Virgilio

L’Eneide di Virgilio.

L’ho letta. E ‘sti cazzi!, direte voi non del tutto a torto.

Era un mio cruccio, quello di leggere l’Eneide. E capire perché venisse e venga considerata opera somma. Perché un tizio come Dante avesse scelto Virgilio come guida nell’al di là. No, dico, Dante. Perché uno scrittore come Hermann Broch avesse incentrata la sua opera principale sugli ultimi giorni del poeta latino e sul suo rapporto proprio con l’Eneide. La morte di Virgilio si chiamava il romanzo, affascinante nella tesi che avanza ma anche illeggibile in molti punti a causa di periodi lunghissimi.

Torniamo al poeta mantovano. La mia conoscenza del suo poema epico risaliva al liceo classico. E lì si fermava. L’opinione che avevo, basata quindi su ricordi lontani, non era affatto positiva, forse vittima di inconsistenti pregiudizi: sicuramente non era il risultato di un studio che avevo proseguito dopo aver conseguito la maturità. Insomma, basandomi solamente sulle mie conoscenze scolastiche, ritenevo che l’Eneide imitasse nella struttura della prima parte l’Odissea (il viaggio di Enea e quello di Odisseo) e nella seconda parte l’Iliade (la guerra di Enea e la guerra di Achille). E, colpa ben più grave di quella di essere un’imitatore del grande Omero, mi ricordavo che Virgilio avesse composto il poema su commissione di Augusto. Stimando la bravura del poeta, l’imperatore esigeva da questi un’opera che, celebrando gli avi della dinastia cui apparteneva, ne celebrasse l’azione politica pacificatrice.

Intendiamoci: questi ricordi hanno una base, diciamo scientifica, per nulla campata in aria, corroborata da studi e studi e studi. E’ vero: Virgilio imita Omero e scrive su commissione imperiale. Ma è riduttivo fermarsi a questi aspetti. Sbagliavo a farlo. Come sbaglia chi si limita a giudicare Leopardi una persona triste, sfigato con le donne, con una visione negativa del mondo.

Virgilio imita? Semmai reinterpreta. Costretto a imitare sintetizzando i 48 libri  complessivi dell’Iliade e dell’Odissea in dodici libri  produce uno stile vivace, veloce, immediato e mette in mostra una prosa secca e tersa. Con pochi trucchi retorici. Evita le ripetizioni e le descrizioni lunghissime e noiose dei vestiti, degli scudi, delle flotte, degli eserciti tipiche di Omero. E, quindi, non annoia. Ogni verso è una sentenza. E che sentenza! Parce sepulto. Auri sacra fames. Nulla salus bello. Audentis fortuna iuvat. Chi più ne ha, più ne metta.

Per non parlare di come ritrae i personaggi. Mi soffermo sul principale,  Enea, ovviamente. Il pius Enea. Dapprincipio mi dà l’idea di un mezzo frescone, un po’ bamboccione, che si fa guidare dagli eventi, senza spirito di iniziativa, senza carattere. Basti pensare a come, in pochi istanti, su ordine divino abbandoni Didone, con cui si trovava benissimo, per proseguire nelle sue faticose peregrinazioni.

In verità, Enea ha un compito improbo: si fa carico del destino di un intero popolo, nonostante tutto e tutti.  Vede la sua patria distrutta, deve abbandonare casa e amici e parenti, perde la moglie, perde il padre, vede infranti i patti che lui rispetta. E’ costretto a combattere, a massacrare tutto e tutti. E, quasi sempre, non è lui responsabile. Non cede, non arretra. Ma dubita, finisce anche per disperarsi: perché andare avanti? Come andare avanti?

Un senso di mestizia, di disinganno si legge neiversi virgiliani. La religione non basta. Per quanto sacrifici si possano fare, sgozzando buoi su buoi, agnelli su agnelli, giovenche su giovenche, la stessa divinità non può risolvere ogni cosa. Sempre che non la si abbia contro, come avvenne a Laocoonte, persona religiosissima e uccisa insieme agli innocenti figli. L’uomo, Enea o Turno che sia, è lasciato al suo destino, al Fato, entità onnipotente ma invisibile. E’ solo. Al massimo può ottenere il soccorso di altri uomini, che, individualmente presi, sono anch’essi soli e abbandonati di fronte alla sorte. Gli stessi dei non possono fare molto. Perché, come scrive il poeta (nella traduzione di Rosa Calzecchi Onesti): “Le proprie imprese a ciascuno travaglio o fortuna daranno. Giove è re uguale per tutti. I fati troveranno la via”.

E Virgilio scrittore su commissione? Non c’è dubbio che l’Eneide sia un libro politicizzato. Negare che il poema presenti una lode sperticata di Roma e, in modo particolare, della famiglia di Augusto è inutile, se non ridicolo. Tuttavia, uno dei temi dell’opera è la “rivincita” dei troiani, che, sconfitti in casa, si rifanno in un’altra terra, battendo alleati e discendenti di greci. Che significa? Nessuno perde per sempre. Nessuno vince per sempre. Vale per i greci, vale per i romani.

Mi ritorna alla mente l’episodio raccontanto da Polibio nelle sue Storie. Terza guerra punica: Paolo Cornelio Scipione Emiliano assiste alla distruzione di Cartagine. Ecco cosa scrive lo storico greco, testimone oculare dell’evento:

E’ proprio di un uomo grande e maturo, in sintesi degno di memoria, in occasione dei più grandi successi e delle sventure dei nemici, prendere consapevolezza della propria condizione e della situazione contraria e, insomma, avere presente nelle circostante favorevoli la precarietà della sorte. Si dice che Scipione, osservando la città allora completamente abbattuta in un’estrema rovina versò lacrime e si lascio vedere piangere per i nemici, avendo a lungo riflettuto tra sé e avendo compreso che è inevitabile che città, popoli e governi, tutti quanti cambino, come gli uomini, la loro sorte, e ciò accadde a Ilio, città un tempo prospera, accadde all’impero degli Assiri, dei Medi e dei Persiani, che era stato in quei tempi il più grande, e a quello dei Macedoni, che così di recente aveva brillato, e sia di proposito, sia come sfuggendogli la frase di bocca, disse: Verrà un giorno in cui perirà Ilio sacra/e Priamo e il popolo di Priamo dalla bella lancia.

Dicono che quando Polibio gli chiese con libertà – infatti era anche il suo maestro – che cosa intendesse dire con quelle parole, senza esitazione menzionò apertamente la patria, per la quale era in timore, considerando le sorti umane.

Lo stesso Virgilio scrisse questi due versi nell’Eneide (libro decimo):

Nescia mens hominum fati sortisque futurae/ et servare modum, rebus sublata secundis! (traduz: O ignara del fato mente umana, e della sorte a venire/e di serbar la misura, quando il successo l’esalta!)

Inoltre: l’Eneide può essere considerata un’esaltazione dell’opera pacificatrice di Augusto? Fino ad un certo punto. A parte il fatto che l’imperatore impose la pace con il ferro e il sangue, la storia di Roma è intrisa di violenza, morte, massacri. Non solo la fondazione della città eterna si basa su un fratricidio (Romolo ammazza Remo). Ma, andando ancora più indietro nel tempo, cosa troviamo nel capolavoro virgiliano? Ancora morti, ancora sangue. Sarà pure l’Eneide un poema incompiuto, ma è assolutamente significativo che la scena finale con cui si chiude è l’uccisione di Turno da parte di Enea. Sempre morte, sempre sangue.

Questa è la storia di Roma.

Questa è l’Eneide di Virgilio.


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