I bianchi hanno il ritmo nel sangue

L’ho sempre detto e lo scrivo anche ora: da un punto di vista jazzistico i neri sono nettamente superiori. Hanno un qualcosa in più rispetto ai bianchi (gialli, verdi, blu etc). Hanno un quid, uno swing, un furore sacro che gli altri se lo scordano. Non accade sempre, ma hanno una marcia in più. Non so perché. Forse ce l’hanno nel sangue, nella carne, nell’anima. Boh. Ce l’hanno e basta. Poi ci sono le eccezioni.

Tra quest’ultime ne voglio segnalare tre, frutto di recente (ri)scoperta. La prima: Keith Jarrett. Pianista di mostruoso livello, eccelso sia nel tono intimistico sia in quello scatenato. Non mi dilungo più di tanto su di lui. Ogni parola sarebbe superflua. Voglio solo aggiungere che sto riscoprendo gli album del suo quartetto europeo. Sono di altissimo livello: ricchi di sfumature, di emozioni, di passioni. Non sfigurano affatto se confrontati con quelli del quartetto americano (e che quartetto: due bianchi, Charlie Hadene Paul Motian, un nero,Deweye Redman). La bellezza dei lavori del famoso quartetto europeo, ossia con il sassofonista Jan Garbarek (e Palle Danielsson al basso e Jon Christensen alla batteria), è innegabile. E’ sufficiente ascoltare gli album My Song e Belonging.

Altra lodevole eccezione è Pat Metheny. Di lui ho sempre apprezzato, anche in album che non apprezzo tantissimo, il fatto che ha uno stile. Appena senti le prime note delle schitarrate, lo riconosci subito. Come spiegava il grande Sonny Rollins, un bravo jazzista deve avere, tra le tante cose, anche un sound, una voce. Ebbene, Pat Metheny quella voce ce l’ha. Eccome. E fin dall’inizio della sua carriera. Al massimo l’ha affinata. Non mi entusiasmano del chitarrista americano certe sue eccessive concessioni all’elettronica. Basti pensare agli album degli anni ’80, pieni di quell’orribile sonorità pop, seppur nel complesso non siano da gettare nel cestino. Gli album di fine anni ’70 però sono di tutt’altro livello. Li ho scoperti da poco. E che piacevole scoperta! Frenetici. Frizzanti. Freschi. Mix riuscitissimo di jazz, rock e folk, senza pesantezze elettroniche. Sono rimasto meravigliosamente impressionato da American garage: un brano più bello dell’altro. Per non parlare di quello che dà il titolo all’album stesso: in poco più di quattro minuti Metheny sintetizza il meglio del ‘900 musicale a stelle strisce: jazz, folk, r ‘n b, soul e rock ‘n roll. Un gioiello. Impreziosito anche da quel grandissimo pianista, mai troppo elogiato, che si chiama Lyle Mays.

La terza eccezione è Brad Meldhau. Nei suoi confronti ho avuto dei forti pregiudizi (alcuni dei quali ancora duri a morire). L’unanimità di consensi, senza se e senza ma, verso uno scrittore, un regista o un musicista m’ha lasciato sempre indifferente o scettico. Lo stesso è avvenuto per Meldhau. Quel poco che avevo sentito di lui non m’aveva fatto impazzire. Si trattava di partecipazione a dischi di altri artisti come John Scofield o Michael Brecker. Niente di che. Il ragazzo possedeva del talento e l’avevo capito anche io, soprattutto ascoltando l’album postumo del povero Brecker. In quell’occasione Meldhau non aveva affatto sfigurato di fronte ad Herbie Hancock. Ma da qui a paragonarlo al nuovo Jarrett, come alcuni critici da anni stavano facendo, mi pareva esagerato. Ancora adesso penso che sia esagerato. Meldhau non è il nuovo Jarrett, non lo sarà mai e, forse, non vuole neanche esserlo. Ma ha indubbie qualità artistiche. La prova è dimostrata dal doppio album Highway Rider, dove insieme al suo trio si esibisce con il grande sassofonista Joshua Redman (figlio di quel Dewey che collaborò con Jarrett) e con un’orchestra. E’ vero che gli album jazz che contengono archi e ottoni mi colpiscono positivamente – anche se poi la fattura è quella che è. Tuttavia Meldhau dimostra ottime capacità di compositore. Fatica non da poco, firma tutti i brani: alcuni belli, altri passabili, altri ancora inutili. Seppur inferiore ai lavoro orchestrali di un Terence Blanchard, Meldhau possiede stile, voce e questo, secondo la legge di Rollins, è un bene. Si vede che è un pianista jazz moderno: si ispira ai grandi, ma non li imita. Niente male.

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