I dioscuri

Per la secondo volta negli ultimi sei mesi mi sono dovuto leggere Panorama – per motivi di lavoro, che non sto qui a spiegare. Lettura interessante – si fa per dire. Di interessante, veramente interessante, c’è un lungo articolo/commento del leggendario Oscar Giannino. Un ritratto della Gelmini e di Marchionne, considerati dal giornalista due eroici innovatori.

Subito un aspetto colpisce nello scritto di Giannino: il fatto che doveva riempire lo spazio e non sapeva bene cosa scrivere. Perché altrimenti non avrebbe nessuna spiegazione la premessa, molto lunga, così lunga da non essere più una premessa, di carattere filosofico. Sintetizzando, Giannino ritiene che i due siano una sorta di eroi classici dell’Antica Grecia, che sono riusciti ad imporre la propria forza/volontà contro le resistenze del presente. Sto semplificando, forse sto banalizzando, ma il discorso del giornalista è veramente incomprensibile, scritto per pochi intimi, per un circolo di iniziati di non so quale “sofia”. Ma che sia il lettore a giudicare.

Ecco cosa scrive Giannino: “Se li (la Gelmini e Marchionne n.d.r) si scruta col metro degli elementi fondativi della civiltà occidentale, la loro è una sana boccata d’aria che ci fa tornare all’apollineità monistica del fare razionale rispetto al dionisiaco culto dell’immobilità da una parte e dell’ebrezza come pure movimento scomposto”. Tutto chiaro? Ma non finisce qui: “Da Nietsche a Kerény, passando per Jung e Friedrich Otto, non c’è filosofo, filologo e psichista che tra Otto e Novecento abbia affondato la sua lama nel groppo dei miti più antichi dell’Occidente che non non ci spieghi come il procedere dalla tenebra di scontri primigeni all’ordine di città e comunità coese sia dovuto a eroi come Teseo, Cadmo, Eracle e Perseo. Ciascuno eroe in quanto affermatore del primato di un fare ordinato, espressione della volontà umana tesa sino allo spasimo, rispetto agli anatemi e ai ceppi proiettati della terra, della flora, della fauna. Per secoli la storia delle città stato greche era scandita dalle feste che celebravano l’affermazione dell’uomo che-fa  sul dio-che-vieta”. E poi conclude (con l’immancabile tirata verso il relativismo): “Il paradosso è che all’impotenza del fare ci siamo per molti versi ridotti, per via del trionfo del relativismo antropologico-culturale in cui si è risolta l’esplosione del Novecento”.

Insomma, la mitologia greca rivisitata da una parte del pensiero dell’Ottocento e Novecento come categoria interpretativa dell’agire di Gelmini e Marchionne. Cosa si era fumato Giannino quando ha scritto questo articolo? Voleva farci vedere quante belle letture aveva fatto durante le festività natalizie? Peccato che poi, andando nel concreto, ossia analizzando l’attività dei due, rimane in superficie. Non si capisce in cosa consista la bontà della riforma universitaria:leggendo Giannino, non riesco a farmi un giudizio, perché il giornalista non dice nulla – a parte la retorica d’occasione: “Sotto la polvere sono restati tanti soloni pronti e disposti a negare che dell’università si debba parlare in un punto di fatto e di difetto, e non come clava in testa al premier. A tanti giovani intossicati da fumo apocalittico vaglielo adesso a spiegare che è loro interesse che gli oltre 50 decreti attuativi vengano assunti presto e bene, perché hanno di che guadagnarci e non da rimetterci”. No, Giannino, vaglielo tu a spiegare tutte queste belle cose ai giovani, sei tu che scrivi, mica io, se tu che filosofeggi, mica io; vaglielo tu a dire alla Gelmini, perché è lei, è il suo ministero a dover redigere (presto e bene) gli oltre 50 decreti attuativi – un bel modo di snellire le procedure burocratiche, di ridurre le tante cartacce che appesantiscono l’amministrazione pubblica del nostro Paese…

Anche, scrivendo di Marchionne, Giannino rimane sul vago. E l’unico spunto veramente interessante lo mette (letteralmente) tra parentesi: “In ballo, per chi lo alimenterà sino all’esito del voto e continuerà magari anche dopo, non c’è affatto la produttività della Fiat e del Paese (oltretutto, lo schema dell’ideologizzazione impedisce di parlare pianamente di quanto nessuno ha ancora capito e che è un altro paio di maniche rispetto alla produttività, cioè quali modelli la Fiat avrà davvero pronti, per difendersi dai concorrenti sui mercati europei)”. Giustissimo. Bravo Giannino! Infatti quali sono i modelli che la Fiat intende produrre? Può produrne tanti di più e ad un costo minore con questo nuovo contratto, ma se fanno schifo (in termini di design, di prestazione, di aerodinamica, componentistica etc), chi se li compra? Ma allora, caro Giannino, perché, invece di pontificare su Ercole e Cadmo, non hai approfondito questa eventuale lacuna del progetto di Marchionne? Perché ne hai fatto cenno en passant, tra parentesi? Perché non faceva comodo alla logica del tuo discorso di esaltazione del carattere innovatore, del fare razionale, del fare ordinato di Gelmini e Marchionne: perché lo smentiva. Perché questo fare non sarebbe poi tanto razionale e ordinato, se presenta queste lacune. In questo modo, caro Giannino, ti comporti come quei soloni di sinistra, che tanto e giustamente critichi: non è l’argomentazione che prevale nel tuo ragionamento, è la semplice e pura dialettica, fine a se stessa.

Un’occasione persa.

P.S. Poi ci sarebbe da fare un lungo discorso sulla premessa filosofica. Perché rileggere i miti del passato, attraverso alcuni filosofi dell’Ottocento e Novecento, è operazione intellettuale intrigante, ma riduttiva. Perché stiamo parlando di un’interpretazione non definitiva, a cui se ne contrappongono altre, che possono risultare più corrette. Insomma, Nietzsche non è la verità quando parla di Antica Grecia. A parte il fatto che poi il discorso sull’Antica Grecia e i suoi miti risale all’Antica Grecia. I primi a ri-pensare i miti sono stati i greci stessi: i filosofi, i tragediografi…, Eschilo, Platone etc. E poi sono venuti i Romani, i Cristiani, il medioevo, l’umanesimo, il rinascimento etc etc etc. Tra tanti nomi: Machiavelli o Vico non dicono nulla?

Non basta: cosa c’entra Ercole (o Eracle)? Lui non era un uomo, era un semi-dio, figlio di Giove in persona, mica pizza e fichi. Ci credo che riusciva a fare quello che ha fatto: aveva una forza che nessun uomo normale sarebbe mai riuscito a fare. E, spesso, gli veniva in soccorso il padre stesso. Poi di Ercole tutto si può dire eccetto che il suo fare fosse razionale: era la forza bruta per antonomasia. Qualsiasi studente di liceo o di università lo sa: l’eroe razionale, ordinato, che utilizza l’astuzia, l’inganno, che mette a frutto l’intelligenza e le sue infinite possibilità, non è tanto Eracle o Achille, è Odisseo.  I primi sono esempi dell’eroe guerriero, valoroso, dall’enorme senso dell’onore e della dignità, il cui agire è la violenza e la guerra, cose queste che proprio ordinate razionalmente non sono. E’ Odisseo, semmai, ad essere l’eroe razionale. E stiamo parlando di un personaggio che ha fatto quello che ha fatto perché aveva l’appoggio del sovrannaturale, della divinità: quindi, nessuna contrapposizione, come invece scrive Giannino, tra l’uomo che-fa sul dio-che-vieta.

Nel mito greco il Dio vieta solo se si sente minacciato dall’uomo. Più correttamente: solo se l’uomo non lo rispetta. Odisseo ha contro Giunone perché non l’ha rispettata; ha il sostegno di Atena, perché la venera. Lo stesso dicasi per Perseo, che sconfigge Medusa grazie all’aiuto delle divinità.

Il contrasto Dio contro uomo non è così scontato, come invece pare supporre Giannino. Poi non è vero che le feste nella Grecia antica servissero a manifestare la liberazione dell’uomo dalla divinità. Spesso erano il contrario: stavano a dimostrare la sottomissione dell’uomo verso gli Dei. Così avveniva per la festa più importante ad Atene, dedicata appunto ad Atena. Le Olimpiadi erano un omaggio a Zeus.

Ci sono tantissimi esempi che confutano la tesi di Giannino. Parliamo dell’Argonautiche, ossia il racconto della spedizione di Giasone per catturare vello d’oro. Al gruppo di valorosi s’era unito Eracle, che però scompare quasi subito. Cosa vuol dire? Gli studiosi propongono la seguente interpretazione (altrettanto valida, se non di più, di quella del giornalista di Panorama): le Argonautiche mostrano che il protagonista della nuova età non è più il super-uomo alla Ercole, che tutto spacca grazie al suo sangue divino, ma l’uomo comune, con il suo intelletto, sagacia, perplessità e dubbi, ossia Giasone. E i critici hanno visto nel Giasone delle Argonautiche di Apollonio Rodio un imitatore di Odisseo.  Ma Giasone e Odisseo nell’elenco di Giannino non ci sono.

Per finire parliamo di morte. Quando muore, Eracle assurge in cielo, in quanto figlio di Zeus: molto razionale, vero? Odisseo, invece, crepa di vecchiaia a Itaca. Oppure, secondo la magnifica versione di Dante, in mare per seguire “vertute e canoscenza”: la virtù, il valore, la forza interiore che rende un uomo un essere valoroso, virtuoso (virtus si lega a vir=uomo, a sua volta legato a vis=forza). Senza dimenticare la conoscenza, il sapere, l’intelletto, la ragione. Solo che in Dante la ragione non può procedere all’infinito, nel suo caso non può incontrare Dio, senza essere sostenuta dalla fede. Ecco perché il pagano Odisseo affonda. Ecco perché il pagano Virgilio, simbolo della ragione, non può accompagnare Dante in Paradiso, ma lo deve lasciare nelle mani di Beatrice. Nell’interpretazione dantesca Odisseo è l’esempio dell’intellettuale che non crede nell’assoluto, che non ha fede nell’assoluto, che non si ferma mai, che vuole sempre sperimentare, mai pago dei risultati ottenuti e della conoscenza posseduta: è il vero rappresentante dell’uomo occidentale moderno ed è. contemporaneamente, il tipico rappresentante del relativismo antropologico-culturale tanto paventato da Giannino, che però non esplode nel Novecento, ma secoli prima.

Come si vede, il ragionamento filosofico di Giannino ha molte pecche, perché ha molte pecche il ragionamento di un Nietzsche o di uno Jung. Alla loro interpretazione dell’antica Grecia, quindi, continuiamo a preferire quella, seppur non priva di errori, fornita da Popper. Il filosofo di origine austriaca vedeva nell’Atene di Pericle, pluralista  nel sapere e nel fare e, quindi, relativista, l’esempio o ideal-tipo weberiano della società aperta, cui tutti dovremmo tendere.

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...


%d blogger cliccano Mi Piace per questo: