The tree of life

Cosa c’entrano i dinosauri nel racconto di una famiglia americana, padre madre e tre fratelli? E’ la prima domanda che mi viene in mente durante e dopo la visione dell’ultima opera di Terence Malick, The tree of life, fresca vincitrice al Festival di Cannes.

Perché ci sono anche i dinosauri, bucoliche scene di dinosauri che, insieme a tante altre immagini, si intervallano con la storia della famiglia guidata da Brad Pitt.

All’apparenza la classica famiglia americana anni ’50 e  ’60: casa, giardino, lunghi viali, campagna, fiumiciattoli, laghetti, padre indefesso lavoratore, madre perfetta e buona e bella casalinga, tre bambini giocherelloni, discoli al punto giusto, cane di compagnia. Il consueto quadretto familiare. All’apparenza. Perché la storia parte con la notizia della morte di uno dei fratelli a 19 anni. Tragedia. Disperazione. Funerale. Pianti. La stanza del figlio. E poi andiamo avanti nel tempo e incontriamo Sean Penn, uno dei fratelli, architetto spaesato con difficoltà di comunicazione con il padre. E ritorniamo nel passato per conoscere da vicino la famiglia.

Brad Pitt è un genitore molto rigoroso, troppo rigoroso: a tavola si parla solo quando decide lui e su argomenti che decide lui, non vuole essere chiamato papà ma padre ed esige che i figli finiscano la frase con “sissignore”. Non è manesco, questo no, ma poco ci manca. E la madre? Ama i suoi figli come solo una madre sa fare, li coccola, li protegge dal mondo che li circonda, dal padre bisbetico, che la considera troppo premurosa. Secondo la sua filosofia, infatti, solo il forte si fa strada nella vita, mentre il debole soccombe.

Quindi, non è tutto oro quello che luccica. Perché scopriamo inoltre che il padre è una persona affamata di successo, che non gli arriverà mai. Fallisce sul lavoro, non realizza i suoi obiettivi: guadagnare di più (da notare che la loro auto è a tre porte: una berlina a tre porte!) e comandare gli altri. Verso la fine del film sarà costretto a scegliere un lavoro che nessuno vuole fare. E ammetterà il fallimento di fronte al figlio. Persona, quindi, dotata di certa sensibilità, affettuoso con la prole e dotato di slanci sentimentali con la moglie. Sempre rigido e tutto d’un pezzo, ma non uno zoticone arrivista. E’ pure un amante (anche troppo) della musica classica, che  impone (anche durante i pasti!) ai suoi tre figli. Tre caratteri diversi. Temono il padre. Ma lo amano: la loro paura è non essere all’altezza delle sue aspettative. E venerano la madre.

In sintesi, questa la trama. Non originale, ma intrigante. Bavo Malick per come descrive la famiglia nella sua complessità e contraddizioni, per come la fa emergere anche attraverso dettagli, sfumature, sottointesi, per come sottolinea l’angoscia che la pervade, che forse pervade ogni vita. Peccato che annacqui il tutto con una sequela di immagini, allegorie, simbologie, talvolta azzeccate, spesso astruse (i dinosauri) e che non hanno a che fare con la trama. Esplosioni solari, micro-organismi cellulari, luci stroboscopiche, cascate, spiagge, le case mostruose di Bomarzo (Bomarzo!), vulcani che eruttano, stormi di uccelli, feti di animali. E chi più ne ha, più ne metta. Cosa rappresentano? La magnificenza della creazione? La vastità del cosmo? La finitezza dell’uomo? La meraviglia della vita? Tutto è possibile. Ma che pesantezza, che lentezza.

C ‘è modo e modo per trattare questi temi senza ammorbare lo spettatore, senza fargli perdere il filo delle vicende della famiglia protagonista. Questa galleria di scene, indubbiamente suggestive, appesantisce il racconto, lo rende noioso: non lo illumina affatto, rischia semmai di complicarlo. Cosa voleva rappresentare Malick facendo attraversare a Sean Penn quello che resta di un porta sita nel mezzo del deserto? Per non parlare dei dinosauri.

Troppa roba, troppa carne al fuoco, troppo ingredienti, molti dei quali sono inutili. Una maggiore parsimonia nel propinare le immagini avrebbe giovato sicuramente al film. Lo stesso vale anche per le frasi dette dai protagonisti ad accompagnamento di queste gallerie. Alcune sono molto belle – tipo: la vita è breve se non si è amato veramente – altre banalotte, da filosofia new age – non scrivo da quattro soldi, perché è tautologico: la filosofia new age è sempre da quattro soldi.

E sorvoliamo sui dinosauri.

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