Enzo Bearzot (1923-2010)

Anno 1982. Notte di luglio. E’ la finale. Italia-Germania. Osimo, vicino ad Ancona. Estate con i nonni. Ma per l’ultima partita dei mondiali di Spagna ci sono anche mamma e papà, che da Conegliano, in Veneto, dove risiedevamo, ha portato la tv a colori: un Phonola bianco. Nonno infatti possiede due televisori in bianconero, uno dei quali, immenso, immagino pesantissimo, aveva solo Raiuno e Raidue.

Palla a Tardelli, tiro e gol. Quel gol memorabile. Mio padre si alza – immagine che mi porterò fino alla tomba – e, di fronte al televisore che trasmette la corsa urlante dell’ala juventina, fa due gesti dell’ombrello: un uno-due più potente di quelli di Alì. In quei due gesti, nella gioia che esprimono, nella tensione che li fa esplodere, c’è tutta l’Italia, tutto l’italiano. E c’è anche  il borghese italiano che si prende la sua rivincita nei confronti della Germania e tutto quello che ha significato nella nostra storia: la Grande Guerra, Caporetto e il Piave; l’alleanza con Hitler, i nazisti a spasso per l’Italia, i soprusi e le violenze. Una rivincita storica – magra consolazione, fugace gioia, ma pur sempre consolazione, pur sempre gioia.

E tutto questo grazie alla nazionale di calcio guidata da Enzo Bearzot.

Riposi in pace.

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