Il discorso del re

Il film è ben fatto: belli i dialoghi, belle le scenografie, belli i vestiti. Ottimamente recitato: Colin Firth (anche se, ripeto, è facile recitare un disadattato, mentale o psichico), Helena Boham Carter e Geoffrey Rush non si discutono.

La pellicola non annoia, ma diverte. E, perché no?, emoziona: ci si emoziona seguendo le avventure del futuro Giorgio VI, mentre tenta di sconfiggere la balbuzie e, più in generale, il senso di inadeguatezza (ad essere figlio di re e poi egli stesso re). Tutti sono contenti quando alla fine Giorgio VI riesce a pronunciare senza grandi intoppi il discorso più importante, quello con il qual dichiara l’entrata della Gran Bretagna nella Seconda Guerra Mondiale.

Intrigante – e giustamente molti giornalisti l’hanno segnato – la descrizione data al ruolo crescente dei mezzi di comunicazione di massa nella società del ‘900. In questo caso, stiamo parlando della radio, che si diffonde in tutto il paese, portando (seppur virtualmente) il re nelle case di ogni cittadino dell’impero britannico. Una vera rivoluzione che costringe la dinastia dei Windsor a cambiare i propri secolari comportamenti.

Tutto bene, quindi? Certo, ma manca qualcosa: si tratta di quelle battute, quei momenti che fanno di un film un capolavoro. Difficile da spiegare, lo so. Ci sono sì scene che ti fanno innamorare del cinema. Sto pensando a quanto vediamo all’inizio, ossia il discorso che il futuro Giorgio VI deve tenere in occasione di una delle tante esposizioni internazionali: lui che si rilegge il discorso a bassa voce, insieme alla moglie, nei corridoi dell’arena dove si terrà il comizio; lui che sale le scale, ripreso da dietro; lui che entra nel palco e si trova di fronte una marea di gente; lui davanti al microfono, visto come uno strumento malvagio, e lui sperso, incapace di parlare. Episodio niente male, senza dubbio. Ma poi di altrettanto epico non c’è nulla.

Infine, c’è un altro aspetto del film che non m’ha convinto: si lega alla natura del sistema delle comunicazioni di massa, dove il mezzo è altrettanto importante del messaggio, dove alla fine conta la performance in sé e per sé e non tanto quanto si veicola. Mi spiego. Il climax del film è il discorso che il re deve pronunciare per annunciare l’inizio del conflitto bellico per la Gran Bretagna. Il dramma, il pathos consistono soprattutto nel modo in cui verrà svolto il discorso, mettendo in secondo piano il tema della guerra. Insomma: il dramma del re sembra non essere il fatto che deve portare i propri cittadini alla guerra e alcuni dei quali alla morte, ma è rappresentato dalla paura di balbettare durante l’annuncio. Mi pare alquanto fuori luogo.

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