Il secolo scorso

Qualche giorno fa mi sono sparato su Sky tutto Novecento, la megaopera di Bernardo Bertolucci. Che film! Non me lo sarei mai immaginato così immenso, lungo, ricco, esagerato e, perché no?, pantagruelico.

Racconta la storia di due ragazzi, interpretati da De Niro e Depardieu, provenienti da famiglie appartenenti a ceti sociali differenti, opposti: da una parte i grandi proprietari terrieri (De Niro), dall’altra i loro dipendenti, i poverissimi, umilissimi contadini, i “paisani” (Depardieu). La storia di questi due ragazzi: dalla nascita, intorno agli albori del novecento, fino alla termine della seconda guerra mondiale, passando per le prime lotte socialiste e l’avvento e l’affermazione del fascismo. La storia di due giovani diventa la storia di una società, quella agricola, e di un Paese, l’Italia.

Tante le chiave di lettura, tantissime. Troppe per poterle raccontare all’interno del blog. L’amicizia, il sesso, la lotta di classe, il fascismo, l’ipocrisia dei ricchi, la dignità dei poveri. Ovviamente, è  una pellicola politica, con un preciso messaggio politico: il proletariato agricolo, socialista e  comunista, parte perdente ma finisce vincitore, sebbene debba affrontare sofferenze, morti, ingiustizie; un proletariato che non cede, non smette mai di sognare, sopporta ma reagisce (esempio: Depardieu). La borghesia parte vincente ma finisce sconfitta, perdendo tutto (o quasi); è senza alcuno spessore di nobiltà: o apatica e marcia e vigliacca (come appare nella figura di De Niro) oppure egoista e violenta (come si vede nel padre di De Niro, interpretato da Romolo Valli), che non sa difendersi e deve ricorrere ad un braccio armato esterno, il fascismo.

Visione politicizzata, dunque. Retorica allo stato puro. Come nei minuti finali della pellicola, dove c’è il trionfo dei contadini che, protagonisti della lotta partigiana, vincitori con la Resistenza, si fanno giustizia da soli, alternando esecuzioni sommarie, processi in piazza, anzi al centro della cascina (anche se risulta essere una sorta di grande burla), a festeggiamenti, risate, canti e balli. Sorta di catarsi storica.

Tuttavia, oltre a questo elemento storico-politico, che costituisce una fondamentale chiave di lettura del capolavoro di Bertolucci, c’è dell’altro. C’è il racconto delle vicende delle due famiglie, c’è il racconto dell’evoluzione della società contandina emiliana. E c’è il modo in cui viene svolto questo racconto. Fenomenale, il racconto. Fenomenale, il modo.

E’ un grande affresco, Novecento. Un’epopea sapientemente e sorprendentemente sviluppata. Ancor più sorprendente, se si pensa che alla base non c’è nessun romanzo (lungo o breve). E’ frutto dell’ingegno dei tre sceneggiatori: i fratelli Bertolucci e Franco Arcalli. Sembra la trasposizione cinematografica di un libro, ma non lo è. O, forse, al suo interno sono racchiusi, come fonte di ispirazione, racconti, saggi, articoli, testimonianze orali, ricordi personali di quello che era la vita nella pianura padana. Un fiume di spunti, idee, suggerimenti che i tre sceneggiatori riescono a mescolare con originalità ed inventiva. A cucinare con gusto: e utilizzo il termine cucina a proposito, visto che la gastronomia è un elemento imprenscindibile della pellicola (e della cultura emiliana).

Il risultato è un tavolo lunghissimo, dove si possono trovare gioia e dolori, comicità e tragedia, momenti di violenza inenarrabile e scene commoventi. Insaporito il tutto, abbellito il tutto da una scenografia mozzafiato, che ricostruisce in maniera capillare, certosina , i luoghi e gli interni (gli armadi, le sedie, le specchiere, le vetrate liberty) dell’Italia dei primi del novecento. Per non parlare dei costumi: non solo dei ricchi ma anche dei contadini. E i colori? La fotografia di Storaro era da premio Oscar, indubbia l’influenza dei pittori del ‘500 e del ‘600 (Caravaggio su tutti). Luci, ombre, nebbie, spruzzi di sole: realismo allo stato puro. Impressionante.

Così come sono impressionanti le prove degli attori. Burt Lancaster, che in Italia si andava specializzando in sagaci e scorbutici patriarchi. Romolo Valli, che, messa da parte ogni bonomia emiliana, dà sfogo ad una crudeltà e meschineria impressionanti. Gerard Depardieu, che, nel ruolo del “sovversivo” Olmo, sa ben equilibrare la gravitas politica con la dolcezza d’animo, dimostrando negli atti e nei gesti di essere un contadino galantuomo. Donald Sutherland, il cattivissimo fascista,  incarnazione satanica del male assoluto, senza però cadere nella macchietta. Su De Niro, invece, non riesco a dare un giudizio sereno: non recita male il ruolo del marcio e debole rampollo di buona famiglia, ma il doppiaggio di Ferruccio Amendola non è affatto azzeccato. E’ l’unico personaggio cui non si sente minimamente l’inflessione dialettale emiliana. Grave mancanza.

E su tutti le decine di comparse, emiliani doc, veri contadini: le loro facce, le loro espressioni, le loro parole, il loro dialetto incomprensibile. Indimenticabili. Scegliendo in questo caso di ricorrere a persone vere, non ad attori, dando ulteriore prova di verismo e cura dei particolari assolutamente unici, Bertolucci non ha rappresentato la vita della campagna, l’ha ri-creata. Più che un film, un documentario. Ad ogni modo, un capolavoro ai miei occhi inaspettato, insperato, degno erede del Gattopardo di Visconti e che ritengo degno progenitore dei Cancelli del cielodi Michael Cimino.

Un’opera, infine, dai tanti rimpianti. Rimpianto per averlo visto troppo tardi. Rimpianto perché la trasmettono raramente. Rimpianto perché  non ha ottenuto quel successo e quei riconoscimenti che avrebbe meritato (per quanto il tema, la storia italiana che si dipana partendo dalla campagna emiliana, non sia tra i più facili). Rimpianto perché, all’estero (forse Cina esclusa) e in Italia, non si realizzano più film di questo genere, corali, maestosi, pomposi, ricchi di difetti, lunghi, a tratti noiosi, che sono però il frutto di un generoso sforzo sovrumano di raccontare la realtà, e come si evolve, nella sua integrale complessità. Opere-mondo.

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