Freddie Hubbard (1938-2008)

Altro che Ron Hubbard, il fondatore di Scientology.

Il vero, l’unico Hubbard, quello che passerà alla Storia è Freddie Hubbard. Trombettista jazz di colore, morto ieri all’età di 70 anni.

Un grande. Uno dei più grandi talenti musicali in ambito jazz. Formidabile e talentuosissimo trombettista: veloce, potente, squillante, scattante. Ebullient è l’aggettivo in inglese che lo sintetizza a meglio: esuberante. Un tornado.

Certo, dalla fine degli anni ’80 in poi, anche e soprattutto per motivi di salute, aveva perso la grinta, la forza, lo spessore che lo contraddistinguevano. Non era più lo stesso: non suonava più tromba ma il flicorno, s’era ammosciato. Ma, a parte l’ultimo periodo, è stato uno dei protagonisti indiscussi del jazz.

Le sue collaborazioni con Coltrane sono memorabili. E non parlo tanto dell’album Ascension (free jazz allo stato puro, difficile da digerire) o il fantastico Africa Brass (dove  è uno dei vari trombettisti dell’orchestra che accompagna Coltrane) ma di Olè, dove i suoi assoli  nel brano di apertura (lui, poco più che ventenne) illuminano la scena. Senza dimenticare l’esperienza con Art Blakey e i Jazz Messenger: hard bop, per quanto poi l’hard bop a lungo andare diventi scarsamente originale. Per non parlare dei lavori con Shorter e Hancock, con cui ha suonato in quello che è uno dei capolavori del jazz di ogni tempo. Maiden Voyage. Capolavoro di eleganza, essenzialità e poesia (jazz al 101%), lo considero il Kind of Blue degli anni ’60.

Ma va spezzata una lancia a favore anche degli album degli anni ’70, dei primi anni ’70. Immeritatamente bollati perché troppo commerciali – tanto è vero che la stampa italiano nel ricordare il trombettista quasi sorvola a citarli. E invece si tratta di album dove Hubbard dà il meglio di sé come compositore e trombettista. Sfido chiunque vero appassionato di jazz a ritenere di bassa lega opere quali Red Clay (con Hancock, Carter, White e Henderson come accompagnatori) o Straight Life. Quest’ultimo vede un Hubbard al massimo della forma, al meglio delle sue potenzialità, del suo talento – per non parlare di un Jack De Johnette alla batteria che sembra spaccare il mondo.

Basta parole.  Spazio alla musica.

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