Vote for Mac

Siccome lo fanno tutti, siccome anche cani e porci dicono la loro, non voglio essere da meno.

E dichiaro che, se fossi cittadino statunitense, voterei John Mc Cain alle elezioni presidenziali del 4 novembre.

Sono stato sempre vicino alle posizioni dei repubblicani sia in politica estera che economica (meno in quella sociale). E poi Mc Cain l’ho apprezzato fin da quando si candidò alle primarie del 2000 contro Bush jr, e perse.

Come non posso non amare uno che ha combattuto nell’inutilissima guerra del Vietnam e che è stato imprigionato dai vietnamiti per svariati anni, uscendone menomato nel fisico? Come non posso non amare uno che ha sempre criticato la pessima gestione della guerra in Irak da parte dell’amministrazione Bush, sostenendo una strategia diversa – quella sintetizzata nel termine “surge” – che si sarebbe poi dimostrata efficace a riportare un certo ordine nel Paese mediorientale?

E, soprattutto, come non posso non amare un politico che, come colonna sonora dei suoi comizi, ha scelto Eye of the tiger, brano lanciato nel film Rocky 3? Un candidato che ha il sostegno di personaggi del calibro di Sylvester Stallone e Clint Eastwood?

Sarebbe sciocco negarlo: la campagna condotta da Mc Cain è stata contraddistinta, soprattutto nell’ultimo mese, da un’impressionante caterva di errori (seppur meno gravi di quanto riportato dalla stampa).  E non parlo della scelta della Palin, che invece è stata una mossa azzeccata per rafforzare il legame con i cosiddetti conservatori sociali, alquanto scettici nei confronti del senatore dell’Arizona. Sto parlando della maniera ondivaga con cui ha attaccato Obama e con cui ha trattato la crisi finanziaria. La cui soluzione sta forse solo nella mente di Dio: ma di sicuro Mc Cain è apparso meno sicuro sul da farsi di Obama.

Detto ciò, se Mc Cain perderà, non sarà tanto colpa sua (o della Palin), ma dell’amministrazione Bush. E’ infatti George W. Bush il principale responsabile della probabile sconfitta cui vanno incontro i repubblicani.  Due guerre in corso, per lungo tempo gestite male e  la cui fine è ancora lontana; deficit di Stato spaventoso; intervento governativo che fa drizzare i capelli di ogni serio liberista; economia reale in enorme difficoltà: un’eredità pesantissima quella lasciata da Bush a Mc Cain e al resto degli americani. A tal proposito, per capire meglio l’immane impresa che si trova ad affrontare il candidato repubblicano, consiglio a tutti di leggere il bell’articolo di Byron York, giornalista della National Review, una delle bibbie del conservatorismo americano: http://article.nationalreview.com/?q=NjI1MDk3NzU1NjI1ODQ1Mjc1NWFkNGNlMTMxYTc3NzY=

In queste condizioni solo un miracolo può salvare il senatore dell’Arizona. Miracolo che è assai improbabile. Ma il bello di Mc Cain è che non molla mai.

Sia chiaro: anche Obama è un buon candidato. E, molto probabilmente, sarà un ottimo presidente. Ma di lui non mi convincono la scarsissima esperienza in politica estera e militare, né le sue ricette in campo economico (anche se è ridicola l’accusa, che gli è stata rivolta, di avere idee socialisteggianti). Soprattutto non apprezzo il suo approccio inclusivo, il suo voler abbracciare tutto e tutti, il suo sembrare l’unico candidato collante di una nazione terribilmente divisa da otto anni di presidenza Bush.  Il suo essere profeta di una nuova era: il Mosè (Mosè nero) di una nuova terra promessa, fatta di concordia e unità. Troppo messianico, troppo vago. Anche se gli va dato atto di aver cambiato tono nell’ultimo mese: di essere sembrato più concreto e meno superficiale. Più pragmatico, meno veltroniano (perdonatemi questo pessimo accostamento alla realtà politica italiana).

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