Il mistero Marsalis

Anno: 1986. Miles Davis sta suonando a Vancouver in Canada con la sua band. Poco prima di lui, sullo stesso palco, s’è esibito Wynton Marsalis, il trombettista  enfant prodige del jazz. All’epoca molti critici e fan lo consideravano (a torto) il nuovo Messia, poichè, grazie alla sua eleganza e allo stile che ricordava da vicino il jazz cosiddetto modale o free bop degli anni ’60, aveva resuscitato un genere morto e sepolto sotto tonnellate di fusion, chitarre elettriche, tastiere fender, sintetizzatori: tutta paccottiglia indigesta ai puristi che la ritenevano lontana anni luce dalla musica di un Armstrong, di un Ellington, di un Parker o di un Coltrane.

Nel bel mezzo della  performance di Davis – è lui stesso a raccontarlo nell’autobiografia – gli organizzatori fanno salire Wynton sul palco, tromba in mano. Il loro obiettivo è chiaro: far suonare i due insieme. Lo stesso Davis è all’oscuro di tutto. Il pubblico ammutolisce. Può accadere l’inimmaginabile: il maestro e l’allievo si stanno per incontrare, stanno per incrociare le loro armi.  Il vecchio e il nuovo insieme – poi vai a capire chi è il vecchio e chi il nuovo tra i due musicisti, Marsalis che si rifà al jazz degli anni ’60 o Davis che prosegue nel suo cammino sempre aperto a nuove sonorità.

Tutti rimangono in attesa dello scontro. E parlo di scontro perché il jazz fin dalle origini è battaglia. Le jam sessions: che cosa sono se non lunghi duelli tra i musicisti per capire chi è il più bravo? Interminabili battaglie, intense e accesissime, soprattutto se vedono confrontarsi due musicisti che suonano lo stesso strumento: ognuno vuole mostrare di essere lui il re della foresta, il maschio dominante.

Ma, oltre a questa spiegazione sull’essenza del jazz, c’è dell’altro che mi spinge a utilizzare il termine “scontro”.  A calcare lo stesso palcoscenico non ci sono due semplici artisti, forse anche vanitosi, ma due visioni contrapposte di intendere il jazz: due filosofie nettamente ostili. Ci sono due persone che si sono confrontate, anche duramente, sulle riviste di settore con interviste e dichiarazioni: Marsalis accusando Davis di non suonare più jazz da anni a causa di tutto quell’apparato elettronico che l’accompagna e di essersi svenduto per biechi motivi commerciali, pur riconoscendone il magistero e il ruolo fondamentale sulla scena musicale ricoperti fino agli anni ’60;  Davis rinfacciando a Marsalis di essere schiavo di una mentalità conservatrice, chiusa totalmente alle novità che vengono all’esterno, e di  inaridire il jazz, pur apprezzandone l’indiscusso talento.

In poche parole, due campioni, diventati acerrimi nemici, che si trovano sullo stesso palco. Come se sullo stesso ring salissero Joe Louis e Mohammed Alì.

Ci sono tutte le premesse per un concerto fuoco e fiamme, che sarebbe entrato di diritto negli annali della storia jazzistica di sempre. E, invece, non succede nulla. Confermando il pessimo carattere verso chi non è membro delle sue band e  memore  delle critiche di Marsalis, Davis interrompe il sogno di milioni di appassionati. Appena si accorge che l’inaspettato ospite avanza timidamente verso di lui, gli ordina brutalmente di scendere immediatamente dal palco. Nella sua autobiografia  spiegherà il gesto con il fatto che Marsalis ignorava totalmente il suo nuovo repertorio: era incapace di  adeguarsi alla musica elettrica della sua band. Le malelingue sostengono invece che Miles si sia comportato in quel modo perché aveva paura del talento di Marsalis: temeva che avrebbe sfigurato di fronte al giovane leone, dal timbro più forte e dotato di una tecnica sopraffina mai posseduta dal trombettista più anziano.

Quello che a me interessa di questo storia è un’altra cosa: cosa sarebbe successo se i due avessero suonato insieme? Se Marsalis fosse stato accolto con benevolenza da Davis, se avesse suonato con il maestro, se avesse conosciuto in prima persona cosa significava suonare jazz contaminato da strumenti elettronici  stando al fianco del guru di questo genere, se ci fosse stata la pacificazione live tra i due, non dico che avremmo avuto negli anni a seguire un diverso jazz, ma forse avremmo avuto un altro musicista, un altro Marsalis, meno reazionario, meno intento per decenni a rimasticare stili di anni remotissimi. Un Marsalis che sarebbe potuto diventare l’alfiere di un ulteriore sviluppo del jazz, di quel genere che in un primo momento aveva contribuito a risollevare dall’eccessiva presenza della fusion per poi affondarlo in una stagnazione teorica e pratica e annegarlo nelle morte gore di composizioni troppo classicheggianti. Un Marsalis protagonista di un allargamento dei confini jazzistici anche al pubblico cresciuto ascoltando in dosi massicce la musica pop.

Se avesse suonato con Davis, insomma, immagino che mai avremmo avuto quello che io chiamo il mistero Marsalis.

Perché mistero? Perché ci troviamo di fronte ad un jazzista bravissimo, che riesce a suonare di tutto con la tromba, con un sound riconoscibile, talvolta bravo anche anche nel comporre, che però dà l’idea di aver sprecato l’immenso talento.

Il primo Marsalis, quello di inizio anni ’80, è un fenomeno della natura. Anche se non rivoluziona nulla. Tutt’altro. Negando quello che c’era stato negli ultimi dieci e passa anni, si impone di suonare il jazz esclusivamente acustico di metà degli anni ’60, reso celebre dal secondo magico quintetto di Davis, quello con Shorter, Carter, Hancock e Williams. E saranno proprio questi ultimi tre a tenere a battesimo l’esordio discografico ufficiale del trombettista di New Orleans, all’epoca giovanissimo (19 anni), partecipando al suo primo album. Musica non nuova ma freschissima per chi si era stancato di fusion e di jazz-rock. Un vero e proprio “back to the basics”, interpretato da un teen ager: linfa nuova, dunque. E qui bisognerebbe fare una riflessione sull’affermazione definitiva di tendenze, gusti, valori legati al passato pre-1968, che avviene nei primi anni ’80 in concomitanza con la svolta conservatrice nella società americana, determinata dall’avvento del repubblicano Ronald Reagan alla presidenza degli USA. Un fenomeno simile accadde nel campo dei fumetti con una riscoperta all’interno della Marvel, la casa editrice dell’Uomo Ragno, dei grandi classici anni ’60, firmati Stan Lee e Jack Kirby, da parte di alcuni autori, primo tra tutti John Byrne, il quale battezzò la sua interpretazione del passato proprio “back to the basics”. Ma il discorso è troppo lungo e ci porterebbe lontano.

Ricapitolando su Marsalis, costui realizza i primi album attraverso una personale interpretazione dell’immenso patrimonio derivato dal jazz di metà anni ’60, di cui Davis – va ricordato – fu indiscusso protagonista. Dimostrando notevoli qualità di talent scout (che l’accompagneranno per tutta la carriera), si circonda di giovanissimi virtuosi, tra cui il fratello Branford, il batterista Jeff Watts e il pianista Kenny Kirkland. E azzecca un album dietro l’altro, in un crescendo qualitativo impressionante: non solo il suono della tromba si fa più corposo e ricco di sfumature, ma le stesse composizioni sono più complesse. E’ di questo periodo Black Codes, forse il suo album migliore, quello in cui raggiunge la piena maturità. Il futuro sembra sorridere al trombettista, che però si interessa sempre di più al passato remoto.

Dall’87 in poi, anno di The majesty of blues, Marsalis viaggia ancora più indietro nel tempo: non si ispira al jazz degli anni ’60. Va alla ricerca delle origini,veramente “back to the basics”: blues, Armstrong, Ellington. Amplia la band e innesta nel proprio repertorio uno stile di scrittura che rimanda alle suite ellingtoniane degli anni ’30, pur non possedendo il talento del pianista afroamericano. Lo stesso modo di suonare la tromba si rifà più ad un Armstrong che ad un Freddie Hubbard, come era invece ad inizio carriera. Allarga il proprio spettro musicale: tale ricchezza viene però spesa male.

Sia chiaro. Gli album usciti dalla seconda metà degli anni ottanta in poi, il già citato The majesty of blues o anche Interlude Blue, non sono da bocciare. Come trombettista nulla da eccepire: Marsalis migliora progressivamente con il passare del tempo. Peccato che, suonando jazz troppo tradizionale, già vecchio quaranta anni fa, sprechi il suo talento e quello della nuova leva di musicisti che collaborano con lui (il bravo pianista Marcus Roberts, il sassofonista Wessel Anderson, il trombonista Wycliffe Gordon o il batterista Herlin Riley).  Suonare lo stile di New Orleans o lo swing può essere gradevole in uno, due, tre brani. Alla lunga annoia, soprattutto le orecchie di chi è abituato al jazz contemporaneo. Come esempio di questa deriva passatista è sufficiente citare un brano contenuto in Citi Movement, dal titolo The legend of Buddy Bolden: dedicato ad uno dei fondatori del jazz, mette sì in luce tutta la bravura con la tromba di Marsalis, ma anche tutta la sua filosofia reazionaria.

Insomma, dal punto vista dei risultati Marsalis non riesce a raggiungere i vertici di inizio carriera: passano gli anni e continua nella sua ricerca di far resuscitare lo stile tradizionale morto e sepolto. Inutilmente. Ripeto: Marsalis non è il Messia. E miracoli non ne può fare.

Ecco quindi che la sua produzione, se aumenta a dismisura, non migliora. Il ciclo Soul gestures in southern blue e lo stesso Citi Movement sono lenti, spesso privi di verve. Piacevoli, ma nulla al confronto di quello che fece quando era ventenne. Marsalis vince il Premio Pulitzer per il triplo cd Blood on the Fields, che racconta  la schiavitù negli USA: ambitissimo riconoscimento mai dato prima ad un jazzista. Ascoltandola, l’opera non riscalda:  è un coacervo di sonorità, senza un vero filo logico. E’ l’ennesima dimostrazione della bravura di Marsalis nel lavorare con diversi sotto- generi, di usare linguaggi jazzistici differenti, avendo sempre un occhio di riguardo per tutto ciò che è tradizionale. E’ un bel progetto, ma senza anima e sacro furore.

Marsalis è mostruosamente prolifico: per festeggiare il nuovo secolo realizza nove album: bello il cd di cover del pianista Jelly Roll Morton (passato remotissimo), mediocre Big Train. Tuttavia, rimane freddo: non emoziona. Non fa sobbalzare sulla sedia, commuovere o gridare di gioia. Fa bene il compitino, ma non rischia. Nel suo caso si trova la conferma che la quantità non s’accompagna alla qualità. Ci sono le eccezioni come Marciac Suite, che guarda caso è uno degli album dove è più palese il richiamo al jazz degli anni ’60. E il rimpianto per l’artista che fu e che poteva essere si fa fortissimo.

Non che questa situazione influisca negativamente sulla carriera del musicista di colore. Anzi. In pochi anni Marsalis diventa il principale rappresentante del jazz a livello internazionale. Ridà lustro al Lincoln Center di New York, ne diventa il direttore artistico (per quanto riguarda il jazz, ovviamente), ne dirige l’orchestra, con la quale realizza diversi album (passabili) e  lancia nuove promesse, tra cui l’italianissimo Francesco Cafiso. Gira il mondo, tiene seminari e impartisce lezioni dappertutto. Ascoltato e ammirato da capi di stato (presidenti o re, non importa), attori e scrittori, detta legge in campo jazzistico, venendo accusato di ostracismo nei confronti di chi la pensa (e la suona) diversamente da lui. E’ l’incarnazione vivente della tradizione. A proposito di tradizionalismo: il trombettista realizza un  cd appositamente per Brooks Brothers, la casa di moda americana, famosa per il suo stile classicissimo.

Negli ultimissimi anni tuttavia qualcosa cambia. Marsalis non rimane totalemente immobile. Già il passaggio dall’etichetta discografica che l’aveva lanciato, la Columbia, alla Blue Note, si segnala per una certa apertura modernista. E il cambiamento si vede, anche se è discontinuo. Il primo album di questa nuova fase della carriera, The magic hour, è deludente. Il tanto reclamato From plantation to the penintentiary, dove Marsalis si cimenta in un brano simil-rap, è l’ennesima occasione sprecata: palloso, pur avendo spunti interessanti.  Si salva il live In the house of tribes, dove Marsalis è in forma smagliante: non lo si sentiva così intenso, veloce, contemporaneo da parecchi anni. E’ la conferma che il jazz, quando si suona dal vivo, è veramente un’altra cosa. E lo stesso discorso vale anche per Marsalis. Ho avuto la fortuna di assistere ad una suo concerto con la Lincoln Jazz Orchestra: impressionante.

Altri esperimenti fortunati, impensabili 15 anni fa, sono le collaborazioni con artisti teoricamente lontani dalla sua filosofia. Sto parlando dei duetti con il re della musica country, Willie Nelson, e con il fisarmonicista jazz, Richard Galliano. Omaggio alla musica  blues il primo, a Edith Piaf e Billie Holiday il secondo: Marsalis garantisce sempre un’altissima qualità. Per non parlare delle collaborazioni pop, purtroppo non documentate su cd, come quella con  Stevie Wonder.

Insomma anche quelle certezze legate a Marsalis sembrano crollare. Quando tutti pensavano che Marsalis avrebbe perpetrato lo stile neo-modale-post be bop, eccolo tuffarsi sul jazz anni ’30. Quando sembrava incatenato a quel periodo, eccolo duettare con Wonder o Nelson. Eppur si muove, bisognerebbe dire di Marsalis

Il mistero si infittisce.

Una Risposta to “Il mistero Marsalis”

  1. Telepatia musicale « peppone Says:

    […] la musica di gruppo. Gli esempi di questa influenza sono auto-evidenti. Il più eclatante è Wynton Marsalis. Nei primissimi anni ’80 il trombettista irrompe sulla scena musicale prendendo a piene mani […]

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