C’era una volta il west

Domenica scorsa ho visto Mickey Rourke ospite della trasmissione di Fabio Fazio. L’attore americano era alquanto malridotto. Ancora carismatico, ma privo in gran parte di quel fascino che lo aveva reso una delle icone del cinema a stelle e strisce alla fine degli anni’80.

E mi è venuta in mente una delle sue prime apparizioni sul grande schermo come attore, non protagonista, nel film I cancelli del cielo (titolo originale Heaven’s Gate) di Michael Cimino, di cui si è parlato molto la scorsa settimana per la  presenza , in fin dei conti scialba, del regista italo-americano al Festival Internazionale del Cinema di Roma.

I cancelli del cielo. Film leggendario. Perché è stato uno dei più clamorosi flop della storia di Hollywood: costato nel 1980 circa 40 milioni di dollari, ne incassò a malapena 1, portando al fallimento la casa di produzione, la mitica MGM. E compromettendo definitivamente la carriera del regista, enfant prodige appartenente a quella schiera di giovani cineasti emersi negli anni ’70, tra cui Coppola, Scorsese, Spielberg e Lucas, che rivoluzionarono il cinema americano. Infatti, dopo quel film, eccetto forse un caso (l’Anno del dragone, guardacaso proprio con Rourke protagonista),  Cimino non s’è più ripreso, sfornando prodotti di mediocre livello o, comunque, non a livello del film che lo rese immortale, il Cacciatore.

Heaven’s gate è un film leggendario anche per altri motivi. Soprattutto perché non è chiara la sua durata. La prima versione, quella che uscì nelle sale e che fu un fiasco, durava sulle due ore. Anni dopo uscì una director’s cut che superava le tre. Ma si vocifera che la versione originale sia molto più lunga ossia sulle quattro ore abbondanti: così lunga da spingere i produttori a drastici tagli in fase di montaggio per rendere più avvincente un racconto altrimenti non commestibile per il pubblico americano. Con il risultato che tutti conosciamo.

Leggendario perché è a tutti gli effetti la parola finale, definitiva sul genere western. Certo, negli anni a seguire ci sono stati altri film con cowboy, indiani e fuorilegge, alcuni di mediocre livello (come Silverado o il tanto elogiato ma noioso Balla con i lupi), altri di pregevole fattura (e penso a Tombstone o Wyatt Earp o agli Spietati di Eastwood, un po’ sopravvalutato, dalla poetica colonna sonora). Ma si tratta di ri-masticature, ossia di storie che nulla aggiungono a quanto detto, descritto, illustrato nei decenni precedenti: pellicole non innovative per i temi affrontati o le tecniche utilizzate.

Di tutt’altro spessore Heaven’s Gate. Film definitivo, dicevo, perché il messaggio contenuto nella trama rappresenta l’estremo capovolgimento della storia americana raccontata dal western. Dal mito del buon cowboy (nel senso letterale di colui che si occupa delle vacche) si arriva con Cimino all’allevatore di vacche massacratore degli agricoltori. Dagli Stati Uniti terra di frontiera che accoglie tutti coloro che vogliono lavorare agli Stati Uniti che si chiudono all’esterno, ricorrendo alla violenza, al sopruso e all’inganno, e che respingono chi vuole darsi da fare con il sudore della fronte. Dagli Stati Uniti terra di libertà e casa dei coraggiosi (così recita America The Beautiful l’inno patriottico cantato anche ne Il Cacciatore) a terra di nuove schiavitù (non più verso l’indiano o il nero ma addirittura verso lo stesso uomo bianco, anche se proveniente da un altro continente) e di meschini e vigliacchi uomini. Da cancello del cielo a porta dell’inferno.

Western definitivo perché è realistico fino all’esagerazione, all’esasperazione. Le scenografie (costosissime): dai carri alle case (esterni ed interni) ai treni ai vestiti, non pare di assistere ad una rappresentazione dell’800, ma sembra di vivere nell’800. Realistico nei testi: numerose volte gli immigrati dell’est parlano a lungo nella lingua del loro paese di provenienza ossia lo straniero parla straniero e non l’inglese con accento forestiero.

Film definitivo perché colto, ricchissimo di citazioni, come poche altre pellicole che non siano cinema sul cinema. Da Luchino Visconti (nelle scene di ballo e nella cura maniacale per i singoli particolari: evidente da questo punto di vista il parallelismo con Il Gattopardo) a John Ford (la mignotta protagonista del film di Cimino non può che ricordare il ruolo della prostituta Dallas, l’amante di Ringo Kid, alias John Wayne in Ombre Rosse, mentre l’ambiguità e l’ipocrisia della storia del selvaggio west, che emerge dall’opera di Cimino, è legata a filo doppio a quanto narrato in L’uomo che uccise Liberty Valance). Da Kurosawa (la lentezza di alcuni passaggi o il modo di mettere la macchina da ripresa e filmare una scena come fosse un quadro) a, perché no, Sergio Leone (il menage-a-trois dei protagonisti di Heaven’s Gate rimanda a quello di Giù la testa con protagonista l’irlandese John).

I cancelli del cielo sono quindi, a tutti gli effetti, la parola “fine” di un genere, quello western, già da alcuni anni in crisi. Se la morte nel 1979 del cowboy per antonomasia, John Wayne, può essere considerato il funerale del western, ebbene la pellicola di Cimino ne è il giusto epitaffio. Il canto del cigno.

2 Risposte to “C’era una volta il west”

  1. controreazioni Says:

    Ci occupiamo d cinema, ci trovi su http://controreazioni.wordpress.com/

  2. Il secolo scorso « peppone Says:

    […] erede del Gattopardo di Visconti e che ritengo (scoperta tardiva, però) degno progenitore dei Cancelli del cielo di […]

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