Due conti

Niente retorica (i sacri confini della Patria, la triade Garibaldi Mazzini Cavour, il Piave, la breccia di Porta Pia etc). Solo un  ragionamento “contabile”, quel tipo di ragionamento che tanto piace ai nostri industriali, industrialotti e a tutti i malati dell’ideologia del produttivismo (“produci consuma crepa”). Insomma, quei tizi (dalla Marcegaglia ai vari ministri leghisti al capo della Uil, Angeletti) che si oppongono a fare festa il 17 marzo, giorno dell’Unità d’Italia.

Il loro discorso è semplice: non è tempo per gozzovigliare, il Paese è in crisi, è il momento di rimboccarsi le maniche, bisogna lavorare. Troppe feste, troppi ponti (il 17 marzo è giovedì e logica italiana vuole che anche il venerdì non si vada al lavoro: un bel ponte).

Un discorso che, ipocrisie a parte (solo ora si accorgono che il Paese ha bisogno di lavoro), va respinto. Perché – e contabilizzo –  fino al 2 giugno non ci sono feste e ponti. Il 25 aprile è il lunedì di Pasquetta. Il 1 maggio è domenica. Nessun giorno di lavoro perso, quindi.

Domanda: l’Italia sprofonda nella crisi se si festeggia il 17 e il 18 marzo?

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