Don Matteo Dentoni

Stavo rileggendo Leopardi. Il Leopardi poeta. Vecchia passionaccia dei tempi del liceo.

E qui mi si permetta di parlare  del povero Don Matteo Dentoni, il mio professore di italiano. Povero perché è morto alcuni anni fa. E perché non ho mai riconosciuto il giusto peso che ebbe nella mia formazione culturale.

Tra le tante cose che fece, e pur tra i tanti difetti che lo contraddistinsero, offrì a noi studenti un’ottima metodologia per studiare ed apprezzare gli autori: ci spinse infatti a conoscerli partendo direttamente dai loro testi, a leggerli e rileggerli più volte. E ci ammonì a non passare attraverso le interpretazioni elaborate dai vari critici, che spesso risultavano essere lenti deformate e, quindi, assolutamente inutili ad una chiara e corretta messa a fuoco di ciò che vuole significare un determinato poeta o romanziere. Solo in un secondo o terzo momento e dopo aver sviscerato letto e riletto la poesia o il romanzo in questione, avremmo noi studenti potuto consultare i critici. Pare una cazzata, una banalità, ma quanti possono affermare, ai tempi della scuola, di aver approcciato un autore trascurando fin dall’inizio le note introduttive del curatore del testo antologico o l’analisi di un qualsiasi critico? Come spiegava il sommo Popper, già siamo immersi nelle teorie: se poi ne assumiamo in abbondanza delle altre prima di approfondire attentamente un testo, siamo fregati.

E proprio in quest’ottica, riferendosi a Leopardi, Don Matteo volle avvisarci sulle falsità di molte teorie che ruotavano intorno alle liriche del recanatese e che finivano per banalizzarlo, tradirlo, non spiegarlo affatto. Veri e propri idola tribui che non servivano a nulla (o quasi). Secondo il professore, parlare di pessimismo cosmico, di natura matrigna o, addirittura, ritenere la deformità fisica del Leopardi (la famosa gobba!) come la vera molla poetica era ridicolo: solo i somari pensavano e dicevano queste sciocchezze.

E, forse, chissà, anche per praticare fino in fondo l’insegnamento di Don Matteo, ossia per mettere in discussione la sua interpretazione del poeta marchigiano, mi sono messo a contestarlo: a contestare il mio professore che criticava i critici. E ho ucciso metaforicamente il padre, uno dei miei padri culturali: ho voluto rileggere il Leopardi poeta.  O, più correttamente, dovrei scrivere “ho letto Leopardi”, perché per la prima volta in vita mia mi sono avvicinato a tutti i suoi componimenti: da quelli giovanili fino ai frammenti, passando per AspasiaIl pensiero dominante. Senza trascurare, ovviamente, quelli che già conoscevo: i più famosi (A Silvia, Il passero solitario, La ginestra) e quelli meno noti, ma a me carissimi, come A me stesso o Il tramonto della luna.

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