Lotta di classe

Capitalism: a love story, ultima fatica di Michael Moore. Film parziale, parzialissimo come tutte le pellicole del pingue cineasta americano. Irriverente, divertente, sarcastico, umoristico e chi più ne ha più ne metta. Peccato che il racconto sia slegato.

Mi spiego: piuttosto che un racconto della crisi, genesi e conseguenze, con relativi aneddoti e storie private e casi umani, qui prevale una carellata di scene più o meno riuscite, più o meno emozionanti, senza alcun filo conduttore se non l’accusa al capitalismo, male assoluto del ventunesimo secolo. Si parte da Reagan e al suo turbo-capitalismo, si passa velocemente a Bush, si arriva a Obama per poi tuffarsi nel passato remoto, finendo ai tempi di Franklin Delano Roosevelt e della sua lotta alla depressione economica. Il tutto alternato dalle vicende di famiglie distrutte dalla crisi (famiglie tipicamente americane, totalmente americane, Dio patria e fucili), di grandi finanzieri che si sono salvati dalla crisi, di politici incapaci (se non peggio) e di politici onesti (e in parte populisti), come quel deputato democratico donna, dall’aspetto di insegnante di scuola ma cazzuta come non mai. Un minestrone, piacevole e gustoso, non c’è dubbio, ma senza una logica narrativa, presente invece in Farheneit 9/11 o in Columbine. Un guazzabuglio sul grande schermo.

Peccato perché non mancano elementi di indubbio valore. Come il video del professor di economia (mi pare di Harvard) che in televisione si impappina, balbetta, farfuglia frasi sconnesse e insensate, incapace di spiegare la crisi economica che ci sta attanagliando, lui che ne dovrebbe essere un esperto. Come l’intervista al rappresentante del governo federale che ammette l’impossibilità di poter effettuare i necessari controlli per evitare che le imprese si approfittino dell’aiuto statale. O come quell’altra intervista ad un editorialista del Wall Street Journal che confessa essere il sistema democratico non il migliore al mondo, da sostituire con forme dittatoriali.E per i cinefili incalliti Moore regala alcune chicche come, ad esempio, l’utilizzo della musica di Nino Rota per il film Il Bidone (regia di Fellini).

Ovviamente ogni recensione ai film di Moore non può prescindere dall’aspetto politico-ideologico che li sostanzia. Perché le sue sono opere apertamente politiche. Sia chiaro: sono lontano mille miglia dal generale modo di vedere le cose di Moore, ma non sono neanche un fanatico destrorso che si stomaca appena sente il nome del regista di Flint (Michigan). Detto questo, il regista nel suo modo di argomentare dimostra serie lacune. Non può esaltare il ruolo di quei deputati e senatori che hanno contestato e votato contro il piano bushiano di salvataggio dell’economia, perché improvvisato, generico e troppo filo istituti finanziari, e dimenticarsi i molti repubblicani (iperliberisti e conservatori sociali), fieri avversari di tale progetto, il quale era sostenuto dall’establishment democratico. Quello stesso establishment che poi appoggiò Obama alla Presidenza. E sull’attuale Presidente, è troppo morbido Moore, quando ricorda che tra i sostenitori economici di Obama figurano propri quei gruppi bancari responsabili, direttamente o indirettamente, della crisi.

In linea generale, Moore è fuori tempo massimo. Nel senso che non può rigettare in toto il capitalismo e inneggiare l’avvento della democrazia. Democrazia in che senso? Nel raccontare la vicenda di una fabbrica di Chicago i cui lavoratori, piuttosto che chiudere i battenti, vanno avanti lo stesso, Moore dà l’impressione di volere che il sistema capitalistico venga sostituito da una forma di economia la quale coinvolga le maestranze (tipo il corporativismo e il neo-corporativismo di stampo germanico) o da una diffusione del sistema cooperativo. Insomma, una social-democrazia (molto sociale in campo economico). Sembra, però, che Moore parli per per sentito dire. Infatti, cita alcuni degli articoli molto progressiti della costituzione tedesca, italiana (!!!) e giapponese. Tre nazioni dove, fino a prova contraria, forme più o meno avanzate di capitalismo esistono e persistono.

Va benissimo attaccare la malefatte dei grandi imprenditori, finanzieri e banchieri, che rimangono impunite, anzi alla fine premiate dal sostegno pubblico (mentre il pubblico in generale fa la fame). Va bene smutandare i politici correi. Va bene tutto. Ma stiamo attenti a non buttare con l’acqua sporca anche il bambino. Perché il capitalismo, nonostante tutto, è stato il fattore che ha portato benessere a tutto il mondo (occidentale). Come scrisse una volta Montanelli, “il capitalismo si merita persone migliori dei capitalisti”.

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