The Last Hurrah

Qualche giorno fa, in preda ad un delirante zapping, mi soffermo per qualche secondo su Sky Cinema Classic. Il film trasmesso in bianco e nero vede come protagonista Spencer Tracy. Premo il tasto del telecomando che permette di avere ulteriori informazioni sui programmi in onda e vengo a scoprire che si tratta di una pellicola di John Ford, dal titolo L’ultimo urrà (The last hurrah).

John Ford e Spencer Tracy? Mmmmhh: accoppiata intrigantissima. Tanto più che non si tratta di un western, ma di un film che racconta l’azione di un politico (Tracy) mentre lotta per la sue rielezione a sindaco di una fantomatica città del nord degli Stati Uniti, piena di irlandesi e cattolici, che ricorda quindi da vicino Boston.

Gran bel film. Perché è un’efficace e, ritengo, assai verosimile  rappresentazione di quella che era la competizione politica negli anni ’50 negli USA: la propaganda (esageratamente innovativa se paragonata a quella italiana dell’epoca); il peso dei poteri forti e delle lobbies varie (la grande stampa, il capitale, le associazioni religiose) etc; i compromessi e gli idealismi.

Si vede che è un film di Ford: e non solo perché si nota lontano un miglio l’orgoglio irlandese. Non mancano, è vero, alcuni personaggi, quelli secondari, che sono un po’ troppo caricati, macchiettistici. Ma sono sciocchezze di fronte al modo con cui viene rappresentata la campagna elettorale. Significativa la descrizione del ruolo crescente che viene acquisendo la televisione. E’ in tv che l’avversario di Tracy lancia l’appello finale (e siamo nel 1958: in Italia avevamo la televisione solo da quattro anni!). Deliziosa scena, capace di mostrarci il candidato totalmente in imbarazzo (e con lui la moglie) di fronte alla macchina da presa, nient’affatto abile a gestire il nuovo mezzo di comunicazione.

Magistrale è Ford anche quando racconta la giornata delle votazioni e lo scrutinio finale sezione per sezione: racconto per nulla noioso, anzi pieno di suspense. Ed è ancora la televisione, il nuovo mezzo di massa, a giocare un ruolo fondamentale: proprio di fronte alle telecamere di un emittente tv Tracy ammette la propria sconfitta, ma annuncia la sua candidatura a governatore.

Ford è grande anche nei particolari. Esempio: siamo nel quartier generale di Tracy al momento dello scrutinio. Il figlio viziato del sindaco, che ha la testa costantemente tra le nuvole, perfettamente incurante della vita politica del padre, viene a fargli visita, accompagnato da una stangona bionda, apparentemente una poco di buono. La donna si appoggia ad un tavola e moineggia a destra e manca. Un poliziotto, grande e grosso, robusto, dai lineamenti duri, tagliati con l’accetta, con il naso da ex pugile, non può che notarla, anche se posa quasi (e sottolineo quasi) impercettibilmente lo sguardo su di lei. La stangona se ne accorge e lo illumina con il suo sorriso. Il poliziotto, sempre guardandola di sottecchi, arrossisce (è ovvio che lo fa, anche se si tratta di un film in bianco e nero) e ride timidamente tra sé, proprio come un ragazzo di tredici anni che ha ricevuto un complimento dalla più bella della classe. Delicato, immenso Ford.

Magistrali anche i vari personaggi. Il cardinale cattolico, generoso ma tutto di un pezzo. I poteri forti avversari del sindaco uscente, capitalisti vecchio stampo, dal passato ultra-reazionario, cinici e pronti a tutto per vincere. E poi il sindaco interpretato magistralmente da Tracy: furbo, che non disdegna l’ipocrisia, il cinismo e la retorica, e tuttavia buono e dall’energia indomabile.

Ma ciò che mi ha veramente colpito, quello che rimarrà incastrata nella mia memoria, è la scena finale. Sconfitto ma pronto a combattere per la futura elezione a governatore, Tracy ritorna a casa. Saluta il ritratto della moglie defunta con una grandiosa alzata di sopracciglio, come per dire “beh, cara, è andata male, pazienza”, sale le scale e ha un infarto. La morte è oramai prossima. I suoi più stretti collaboratori e il nipote prediletto accorrono al  capezzale, mentre il figlio esce di casa, spensierato. Il popolo si reca numeroso alla casa dell’ex sindaco per portargli dei fiori. Il popolo gli avrà pure votato contro, ma non lo dimentica.

Tracy sa che sta morendo: saluta i vecchi amici, più distrutti di lui stesso, e alcuni avversari di lunga data. Arriva il cardinale, vecchio amico di infanzia, che lo rincuora. L’ex sindaco è contento ma si fa confessare dal suo prete di fiducia. E qui la scena si sposta dalla camera da letto dove giace Tracy al piano di sotto dove si trovano gli amici disperati. Scelta poetica e commovente di Ford: il regista ha la delicatezza di non mostrare al pubblico il momento più intimo per un credente, quando si confessa al prete, prima di spirare.

A casa arriva il figlio che capisce, più dai volti che dalle parole dei presenti, che la situazione del padre è oramai compromessa. Corre piangendo dal genitore, che lo accarrezza, sorta di perdono per l’esistenza vissuta all’insegna della frivolezza e, quindi, dell’inutilità.

Tracy muore, ma prima dichiara con l’ultimo fiato in gola ad un acerrimo nemico, un imprenditore, che era venuto a visitarlo, di non rimpiangere nulla del proprio passato.

Il film si chiude come solo le pellicole di Ford sanno chiudersi. Porta di casa aperta. Telecamera fissa sulle scale, dove si vedono passare mesti i collaboratori di Tracy, diretti alla camera per salutarne la salma.

Finale essenziale, scarno. Vero capolavoro.

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