La versione di Barney

Miriam Grant sta assaggiando un pezzo di torta al cioccolato. Spinge il piatto verso l’ex marito, Barney Panofsky. Ma Barney rimane immobile: fissa le posate e non sa che farsene, non sa cosa siano. Per lui sono oggetti sconosciuti. La tragedia dell’Alzheimer.

E’ verso la fine la scena più toccante, più bella – fatta solo di gesti, di sguardi – del film La Versione di Barney, tratto dall’omonimo libro di Mordecai Richler. Operazione difficilissima da realizzare: portare sul grande schermo il capolavoro dello scrittore canadese, senza tradirlo, mantenendone intatte tutte (o quasi) le qualità. C’è riuscito il regista Richard Lewis?

A questa domanda i critici e gli estimatori di Richler hanno dato risposte differenti. Secondo alcuni, il film ha ammorbidito il romanzo e i suoi personaggi, non è stato capace di conservarne l’ironia tagliente, il cinismo, il politically incorrect che pervade tutto il libro e che è epitomizzato dal protagonista, Barney. Secondo altri, invece, il lavoro svolto dal Lewis è stato più che dignitoso: rispetto all’enorme (e, forse, insormontabile) difficoltà di trasportare al cinema la grande letteratura e in confronto con altre analoghe operazioni, lo spirito del libro non è stato tradito. Tutt’altro.

Certo, rispetto al romanzo si sono prese diverse licenze (e sono state già ampiamente descritte sulla stampa): sono scomparsi alcuni personaggi di contorno, i figli da tre sono passati a due, il racconto del primo matrimonio è stato fortemente sintetizzato, il personaggio della seconda moglie è stato tratteggiato in maniera meno accurata, il padre di Barney ha più spazio (se hai Dustin Hoffman, non gli puoi far fare un cameo), il periodo bohemienne viene trascorso non nella Parigi degli anni ’50 ma nella Roma degli anni ’70 (con immancabili e stereotipizzati mandolini e fisarmoniche in sottofondo). Questo e tanto altro. Per non parlare del sarcasmo di Barney, che viene fortemente ridimensionato: delle centinaia e centinaia di battute e scene comiche presenti nel romanzo qui ne troviamo molte di meno.

Ecco: in questa carenza gli aficionados dello scrittore canadese hanno visto il sacrilegio compiuto dal regista e dagli sceneggiatori. Sbagliando. Perché, se è vero che La versione di Barney è il manifesto di una vita, di un’anima, quella di Panofsky, essa non consiste solamente nel cinismo, nella cattiveria, ma anche nell’immenso amore che Barney ha provato per Miriam, la terza moglie. Ebbene, questa parte della vita, dell’anima (e del libro) c’è tutta nel film. Delicatamente, sapientemente, magistralmente resa dai due protagonisti: Paul Giamatti e la meravigliosa (non so trovare altri aggettivi) Rosamunde Pike. Entrambi stupefacenti: direi (so di bestemmiare) più la Pike che di Giamatti, forse perché Barney me lo immaginavo diverso dall’attore italo-americano. Mentre la Pike è Miriam all’ennesima potenza.  Due grandi attori che dimostrano il loro talento nella scena con cui ho aperto questo post e che è poi riproposizione fedele del romanzo. A dimostrazione che la Versione di Barney (il libro e, quindi, il film) è molto di più di un insieme di fulminanti battute ironiche.

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