Boris – Il Film

Un film reazionario, questo Boris, trasposizione sul grande schermo dell’irrivente serie tv, andata in onda su FOX e FX. Reazionario – anche se non so quanto voluto, forse per nulla. Tuttavia, come giudicare un film in cui si prendono per i fondelli il cinema di sinistra, chiuso  nella propria spocchiosità, radical chic all’ennesima potenza e ipocrita come pochi, e il pubblico che si diverte per le più indicibili volgarità, che si sganascia per ogni sciocchezza da minus habens propinata dai cinepanettoni? Io lo definisco reazionario. E Boris, volenti o nolenti gli autori, questo è. Una satira del cinema italiano e dei suoi spettatori: ridicoli, cioé da ricerci sopra. Senza fare distinzioni tra destra popolana e sinistra pseudo-intellettuale.

Diverte l’idea di partenza: fare del libro La casta un film. Divertenti i provini che fa Ferretti per trovare gli sceneggiatori. Riuscita l’ironia nei confronti della proposopopea dei cineasti di sinistra. Riuscita la satira nei confronti dei cinepanettoni. Riuscita anche la presa in giro degli attori italiani: dal fanfarone Stanis La Rochelle (interpretato da Pietro Sermonti) alla sosia di Margherita Buy, l’afona e complessatissima Marilita Loy. I dialoghi sono in parte divertenti: alcune battute, però, sono oggettivamente scontate e ci sono momenti imbarazzanti – come quando Stanis porta scompiglio sul set perché vuole che il suo personaggio, Gianfranco Fini, abbia più spazio

Tuttavia, a lungo andare il film si perde. Il finale è raffazzonato, troppo frettoloso: la Casta viene trasformato in un volgarissimo film di natale, che fa scompisciare tutti. Mah! Insomma, gli autori non sono riusciti a rendere omogeneo il racconto: partono bene e finiscono male. E, purtroppo, è evidente la pochezza del budget della pellicola: gli interni lasciano alquanto a desiderare, gli esterni pure. Al confronto le pellicole di Gianni Di Gregorio, nella loro estrema semplicità scenografica, sembrano kolossal hollywoodiani.

Film da bocciare? Assolutamente no. Non solo per quel tono reazionario che lo contraddistingue – e, se non offendo nessuno, mi ricorda le magnifiche descrizioni che Gadda faceva di certa piccola-media-grande borghesia magnacciona. Ma anche perché fa ridere: sublime il dialogo tra Ferretti e la Marilita Loi. E ci sono alcuni attori bravi. Uno su tutti: Francesco Pannofino, che ha un’ottima mimica, sebbene talvolta ecceda  in smorfie , e riesce a modulare la voce in maniera fantastica. Pure Sermonti è da elogiare, come Catania, anche se rischiano di scadere nella macchietta. Scialba invece la Guzzantina.

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