Verba volant, scripta manent

La scrittura: lo scrivere come atto di speranza, secondo Sciascia. Come ultimo atto per non impazzire, per capire di essere ancora vivo, “per distrarsi dalla tentazione del niente”, come scriveva Bufalino. Baluardo contro la morte. Agonia.  Semplificando, anche questo è stato il destino di Aldo Moro prigioniero delle Brigate Rosse: storia che viene ri-raccontata dallo  studioso Miguel Gotor attraverso le vicende del memoriale del politico democristiano, i famosi scritti dalla prigionia. Il volume si chiama “Il memoriale della Repubblica” (edizioni Einaudi) e si legge (almeno io l’ho letto) tutto d’un fiato.

Dotato di una capacità di scrittura non indifferente, mai piatta, da romanziere affermato, e, come il miglior Sciascia, abile nel descrivere argutamente vicende, parole, atti e omissioni, Gotor prova a districarsi in quel labirinto nel labirinto del rapimento Moro, che è il destino del suo memoriale. Ripercorre le vicissitudini di questi scritti; ne ricostruisce i diversi ritrovamenti (prima i dattiloscritti e poi le fotocopie dei manoscritti), illuminandone i punti oscuri; da provetto filologo mette  a confronto i vari testi, ne sottolinea somiglianze e diversità. Dalle parole presenti, da quelle sottointese e a quelle probabili dei documenti scomparsi, dalle testimonianze rese dai protagonisti del rapimento e dei ritrovamenti degli scritti, le loro certezze, i loro dubbi e le loro contraddizioni, insomma, mettendo insieme testo e contesto, Gotor  costruisce ipotesi interpretative per spiegare cosa abbiamo, perché l’abbiamo, cosa ci manca e perché ci manca.  Lo storico rifugge da dietrologie e teorie cospiratorie. Almeno ci prova, mettendo in piedi ipotesi  che hanno un senso:  interpretazioni non campate in aria, perché poggiano su documenti e dichiarazioni. Non sempre riesce ad essere convincente, ma almeno dà da pensare.

Numerose le scoperte che faccio. Prima di tutto, gli scritti di Moro erano il frutto di una mediazione tra il prigioniero e le Brigate rosse. Le dichiarazioni del politico democristiano  venivano trascritte e controllate dai brigatisti  per poi essere ricontrollate dallo stesso Moro (altro che dominio pieno e incontrollato, altro che droghe). Impossibile, però, che tutto ciò venisse gestito da chi, concretamente, si trovò a sorvegliare per i 55 giorni il prigioniero: persone come Moretti, Morucci o Gallinari non avevano la preparazione culturale per tenere testa al politico democristiano.

Inoltre, vengo a sapere che i carabinieri erano divisi in faide: c’erano quelli legati alla P2, che seguivano i propri interessi; c’erano quelli come Dalla Chiesa, che agivano in maniera autonoma, spinti da interessi che loro ritenevano superiori alle regole della legge; c’erano quelli gelosi dello stesso Dalla Chiesa. Finisco per rivalutare una figura come Mino Pecorelli, passato alla storia come un giornalista scandalista, che ravanava nell’immondizia del gossip politico, e invece scopro essere stato sì un reporter senza scrupoli, ma dalle intuizioni impressionati e possessore di contatti e informazioni di primissimo livello.

E tante altre cose inedite per me emergono da libro. Il quale, giocoforza, diventa un’analisi della storia d’Italia, delle dinamiche di politica interna ed internazionale che negli anni ’70 si svolgevano nel nostro Paese: intrecci non sempre limpidi, giochi di potere raramente corretti. E’ anche uno spaccato del mondo brigatista: terroristi fanatici e avulsi da ogni contesto di pietà umana; terroristi che si sono pentiti per interesse; terroristi che hanno volutamente fornire una ricostruzione parziale dei fatti criminali di cui furono protagonisti (basti pensare a quanto detto, non detto o contraddetto sul destino degli scritti di Moro); terroristi che sono riusciti a rifarsi una vita senza troppo penare in carcere (Moretti è in liberta condizionata!); fiancheggiatori che sono passati dalla critica antiparlamentare di sinistra alla critica antiparlamentare populista, sempre sulla cresta dell’onda e senza mai chiedere scusa.

Un libro notevole (su cui ritonerò in futuri post) per una vicenda terrificante, che lo diventa ancor di più, se si pensa che potrebbero essere nascosti chissà dove i manoscritti originali di Moro, le registrazioni audio e video degli interrogatori. Una vicenda che potrebbe non aver fine. E meno male che ci sono libri come quello di Gotor che ce lo ricordano.

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