L’epopea americana

Iniziamo con una banalità: il bello di leggere libri è scoprire di non sapere un cazzo. Ecco: io non so veramente un cazzo. E ne ho avuto la conferma, leggendo l’immensa opera “Storia della guerra civile americana”, firmata dallo storico Raimondo Luraghi. Ho scoperto che della famosa guerra di secessione, io amante della storia americana e dell’epopea del west raccontata da centinaia di film, non ne sapevo un cazzo.

Pensavo che uno dei moventi principali che mosse il Nord contro il Sud fosse il desiderio di reprimere, una volta per tutti, la schiavitù. No: l’obiettivo primario che si pose Lincoln fu impedire la disgregazione della repubblica americana, mantenere in vita l’unione. Costi quel che costi.

Pensavo che il Sud fosse un posto arretrato, intollerante, reazionario, violento e misoneista. Precursore del Sud Africa in versione apartheid. No: il Sud era una società molto meno rozza e retriva di quanto pensavo. Più simile all’Europa (l’Europa contadina, delle buone letture e delle buone maniere) che il Nord. Certo, c’era l’orribile schiavitù, l’esecrabile schiavitù: non tutti nel Sud l’amavano, la sostenevano, la difendevano; non tutti erano contrari ad una sua abolizione. Ma volevano fare a modo loro, secondo i loro tempi: nessuna imposizione dall’esterno. Per non parlare del fatto – e Luraghi lo sottolinea – che la condizione dei neri al Nord, pur liberi, non era eccezionale; per non parlare che in molte fabbriche al Nord la vita era peggiore che nelle piantagioni della Virginia o della Georgia.

Pensavo che lo scontro fosse Nord contro Sud in nome della schiavitù. E invece entravano in gioco altri fattori, altri interessi: interessi politici (la salvaguardia dell’unità del Paese) ed economici (l’agrario e libero-scambista Sud contro il protezionista e industriale Nord). Senza dimenticare il peso crescente delle popolazioni del middle-west, che portavano sempre più avanti le frontiere degli Stati Uniti e che volevano contare di più e che finirono per sostenere Lincoln e la sua politica.

Pensavo che la battaglia di Gettysburg fosse stata fondamentale per terminare la guerra: la battaglia per antonomasia. Non fu proprio così. Bloccò la grande iniziativa sudista: erano gli unionisti che si difendevano e non viceversa, come invece pensavo. Non determinò quindi la fine della guerra.

E ancora. Non pensavo che il generale nordista Sheridan avesse utilizzato la mano pesante in termine di terrore e devastazione. Pensavo che tale prerogativa appartenesse al grande Sherman.  Non pensavo che i generali Ulysses Grant e Robert Lee fossero stati dei grandissimi strateghi. Non pensavo che la cavalleria sudista fosse stata, per gran parte del conflitto, nettamente superiore a quella nordista.

Pensavo e mi sbagliavo. Non pensavo e ora so. Questo e tanto altro. Devo rendere merito a Raimondo Luraghi, autore di un’opera immensa: non solo per mole, ma per informazioni e dati forniti, fonti utilizzate, capacità di spiegare nel dettaglio le tante battaglie e i loro diversi momenti. Bravissimo nel tratteggiare i profili dei vari protagonisti. Capace – e stiamo parlando di circa 1.300 pagine! – di tenere quasi sempre desta l’attenzione del lettore grazie ad uno stile di scrittura notevole: antiquato in alcuni punti, sempre epico. Ricco di pathos, mai patetico.

Scorrendo le sue pagine, sembra infatti di star di fronte non ad un semplice libro di storia, ma ad un volume degno erede dei grandi testi dell’antichità classica. Sembra di leggere la storia di romana di Tito Livio o, addirittura, l’Iliade. L’Iliade della Guerra Civile Americana. Persone normali, normalissime che compiono imprese straordinarie, quasi divine. Sacrifici umani incredibili. Massacri. Violenze. Patriottismo. Senso dell’onore. Rispetto dell’avversario.

Non mancano i difetti. In talune parti Luraghi annoia: specie quando descrive minuziosamente lo schieramento dei diversi eserciti con interminabili elenchi di generali o quando espone il tipo di armamenti a disposizione dei due contendenti. Ma anche questi noiosi elenchi hanno un qualcosa di epico, ricordando da vicino Omero e le sue interminabili descrizioni. Inoltre lo storico piemontese sembra farsi prendere troppo la mano dal “senno di poi”, quando valuta criticamente il comportamento dei generali durante le diverse battaglie .

A parte questo, però, Luraghi riesce a maneggiare in maniera scientifica, da storico di assoluto livello, un’impressionante quantità di dati, realizzando un grande racconto storico (memorabile la scena della resa, quando Lee e Grant si incontrano). Un libro avvincente e fondamentale per capire gli Stati Uniti.

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Una Risposta to “L’epopea americana”

  1. Raimondo Luraghi (1921-2012) « peppone Says:

    […] poco prima della fine del 2012 lo storico Raimondo Luraghi: per stile era il Tito Livio della  storiografia sulla Guerra Civile […]

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