Gran classe

Attendevo Gran Torino da mesi. Alla fine l’ho visto.

Molto bello. Non il capolavoro di Clint Eastwood (ma quale è il capolavoro di Eastwood?), bensì un film nettamente, ripeto (ad nauseam) nettamente sopra la media dei migliori film in circolazione. Ignorato alle nomination degli Oscar, Gran Torino è decisamente superiore di The Millionaire, film che stravinto l’edizione di quest’anno degli Academy Awards: film carino, ben fatto, originale nella trama, divertente a suo modo. Ma vuoi mettere con la prosa cinematografica asciutta di Gran Torino, senza fronzoli, priva di ghirigori estetici, essenziale, lineare, tutto sugo, capace di affrontare né con superficiale leggerezza né con noiosa gravitas i temi delll’esitenza umana: la vita, la morte, il dolore, il rispetto per se stessi e per gli altri, l’amicizia, il perdono, il coraggio, l’onore.

Perché questo è Gran Torino. Una pellicola di una semplicità disarmante, disadorna (l’opposto di The Millionaire) che però indaga a modo suo, secondo il modo tipico di Eastwood, il senso della vita – se la vita ha senso.

La trama non ha nulla di trascendentale. Eastwood interpreta Walt Kowalsky: ex reduce della guerra di Corea, pensionato dopo aver lavorato per anni alla Ford, vedovo, incapace di comprendere i figli e i nipoti e da essi essere compreso, vive solitario in un quartiere oramai popolato da immigrati. Si tratta degli Hmong, etnia asiatica. Kowalsky odia tutto e tutti: grugnisce insulti razzisti e offese a destra e a manca. Insomma, schifa il mondo che cambia e che non rispecchia i valori con i quali lui è stato educato e cresciuto e per i quali ha vissuto. Ma, dietro questa maschera da burbero in lotta perenne, si cela un animo tormentato con punte di gentilezza. Ed è proprio questo animo che lo spinge a prendersi cura di un ragazzo, vicino di casa, che, costretto da una gang, aveva tentato di rubare l’auto che dà il titolo al film, la Ford Gran Torino: automobile che Kowalsky cura e protegge e venera maniacalmente. Kowalsky educa alla maturità il ragazzo, insegnandogli  i suoi valori e provando a proteggerlo dalla gang.

Ed è sarò proprio questo animo, tormentato ma gentile, saranno proprio i valori che il mondo circostante sembra dimenticare (il rispetto di sé e degli altri, l’onore, il coraggio) a spingerlo a sacrificarsi per il ragazzo (e la sorella violentata)  per ottenere quella giustizia che sembra non arrivare.

E’ la storia di un uomo giunto alla fine della sua esistenza, alle prese con i conti ancora in sospeso, con quei rimorsi che lo perseguitano da una vita. Solo risolvendo il suo dramma interiore, di persona che “conosce meglio la morte che la vita” (come gli fa notare il giovane prete che prova in ogni modo a confessarlo),  Eastwood/Kowalsky può finalmente riposare in pace.

E’ la storia di una persona razzista, di un’intolleranza assoluta. Cioé: intollerante verso chi non può capire perché non lo capisce, che siano gli Hmong o i suoi nipoti. Lui non fa distinzioni. Lui non accetta il prossimo che viene da un’altra epoca (i parenti) o da un’altra luogo (gli stranieri). Paradossalmente, alla fine  riuscirà ad accettare e ad apprezzare propri quelli che sono apparentemente più lontani dal lui, dal suo sangue, dalla sua cultura, dalla sua terra, cioé gli Hmong.

Eastwood racconta questa storia in maniera impeccabile con una leggerezza e facilità che impressiona. Come il miglior John Ford, ricorre a caratteri, sorta di idealtipi, ma talvolta macchiette (i bulli di quartieri sessuomani e violenti, gli extracomunitari omertosi, i giovani d’oggi irrispettosi, sboccati, con piercing in ogni dove, i figli incapaci di avere un rapporto con i propri genitori) per ricostruire il mondo in cui viviamo. Come il miglior Ford, riesce ad alternare momenti di tensione, di violenza, di rabbia, di odio con momenti di comicità e divertimento. Come il miglior Ford, non si sbrodola in lunghi soliloqui, ma lascia che siano le immagini e i dialoghi (scurrili) dei protagonisti a far apprezzare la storia agli spettatori. Come il miglior Ford, la forza di un film sta nei particolari, nella cura (non ricercata) delle piccole cose che descrivono i personaggi. Qualche esempio relativo a Kowalsky:  le birre bevute, le sigarette fumate, la chiave inglese indossata  come se fosse una pistola, l’accendino con l’effige del battaglione di appartenenza in Corea, lo studio medico popolato da stranieri (pazienti, infermieri e medici) dove Kowalsky è l’estraneo.

 Un grande personaggio, Kowalsky, non c’è dubbio. Veramente e finalmente un personaggio politically uncorrect. I critici, nel raccontarlo, nel descriverlo, l’hanno considerato come un ispettore Callahan anziano. Peccato che i critici, differentemente da quanto scrivono, non conoscano veramente la cinematografia di Eastwood, perché avrebbero capito che il personaggio simile a Kowalsky non è Dirty Harry, ma il sergente Tom Highway del film Gunny: proprio come Gunny, Kowalsky ha combattuto in Corea, ha un suo codice d’onore, ha il suo affascinante turpiloquio, ha il suo odio nei confronti delle minoranze, ha una “missione educativa” nei confronti degli altri, ma non è così assetato di sangue come invece lo era Callahan. Tutto questo ai critici è sfuggito, perché molto probabilmente ignorano Gunny, troppo bellicista, troppo conservatore, troppo reaganiano, troppo destra, troppo old Eastwood. Come sono sfuggiti i richiami all’ultimo film di John Wayne, Il Pistolero: proprio come il personaggio interpretato da Wayne, Kowalsky è un anziano malato (di tumore?), uomo d’altri tempi, fuori tempo massimo, che si prende cura di “svezzare” un giovane per il quale si sacrifica.

E ancora. Nel Pistolero, il dottore James Stewart rimprovera Wayne, affranto perché prossimo alla morte, di arrendersi alla malattia e di essere incapace di reagire e di lottare: “se io fossi come lei, se io avessi la sua tempra, non mi arrenderei e lotterei e non mi fermerei neppure contro la morte stessa”. E Wayne agisce. Lo stesso avviene in Gran Torino: il prete, di fronte ad un Kowalsky scosso dalla violenza che ha colpito i suoi vicini di casa, lo sprona: “io non so cosa farei, ma se fossi in lei so cosa andrebbe fatto”. E Eastwood agisce.

Geniale, poi, il finale del film. Tutti noi ci aspettavamo (e speravamo) che Kowalsky, di fronte all’insensata violenza nei confronti degli innocenti, si scatenasse e ammazzasse i criminali. Invece, Eastwood dimostrando realismo e sensibilità, lo fa morire senza che il suo personaggio spari un colpo, recitando invece l’Ave Maria (grandioso!!!!). Una scelta, forse cinematograficamente deludente, poco spettacolare e molto buonista, in stridente contrasto con il caratteraccio di Kowalsky, ma di sicuro più vicina alla realtà e allo sviluppo della psicologia del protagonista.  Ve lo immaginate un quasi ottantenne che va in giro per le strade della sua città a sparare, da solo!, contro un gruppo di ragazzi, molto più giovani e meglio armati, e finisce pure a vincere? Un quasi ottantenne che ha predicato alla fine che non bisogna vivere con i rimorsi scatenati dalla violenza e che ammazzare significa finire in un inferno?

Gran classe, Eastwood.

P.S. Ovviamente non mancano le lacune. Gli attori sono dimenticabili – eccetto Eastwood: come grugnisce, impreca, sputa e sorride lui, non lo fa nessuno, un vero amabilissimo burbero, come Henry Fonda Nel lago dorato.  Il macchiettismo di alcuni personaggi è evidente. E poi alcune scene sono inspiegabili. Esempio: al funerale della madre  i figli di Kowalsky non piangono. Ma piangono al funerale del padre, che li aveva sempre maltrattati. Ma, nel complesso, sono cazzate.

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