Col senno di poi

Le musiche sono decenti. E vorrei vedere: si tratta di brani di Verdi, Rossini e Bellini. Quindi, almeno la colonna sonora si salva. Sto parlando di Noi credevamo, il film sul Risorgimento firmato da Mario Martone  e ricostruito attraverso le vicende di tre cilentani (due ricconi e un contadino), mazziniani convinti, democratici e rivoluzionari.

Ero andato al cinema con forti pregiudizi.

Ascoltando i commenti di alcuni amici (la potenza della passaparola) rischiavo di rimanere deluso: secondo il giudizio dei più, il film era malfatto: incongruo, lungo, sviluppato male. Non basta. Leggiucchiando le recensioni dei giornali, soprattutto dopo la presentazione al festival del cinema di Venezia, temevo di vedere una pellicola totalmente sporca di ideologia. Avevo paura di trovarmi di fronte al consueto (e banalissimo e noiosissimo) atto di accusa nei confronti del Risorgimento: un Risorgimento elitario ed egoista, per nulla popolare, razzista nella sua piemontesità, intollerante e sfruttatore del povero meridionale, inutilmente repressivo verso il brigantaggio, il quale era, semmai, una giustificata ribellione delle popolazioni del Sud Italia di fronte a tanta cattiveria settentrionale. Insomma, un Risorgimento malvagio, incompleto ed inadeguato ai bisogni della popolazione (secondo la vulgata gramsciana e sereniana),  da buttare nel cesso, non solo nella sua componente liberale ma anche in quella democratica, se anche Mazzini veniva dipinto (a quanto risultava dagli articoli della stampa dedicati al film) come un sanguinario terrorista, non molto differente dai brigatisti (rossi).

Insomma, ero pronto al peggio. Ed effettivamente siamo lontanissimi dal capolavoro – a parte la parte dedicata alla prigionia di uno dei tre cilentani, Domenico, la più interessante e drammatica: bello il momento quando vediamo Domenico, dopo essere stato privato dai suoi carcerieri delle amate letture, trascurare  il cibo tutto preso a ri-leggere la Divina Commedia, seppure in una copia mal ridotta. A parte ciò, il film non decolla: è lungo e, dovendo abbracciare un periodo storico di oltre trent’anni, non è lineare, spesso slegato.  I dialoghi sembrano troppo artificiosi. Mancano totalmente i momenti epici: tutto si svolge in spazi angusti, anche le scene all’aperto avvengono quando c’è la nebbia o in foreste o al buio, dove lo sguardo è limitato. La stessa scenografia che, in un film storico che si rispetti, dovrebbe ricoprire una funzione fondamentale – stiamo o non stiamo parlando di cinema? – non ha nulla di trascendentale.

La psicologia dei personaggi è un po’ di grana grossa, in modo particolare, quella di un altro dei tre protagonisti della storia, Angelo Cammarota: vuole essere un “maledetto” alla Dostoevskij, ma finisce per essere un pazzoide sotto acido.

La recitazione lascia alquanto a desiderare. Eccetto il bravo Lo Cascio, gli altri attori sono scadenti, come Valerio Binasco che interpreta Cammarota da adulto. Lo stesso Zingaretti, il pur bravo Zingaretti, nel ruolo di Francesco Crispi si muove e gesticola all’inizio come Montalbano, mentre il mio mito, l’immenso Servillo non spumeggia (anche per limiti di spazio) nel ruolo di Mazzini.

Noi credevamo è l’ennesima dimostrazione che, per una serie di ragioni non solo economiche, il nostro cinema è incapace di raccontare il passato italiano con quell’ariosità, con quello sfarzo e con quel realismo tipico di opere imperfette, ma lodevolissime nell’intento e, in parte, nella riuscita, come Il Gattopardo o Novecento. Non riesce a eguagliare neanche le opere di Magni, che, seppur più semplici e apparentemente meno pretenziose, riescono farci rivivere il periodo risorgimentale.

Ma dopo aver affrontato gli aspetti più cinematografici di Noi credevamo, non posso esimermi da un commento sull’aspetto storico-politico, che è poi quello che mi intriga di più. E qui i miei timori non si sono avverati. Da parte di Martone nessuna nostalgia dei Borboni, nessuna critica aprioristica, totale e assoluta sull’unificazione d’Italia fatta dai liberali (tentazione presentissima in questi giorni), semmai una critica ragionata, forse eccessiva, delle velleità dei democratici e repubblicani guidati da Mazzini, ben sintetizzata dalle parole della Cristina di Belgioioso, la quale di fronte ai giovani mazziniani risponde: “Ma voi il popolo, di cui parlate tanto, lo conoscete, lo frequentate, che non siano i vostri contadini, i vostri servi?”. Certo, dall’opera di Martone Mazzini non ne esce bene: capopopolo con poco popolo (ma era vero), che mandava allo sbaraglio, alla morte o al carcere i suoi seguaci (ma era vero), grande idealista ma anche grande violento: quasi una sorta di Toni Negri ante litteram. Un po’ troppo per un padre della Patria.

Del Risorgimento Martone critica il come è stato fatto: doveva essere democratico e repubblicano e popolare e egualitario ed è stato conservatore, moderato, chiuso ad istanze progressiste.  Tante promesse sono state eluse, tanti ideali sono finiti male, tanti giovani sono stati traditi, tante speranze sono risultate vane. Responsabili di tutto anche quei rivoluzionari che avevano promesso, che avevano idealizzato, che avevano mosso i giovani, che avevano fatto sperare: una volta giunti al potere, sono cambiati in peggio, sono stati corrotti.

Ebbene, qui Martone sbaglia. Era impossibile che il Risorgimento si facesse diversamente da come si è fatto. I fallimentari  risultati dei tentativi insurrezionali democratici sono sotto gli occhi di tutti. E come avrebbero reagito ad un’Italia democratica ma rivoluzionaria, non dico le nazioni nemiche, come l’Austra, ma Stati amici, o presunti tali, come Francia ed Inghilterra? I piemontesi avranno avuto pure i loro difetti, ma alternative valide non ce n’erano. Così una valida alternativa alla repressione del brigantaggio non esisteva, pena il disfacimento dell’unità statuale.

Totalmente qualunquistica l’accusa, espressa con l’efficace discorso di chiusura di Lo Cascio, che Martone  rivolge alla classe dirigente dell’Italia liberale: ossia di aver abbandonato quelli che credevano. Nei parlamenti dei primi anni dell’unificazione si sono seduti galantuomini di altissima levatura culturale e morale (da Rattazzi a Ricasoli, da Minghetti a Bonghi, da Lanza a Sella), che hanno preso in mano un paese arretratissimo e con fatica, con difficoltà, con contraddizioni e con errori – sarebbe stupido negarlo – l’hanno avviato sulla strada della modernità. Ricordiamoci che in quei parlamenti – al Senato, se non sbaglio – si trovava un certo Alessandro Manzoni. No, dico: Alessandro Manzoni. Non semplice foglia di fico di una classe politica corrotta, materialista e soprattutto traditrice dei veri ideali, come viene dipinta da Martone, ma rappresentante illustrissimo di un ceto dirigente, liberale e borghese, che ha onorato il nostro Paese.

L’errore che fa Martone è di generalizzare: attaccando Crispi, esempio supremo di questo tradimento di ideali, ricopre di fango anche chi diresse l’Italia appena nata – ossia quella destra che il politico siciliano osteggiò. Infatti Crispi iniziò a ricoprire incarichi di rilievo nazionale solo con con l’avvento della sinistra al potere, nel 1876: evento che anche storici liberali, quali il meridionalissimo Croce, hanno indicato come l’inizio di un decadimento qualitativo della gestione della cosa pubblica.

Discorso a parte meriterebbe Crispi. Figura complessissima e dall’intensa vita politica. Nazionalista e populista, promotore di uno Stato forte in politica estera e interna, con venature sociali, punta ad essere un presidente del consiglio che cerca il dialogo diretto con la Nazione, scavalcando il Parlamento e le sue prerogative; punta sul colonialismo e perde. Personalità contradditoria e affascinante che meriterebbe un film ad hoc. Ma forse su Crispi le parole migliori sono state scritte o, meglio, lasciate intuire da Leonardo Sciascia, nel racconto “Il Quarantotto”, presente nel volume Gli zii di Sicilia.

Siamo sull’isola ai tempi della spedizione dei Mille. Garibaldi e i suoi vengono accolti da un barone locale, il classico opportunista:  fino ad un momento prima reazionario e borbonico tutto d’un pezzo, di fronte al nuovo che avanza e che vince cambia velocemente casacca e offre alle camicie rosse dolci, vino, festeggiamenti. Ippolito Nievo, che segue la spedizione di Garibaldi, ritiene sospettosa l’accoglienza eccessivamente calorosa del barone, troppo chiacchierone ed estoverso: come se nascondesse qualcosa. E ne spiega la ragione – ecco cosa scrive Sciascia:

“Perché io credo nei siciliani che parlano poco, nei siciliani che non si agitano, nei siciliani che si rodono dentro e soffrono: i poveri che ci salutano con un gesto stanco, come da una lontananza di secoli; e il colonnello Carini sempre così silenzioso e lontano, impastato di malinconia e di noia ma ad ogni momento pronto all’azione: un uomo che pare non abbia molte speranze, eppure è il cuore stesso della speranza, la silenziosa fragile speranza dei siciliani migliori… una speranza, vorrei dire, che teme se stessa, che ha paura delle parole ed ha invece vicina e familiare la morte… Questo popolo ha bisogno di essere conosciuto e amato in ciò che tace, nelle parole che nutre nel cuore e non dice…”

“Questa è poesia” disse Sirtori.

“Oh, certamente” disse Nievo. “Ma per far prosa vi dirò, e il generale vorrà perdonarmi, che non mi piace questo barone; e non mi piacciono i siciliani come Cri…”

Ma Garibaldi interrompe Nievo.

Questa lunga citazione mi permette di fare un’ultima osservazione. E’ la letteratura, la grande letteratura, che può venirci in soccorso e capire meglio noi stessi e il nostro passato, in questo caso il Risorgimento e le sue storture. Non puntiamo su film come quello di Martone ma rivolgiamoci ai libri. E non sto parlando di saggi di storia, ma a qualcosa di più leggero – in apparenza. Sto pensando a quei monumenti aere perennii, come  I Vicerè di De Roberto, il trascurato I vecchi e i giovani di Pirandello (uno fenomeno di libro, che aiuta veramente a capire il tradimento dell’Italia crispina nei confronti di quella risorgimentale) o il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa.

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3 Risposte to “Col senno di poi”

  1. Orso Teobaldo Says:

    Verifica le tue considerazioni in merito alla figura di Angelo Cammarota -“vuole essere un “maledetto” alla Dostoevskij, ma finisce per essere un pazzoide sotto acido”. Leggendo Бесы, o i Demoni, se preferisci, scoprirai che la figura del nostro Cammarota rassomiglia non poco a quella di Николая Ставрогиной -Nikolaj Stavrogin- e a quella di Пётр Степанович -Pëtr Verchovenskij.

  2. c1a7 Says:

    Orso,
    non so. Sarà la potenza delle pagine e dei personaggi del romanziere russo. Sarà la recitazione di Binasco nel ruolo di Cammarota che m’è apparsa un po’ troppo sopra le righe. Ma il Cammarota sembra un “demoniaco” tendente al macchiettistico. Immagino che questa non fosse l’intenzione di Martone e di Binasco. Epperò…

  3. Roberto Says:

    Ancora una volta un film che demonizza i Borbone e quel regno. Questa volta però l’agiografia di regime viene dai repubblicani o mazziniani (stavo per scrivere repubblichini….) e non dai savoiardi. La solfa pero’ e’ sempre la stessa, carceri disumane e stato “negazione di Dio”. Francamente avete stufato. Ci avete azzeccato solo quando parlate di Cristina di Belgioioso, la quale di fronte ai giovani( e fanatici) mazziniani risponde: “Ma voi il popolo, di cui parlate tanto, lo conoscete, lo frequentate, che non siano i vostri contadini, i vostri servi?”. Ed in effetti quel gruppo di fanatici repubblicani, liberali, mazziniani, nullafacenti, si parlavano addosso. Totalmente avulsi dal contesto della società e del popolo cercavano e trovavano nelle idee del capo dei fomentatori “Mazzini”, un fanatico motivo di svago e di passatempo. Tutti o quasi nobili, molti di essi vendettero la loro fede repubblicana saltando sul carro dei vincitori e convertendosi spudoratamente alla monarchia savoiarda.( Garibaldi, Crispi, Sigismondo Castromediano, Liborio Romano ecc.. ecc..)
    In sostanza un film fatto male e confezionato peggio che ancora una volta criminalizza un regno e un popolo che hanno subito oltre l’aggressione monarchica piemontese anche le fanatiche idee repubblicane. Idee sapientemente inculcate in soggetti fanatici, dal burattinaio Mazzini che dal tranquillo esilio mandava allo sbaraglio poveri pirla alla conquista del regno delle due Sicilie. Regno che Gradstone chiamo’ “la negazione di Dio e il poeta Giacinto De Sivo “Il sorriso del Signore”.
    Dott. Roberto Perrone Lecce

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