Giochi di ruolo

Meno male che Scorsese ha diretto Shutter Island e ha messo nella pellicola il suo innegabile talento. In questo modo ha salvato, sebbene in parte, una storia, che soprattutto alla fine fa veramente, letteralmente cadere le braccia. Se l’avesse diretto un regista meno talentuoso, avremmo avuto un’opera confusa, insopportabile nella sua non credibilità, quasi ridicola.

In sintesi, due agenti del FBI indagano su una fuga di donna da un manicomio criminale, sito su un’isola di fronte a Boston. Mentre procedono con le indagini, si accorgono e, con loro, lo spettatore che la situazione è differente da quanto i responsabili del nosocomio mentale vogliono far credere. Alla fine emerge però una situazione totalmente differente.  Si scopre infatti che quella che sembrava un’indagine era in realtà un’immensa ed artificiosa messa in scena.

Intrigante? Non proprio. O, meglio, la costruzione della storia ricalca molto e bene le atmosfere dei film di Hitchcock. Il tono noir è accettabile. La recitazione è di buon livello. Veramente bravo Di Caprio, nettamente superiore rispetto a The Departed. Ambiguo, ambiguissimo Ben Kingsley, il capo del manicomi0. Le luci e le scenografie sono da applausi – pittorico rinascimentale (Raffaello in Vaticano) il colloquio tra Di Caprio e un detenuto malridotto e rinchiuso in una cella oscura illuminata solo dalla luce proveniente dalle sbarre.

E ancora. La regia di Scorsese si vede e si sente. Ben girate le scene “oniriche”, con trovate tipiche del regista italo-americano, e quelle nel campo di concentramento di Dachau. L’arrivo dei due protagonisti in nave sull’isola ricorda l’arrivo della troupe sull’isola di King Kong. Interessanti alcuni spunti che mantengono alta la curiosità dello spettatore  Gli esperimenti compiuti nel manicomio americano possono ricordare l’opera pseudo-scientifica svolta dai nazisti nei campi di concentramento. Tale legame viene sottolineato dalla presenza di un dottore d’origine germanica (Max Von Sydow, mica cazzi) che induce lo spettatore a costruire sul personaggio un passato da sostenitore delle teorie hitleriane.

E tuttavia non ci siamo. La conclusione del film, che poi ne è la spiegazione, lo rovina. Rovina il senso di tutto quello che abbiamo visto: non un’indagine, ripeto, ma una messa in scena, in cui i colpevoli non sono colpevoli.  Toglie sì allo spettatore molte incertezze, anche se l’ultima battuta di Di Caprio me la sono dovuta far spiegare da un amico.  Toglie sì molti dubbi, ma propone allo spettatore una soluzione irrealistica per l’America degli anni ’50 (periodo in cui si svolge la trama) e, quindi, poco credibile. Non basta. Riflettendo sulla trama in base alla chiave di lettura interpretativa fornita dalla conclusione rimangono delle contraddizioni. Insomma, una spiegazione poco accettabile. Non banale, forse, ma poco accettabile.

Il cinemaniaco “de noantri” potrebbe titillarsi al pensiero che ha visto uno spettacolo all’interno di uno spettacolo, una rappresentazione all’interno di una rappresentazione (filmica). Una messa in scena all’interno di una messa in scena. Un classico esempio di metacomunicazione. Magra consolazione.

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