Leonardo Sciascia

“Come scrittore, sono stellarmente lontano da lui. Eppure quando sento di avere le batterie mentali scariche, ricorro all’elettrauto di Sciascia. Mi basta leggere una sua pagina qualsiasi per tornare a sentirmi vivo”.

A dire queste parole è Andrea Camilleri, che in una testimonianza ripresa da Il Messaggero omaggia  Leonardo Sciascia, di cui ricorre in questi settimane il ventennale della sua morte.

Camilleri ha ragione.

Anch’io leggendo Sciascia torno a sentirmi vivo. Di più: torno ad essere degno di appartenere al genere umano. Orgoglioso, orgogliosissimo di essere italiano, di aver avuto come connazionale lo scrittore di Racalmuto. Di cui leggo, rileggo, leggiucchio ogni anno le sue opere. E non mi basta mai, rimpiangendo il fatto che sia morto presto, troppo presto.

Il Giorno della Civetta, Il Contesto ma soprattutto A ciascuno il suo (prima opera sciasciana da me letta, folgorante), Todo Modo, Porte Aperte (memorabili le pagine sulla pena di morte, esaltazione del diritto, della civiltà del diritto contro l’arbitrio totalitario), il fenomenale Il Consiglio d’Egitto (sulla potenza della scrittura, della parola che diventa impostura e crea la realtà) e il Cavaliere e la Morte. Per non parlare della raccolta di racconti gli Zii di Sicilia o i saggi come Morte dell’inquisitore, Dalla parte degli infedeli e 1912+1. Ogni pagina, direi ogni riga di queste e di altre opere contiene un’idea, una suggestione, uno spunto di riflessione quasi mai banale. Un modo diverso, insolito, originale, che mi spinge a pensare o a ri-pensare la realtà.

Ogni pagina, ogni riga – e lo vado ripetendo da anni – contiene molti più concetti, ha molto più cibo per la mente che centinaia e centinaia di pagine scritte da un Hemingway. Sciascia ha una profondità di pensiero, di ragionare, di voler ragionare che lo scrittore americano si sogna. Ed è qui appunto il punto di forza dello scrittore siciliano, che me l’ha reso caro e sempre me lo farà amare: che spinge costantemente il lettore a riflettere, a mettere in dubbio certezze, a sfatare pre-giudizi. Anche se non si condivide quello scrive, soprattutto se non lo si condivide.

E questo capita nelle opere più politiche, come l’Affaire Moro o la raccolta di articoli dall’indimenticabile titolo A futura memoria (se la memoria ha futuro). Andrebbe precisato che ciascuna opera di Sciascia è politica, nel senso che riguarda la polis, la cittadinanza, l’essere cittadino nel nostro Paese, il dover essere buon cittadino: ciascun opera di Sciascia svolge un’opera “civile”, quasi pedagogica. Educare, cioè, ad usare nobilmente la mente. In un modo illuminato. Far sì che ogni lettore sia veramente un animale razionale – ed è questo uno dei motivi per cui Sciascia criticava bonariamente l’eccessivo ricorso al dialetto da parte di Camilleri (è lo stesso inventore di Montalbano a rivelarlo): in questo modo rischiava di non farsi leggere, di non aiutare il lettore a capire e a capirsi. Per Sciascia “lo scrivere è un atto di speranza”.

Ogni opera di Sciascia è politica perché, in un modo o nell’altro, direttamente o indirettamente, nei romanzi di più stretta attualità o in quelli storici, rappresenta una sua interpretazione di quanto stava avvenendo nel nostro Paese. Per Benedetto Croce la storia, anche se riguardava il passato remoto, era sempre storia contemporanea, perché rispondeva a bisogni, esigenze, problemi, richieste che nasceva dalla realtà contemporanea allo storico. Lo stesso vale per Sciascia: la sua letteratura è sempre contemporanea. E per me non c’è niente di più affascinante che descrivere e analizzare il mondo, viaggiare intorno ad esso e in esso, attraverso la letteratura e le sue enormi potenzialità. In questo Sciascia era unico.

Ritornando però brevemente alle opere strettamente politiche. L’Affaire Moro, dunque. Letto una dozzina di volte e ogni volta scopro una cosa nuova. E lo amo proprio perché non condivido la chiave di lettura e l’ideologia del romanziere siciliano, che prende le distanze dalle istituzioni statali italiane, scelta che si lega alla sua decisione di non stare nè con le BR né lo Stato (per quanto possa capire la disillusione di Sciascia nei confronti del nostro Stato, incapace di sconfiggere la mafia se non suo complice, ma come si fa???!!!!). Ma ne riconosco l’onestà intellettuale, l’amore per l’individuo, il garantismo, la capacità di argomentare, la necessità di voler capire gli avvenimenti e di darne una chiarificazione al lettore. Per non parlare dei riferimenti letterali, delle citazioni. Per non parlare delle prime pagine del saggio in cui Sciascia celebra Pasolini. Pagine di struggente bellezza, di straziante poeticità (e utilizzo l’aggettivo straziante a proposito: andate a leggere o rileggere quelle pagine).

E poi la miscellanea A Futura memoria, che contiene l’articolo sui professionisti dell’antimafia, con il quale Sciascia criticò chi faceva un uso politico e, quindi, distorto della giustizia che deve essere super partes, rispetto rigoroso delle forme, prendendosela con il povero Borsellino, non in quanto tale ma per il modo in cui venne promosso – e non aveva tutti i torti. Andrebbe ricordato più spesso che i due ebbero modo di chiarirsi, di conoscersi, di riappacificarsi e di stimarsi.

Uno scrittore non facile, dallo stile per nulla piano, ma perché l’argomentare non è mai facile, come non è mai facile avere a che fare con quel gomitolo che è la nostra vita.

Insomma, insieme a Montanelli, il narratore delle Parrocchie di Regalpietra costituisce a tutti gli effetti il mio faro culturale, che mi ha guidato nel realisticamente fantastico mondo della letteratura. E’ stato lo scrittore siciliano a farmi scoprire o riscoprire e, quindi, amare Borges, Brancati, Bufalino, Gide, Hugo, Manzoni e Pasolini – non lo seguo su Stendhal che non riesce proprio ad entusiasmarmi.

Grande Sciascia, immenso Sciascia.

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