Habemus Papam

Difficile dare un giudizio sull’ultimo film di Nanni Moretti. A me è piaciuto. E molto. Molto di più del famoso Il Caimano, che, a parte il profetico e straziante finale, giudico una pellicola mediocre, caoticamente sviluppata, confusa, amalgamata male: non riuscita, insomma.

Habemus Papam è di tutt’altro livello. L’idea – un appena eletto Papa, che non si sente all’altezza dell’incarico – è intrigante: chi di noi non s’è mai sentito impreparato di fronte ad un nuovo compito? Inoltre è ben raccontata. Certo, l’aspetto della fede non viene affrontato in maniera approfondita: il che è un grave per un film che coinvolge la Chiesa.

Dal punto di vista strettamente cinematografico Moretti riesce a tenere coerente la narrazione, che si svolge su due piani: il novello pontefice in giro per Roma a provare a fare i conti con se stesso e i cardinali e lo psicanalista Moretti rinchiusi in Vaticano in attesa che il Papa si decida. Diversamente da quanto avveniva nel Caimano, dove diverse trame si mal intrecciavano, in questo film non c’è disomogeneità tra le parti. Stesso discorso per il tono: leggerezza e serietà si mescolano egregiamente. Non ci si annoia, insomma. Anzi, si segue con curiosità l’intera storia: quasi ci si immedesima nel Papa e si vuole capire come andrà a finire.

Molti i momenti memorabili. La partita a pallavolo tra i cardinali: eccezionale. Moretti che passeggia per le stanze vaticane e che va ripetendo i luoghi comuni che riguardano la Santa Sede (“la farmacia dove si trovano i medicinali che in Italia non si vendono”). Moretti che prova a psicanalizzare la Bibbia. I cardinali che “ballano” ascoltando Todo cambia di Mercedes Sosa. La recita di Cechov in albergo, che vede duettare il Papa e l’attore fuori di testa: bellissima.  L’esperto di Chiesa che entra in crisi durante un’intervista al TG3 (“Non so che dire, stavo improvvisando”).

Ci sono delle pecche – ovviamente. Eccessivamente macchiettistico il giornalista del TG2, al limiti del ridicolo. Poco ragionata l’entrata in scena di Moretti: cioé il Papa si trova in difficoltà e, quasi immediatamente, le gerarchie vaticane si rivolgono ad uno psicanalista? Non credibile, inoltre, che la sicurezza vaticana perda così velocemente le tracce del Papa in fuga per Roma.

Ma tutto ciò non inficia la qualità della pellicola. E poi c’è quel finale: lascia l’amaro in bocca, è chiaro. Basti pensare alla reazione degli spettatori con cui avevo visto il film: s’erano divertiti, avevano riso (talvolta a sproposito) e poi, giunti alla conclusione, muti. Ma, proprio perché lascia l’amaro in bocca, proprio perché non sempre le cose finiscono positivamente, non sempre si vince, m’è piaciuto.

E gli attori? Bravissimo Michel Piccoli: secondo me, potrebbe essere premiato a Cannes. Moretti fa Moretti: l’antipatico e disincantato e mefistofelico Moretti. Molto bravi i cardinali: uno su tutti, Renato Scarpa, mai troppo elogiato. E poi che piacere rivedere sullo schermo Camillo Milli, il mitico presidente Borlotti, proprietario della Longobarda! Sì, proprio lui, Borlotti, il capo di Oronzo Canà, nell’Allenatore nel pallone. Inutile invece Margherita Buy: ma perché è inutile il suo ruolo ai fini del racconto.

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