hanno un forte senso dell’onore.

Certo, non mancano gli errori. Stupisce infatti che i soldati di colore riescano a farsi capire quasi immediatamente dalla popolazione toscana, e viceversa. Imbarazzante la festa con ricco banchetto (in piena guerra e, poi, in autunno) in Chiesa, trasformata in una qualunque trattoria di campagna. Altrettanto imbarazzante è la propagandista radiofonica tedesca. Inoltre, gli abitanti di Sant’Anna di Stazzema, prima di finire trucidati dai tedeschi, recitano insieme al prete il Padre Nostro in italiano. Che io sappia, all’epoca (gli anni ’40), le preghiere erano dette in latino.

Sono errori più o meno gravi, ma inficiano solo parzialmente la qualità del film. Così come non lo danneggia la descrizione del mondo partigiano. Al di là delle polemiche sulla responsabilità indiretta dei partigiani nella strage di Sant’Anna (il film è preceduto da un esplicativo cartello che sottolinea giustamente l’infondatezza della tesi), che la resistenza italiana, come la Rivoluzione Francese, non fosse un blocco unico, ma che al suo interno contenesse tutto e il contrario di tutto, militari e comunisti, laici e cattolici, anti-fascisti e ex-fascisti dell’ultima ora, idealisti ed opportunisti, era risaputo. Notare tale contraddittorietà non significa negare il ruolo positivo avuto dai partigiani né parificarli ai nazi-fascisti: vuol dire semplicemente riportare nella giusta dimensione storica il fenomeno resistenziale.  E poi Spike Lee descrive con semplicità e finezza il dramma (espresso dalle parole, dal volto e dalle lacrime del personaggio interpretato da Francesco Favino) dei partigiani di fronte alle conseguenze nefaste per le inermi popolazioni civili delle rappresaglie naziste, causate dalle loro stesse azioni.

Ma quello che mi ha colpito veramente è la parte iniziale, proprio i primissimi momenti.

Uno dei soldati di colore, oramai anziano, guarda in televisione il film di guerra per antonomasia, Il giorno più lungo, che racconta lo sbarco in Normandia. In tv appare l’attore eroe per eccellenza, John Wayne. Egli interpreta il tenente colonnello dei paracadutisti, Benjamin Vandervoort, ferito e steso su una barella, mentre ordina ai suoi soldati di tirare giù (“per Dio!”) dagli alberi, dai lampioni e dai tetti delle case i propri compagni che, impigliati e divenuti facile bersaglio dei soldati tedeschi, sono stati uccisi. “Lo dobbiamo fare – spiega Wayne – perché hanno fatto il loro dovere, hanno combattuto questa guerra”. E l’anziano uomo di colore commenta, polemicamente sì ma in maniera pacata: “Anche noi abbiamo combattuto” (l’originale dovrebbe essere: “Pilgrim, we fought in the war, too”. E quel pilgrim ha un significato ben preciso nella cinematografia di Wayne, ma questa è un’altra storia)

In questa scena di meta-cinema, in cui il cinema cita se stesso, viene subito enunciato l’obiettivo del film di Spike Lee: far sapere a tutti che anche i soldati afro-americani hanno contribuito alla vittoria degli Stati Uniti durante la seconda guerra mondiale. Come Il giorno più lungo esaltò l’eroismo del soldato bianco, così Miracolo a Sant’Anna esalta l’eroismo del soldato nero.

Ed è questo che sorprende. Spike Lee non mette in scena nessuna contrapposizione tra le due pellicole: la seconda integra la prima, non la contesta radicalmente. Tanto è vero che non fa dire all’anziano di colore nessuna frase polemica contro Il giorno più lungo (tipo: “che stronzata da bianchi” e roba varia). Si rimane sorpresi  soprattutto se si tengono in considerazione le numerose affermazioni, rilasciate anche recentemente dal regista di New York, contro il cinema “bellico” e “western” degli  ’40, ’50 e ’60,  (retorico, razzista, bugiardo), i suoi registi, primo tra tutti John Ford, e i suoi interpreti, John Wayne.  Tra le tante:

La realtà non era quella raccontata da John Ford, “non era il mondo senza umanità nel quale i nativi americani sono dei selvaggi da sterminare, l’unico indiano buono è un indiano morto, i soldati degli Stati Uniti che hanno combattuto per la democrazia sono solo bianchi. Il modello non è John Wayne. Hollywood ha sistematicamente escluso i neri. E continua a farlo” (http://www.repubblica.it/2007/07/sezioni/spettacoli_e_cultura/nuovo-spike-lee/nuovo-spike-lee/nuovo-spike-lee.html)

Oppure:

When you think of World War II, we think of John Wayne. We think, John Wayne is that guy. That’s Mr. America, whether he was kicking Japanese butt or Nazi butt or in one of John Ford’s Westerns, killing the “dirty savages” – put that in quotes. That’s John Wayne. That’s America. (http://www.azcentral.com/ent/movies/articles/2008/09/25/20080925stannalee.html)

A parole rimane lo Spike Lee che tutti conosciamo, sempre incazzato contro il mondo dei bianchi. Quando gira il film è molto più poetico e sottile, meno estremista. Anche per questo Miracolo a Sant’Anna non pare per molti aspetti neanche un suo film. E’ il segno di una nuova e diversa maturità?

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