Napoli. Anni fa

“Allora, mi raccomando, le sfogliatelle. Non ritornare da Napoli senza portarmi le sfogliatelle. Me ne basta una. Ma la voglio”.


E da ore che la la mia collega mi assilla. Siamo a settembre: anno 2007. Sindaco di Napoli: la Jervolino. Governatore della Campania: Bassolino. Io vado nella città partenopea per lavoro, per faticare, per guadagnare qualche euro in più, accompagnando una delegazione di stranieri provenienti dai cinque continenti, e lei mica mi incoraggia, “in bocca al lupo”, “va che ce la fai”, no, niente, lei pensa alle sfogliatelle. E precisa: “Da Scaturchio, mi raccomando. Perché la sfogliatella napoletana non è tale se non viene da Scaturchio. Sfogliatella, sì, ma da Scaturchio, che è una delizia da fine del mondo”.
E Scaturchio, questo nome che più strampalato non si può per una pasticceria, mi si imprime nella mente. Insieme al tono della voce della mia collega, sempre più affamata di sfogliatelle. Invasata.
“Ma a Roma non ci sono pasticcerie napoletane?” – le domando.
“Ma che discorsi fai! Non è le stessa cosa: è come andare, che so, in Portogallo o peggio in Kenya, anche se in un mega ristorante di lusso, ed ordinare bucatini all’amatriciana. Non saranno mai come quelli che si mangiano qua. O Scaturchio o niente”.
Le spiego: “Guarda, che lavoro tutto il giorno, arrivo in serata e parto il pomeriggio successivo, sono pieno di impegni, non so se riesco a trovare tempo per questo Scaturchio, e poi le sfogliatelle, sempre che te le possa comprare, mica te le porto fresche, le potrai mangiare il giorno dopo: non penso che siano la stessa cosa”.
“Che c’entra! Anzitutto conta il pensiero, e poi le sfogliatelle di Scaturchio non scadono, riescono ad essere fresche, veramente fresche anche il giorno dopo della loro lavorazione. Non è la stessa cosa che mangiarle appena fatte, lo so. Ma chi se ne frega. E poi se mi nasce un figlio, non vorrai che questo abbia una voglia di sfogliatelle, vero?”
Sentendo queste considerazioni – figlio, voglia di sfogliatelle – la guardo amammalucchito e vorrei dirlo:e che c’entro io con tuo figlio e con le voglie che potrà avere, ma sarà un problema del padre, se il pargolo avrà il corpo deformato da sfogliatelle, babà, salami o altri generi alimentari????!!!!
“Le sfogliatelle, mi raccomando”, si premura per l’ennesima volta la collega.
“Le sfogliatelle… le sfogliatelle… le sfogliatelle”.
Accompagnato da questa cantilena mi accingo a partire per Napoli.

 Napoli. Mai stato a Napoli. Trent’anni di vita e mai visto Napoli. Mai attirato da Napoli. Incuriosito, forse sì. Incuriosito: nel senso che mi sono sempre chiesto perché personaggi provenienti da altre città abbiano voluto vivere e morire a Napoli oppure essere considerati napoletani: uomini di cultura alta, come Giacomo Leopardi e Benedetto Croce, o di cultura più popolare, come Vittorio De Sica o Renzo Arbore, tutti indistintamente, volontariamente desiderosi di Napoli. Un mistero, per me. E io spero in una giornata non dico di risolvere, ma quantomeno di capire il fascino di Napoli.

 “A Napoli hanno fatta la metropolitana, ma non è servita a niente, a niente. O’ traffico è sempre isso, non cambia. A mattina e sera, è sempre nu casino. Mo’ hanno deciso di costrui’ un nuovo piezzo di metropolitana, ma i lavori se so’ fermate. L’acqua hanno trovato, le falde acquifere. Coglioni. O’ saccio pure io che se scavavano a funno, trovavi l’acqua. Lo  saccio io che tengo la terza media e guido il tassì. E chille che sono pure laureati, ingegneri, scienziati, non sanno, scavanano, scavano, scavano e trovano l’acqua. E si blocca tutto. Coglioni. E noi napulitani bloccati nel traffico, a morì nel traffico”.
Così parla il tassista che dalla stazione ferroviaria mi sta portando all’albergo. Lo ascolto, ma intanto a guardo a destra e a sinistra per capire Napoli dalle vetrine dei suoi negozi, dai vicoli che si intravedono, dalle scritte che leggo. Come queste: “Negozio di jeans, ‘A Pizzeria“.
O’ ciuccio, negozio dei tifosi napoletani”.
“Jervolino zoccola”.
“Fuori Napoli dalla Nato”.
“Basta ladri. Via Toledo ai napoletani”.
Ma ciò che mi colpisce più di tutto è il traffico: tutto bloccato, uno/due metri ogni venti minuti. Situazione da suicidio collettivo.
“Ma è sempre così, il traffico? Ma non è che c’è un incidente?”
“Ma quale incidente: iiihhhh. L’incidente gli capitasse ‘n coppa a o’ sindaco, a o’ governatore Bassolino, un altro porco da niente, ‘sta fetenzia. E che domani c’è San Gennaro, o’ miracolo di San Gennaro”.
“Ah, già il miracolo di San Gennaro, me n’ero dimenticato. La liquefazione del sangue. Ed è sempre così incasinata Napoli quando c’è il miracolo?”
“Sempre, sempre accusì il giorno prima del miracolo. Napoli diventa l’inferno ‘n coppa a ‘sta terra. A frenesia piglia isso, issa, piglia tutti i napoletani. E la città nu casino diventa”.
“Ma il miracolo lo fa, quest’anno San Gennaro?”
“L’aggia fa o’ miracolo San Genna’. Lo deve fare. Senno qua so’ casini. Se San Gennaro è contento, se è contento delle preghiere della gente, il miracolo lo fa. Lo fa. Ma può capitare che San Gennaro il miracolo non lo fa subito: dipende infatti dalle delle preghiere dei fedeli, se sono assaje, quanto i napotelani pregano, cosa dicono. Si inizia a pregare all’alba fino a quando il sangue non s’è sciolto e… STRUNZI!!!! ”
Il tassista smette di parlarmi di San Gennaro: due ragazzi sul motorino, entrambi ovviamente senza casco, ci tagliano la strada.
“‘Sto figlie ‘ndrocchia, sto strunzo co’ motorino, ma chillo che guida a fa’!!!! Per morì? E l’amico pure. Due strunzi freschi, freschi, cacati stamattina”.
Sorrido. “Senta, ma il casco? In televisione si sente spesso che a Napoli si viaggia in motorino senza casco. Tutti o quasi. E’ vero?”
“E o’ vero, o’ vero. Certo, la situazione è migliorata: adesso circa il 50% delle persone con la moto porta il casco. Chiano, chiano, anche Napoli sta diventando un paese civile. Certo, co’ sti coglioni di politici… tutti a fottere noi”.
“E San Gennaro, che fa?”
“San Gennaro, come dicevo… Tieni iccorna!!! fetente figlio di puttana (altro spericolato sulle due ruote)… San Gennaro, che è un santo serio, si può fare attendere. Se le preghiere non gli piacciono, embe’, se a San Gennaro non gli piace come vanne le cose, può pure ritardare il miracolo. E’ capitato che il sangue si è sciolto dopo molte ore”.
“Ah sì?”
“E’ già… E vulimmo passà, mannaccia a miseria, e che ce vulimmo assitta’ in miezzo a strata, che c’è vulimme aspietta’ ‘a zoccola de mammeta tua e lu ricchione de patreto??? ‘Sti passanti sono propio dei fetentoni”.
Una doverosa precisazione: seguirà adesso un dialogo in dialetto strettissimo, ancor più incomprensibile per un forestiero come me del dialogo appena riportato con il tassista. A fatica provo a trascrivere quello che ho capito, ben consapevole che non ho la benché minima capacità di riprodurre il napoletano, la sua comicità, la sua musicalità.
Siamo ad un incrocio: un Hummer (un Hummmer???!!!! A Napoli???!!!), guidato da una corpulenta signora con vistoso vestito a fiori e collana di perle rosse, viene in senso opposto al nostro e deve girare a sinistra. Il tassista la fa passare, ma un’altra auto, alla nostra destra, non si sposta.
Il tassista abbassa il finestrino di destra, si sposta in avanti e inizia.
“Aho, t’aggia a muovere, a muovere!, la signora ha da passa’, o voi capì o no, o voi capì o no? Aho, sto parlanno a te, mi senti. MI SENTI????!!!!”
Il conducente accusato – persona all’apparenza distinta, maglione di cotone arancione, barba bianca curata, capelli imbrillantinati all’indietro – si gira verso il tassista e gli risponde: “E tu che vuoje, agge passa’ io, aggie ‘a precedenza, se facce passa issa con quel carrozzone, stiamo qui fino a Natale”.
“Ma se non ti sposti rimango bloccato io, rimaniamo bloccati io, chille che stanno appresso a me, al signora, chille che stanno appresso a lei, e tutti sonammo ‘o clacsòn, che pure li morti in Paradiso ci sentono”.
“Non me ne fotte niente, io ho il diritto a passare, a signora aspetta”.
“Ma allora sei fetente forte, sei ‘nu strunzo con li fiocchi. SPOSTATI!!!!!! SPOSTATI!!!!”
I clacson, come previsto dal tassista, iniziano a suonare. Un bel concerto.
BEEP!
BEEP!
BEEP!
Lo pseudo-distinto conducente non demorde. “E che ve sonate vojaltre, ricchioni, fetenti. Sonate a mammeta. E vafangulo pure a issa”. E accompagna l’invito di andare a quel paese con la mano che si agita fuori dal finestrino.
Il tassista si rivolge verso di me – ha la faccia rossa per le urla, le vene sul collo gonfie: “Isso è strunzo forte, è propio strunzo, nu’ casino da niente perché vuole avere raggione, ‘o diritto, ‘sta fetenzia di diritto”.
Adesso anche la signora che vuole svoltare interviene, abbasa il finestrino.
“E che porcheria è questa. Toglietevi di torno – il voi napoletano!!!!! – che devo passare. State bloccando mezza Napoli, fatevi un po’ indietro così passo, abito a cento metri da qui e devo aspettare i vostri comodi per tornare da casa. Iiiiiimamma mia che devo vedere” E giù a suonare vigorosamente anche lei il clacson.
BEEP!
BEEP!
BEEP!
Noto che un numero crescente di passanti si è fermato ad assistere la scena e a commentarla, chi a bassa voce chi intervendo nella contesa delle precedenze e dicendo – urlando – la sua.
“I che bordello, che tamurriata Barbetta, BARBETTA!!!! – una persona di circa quarant’anni rivolto allo pseudo distinto conducente – a vulite fa’ passa’ o’ jeepone o vulimmo sta’ tutta la jornata, che il creatore ci dà, a sentire i clacsòn suonare? Vi piace la musica, eh, vulite fa nu’ balletto con questi clacsòn”.
“E fatela passare!!!!!” – grida un altro napoletano.
“Cafone, muovetevi!!!” – un altro ancora
Solo un ragazzo invece attacca la signora.
“E’ colpa di issa e di chille ccome a lei che vanno in giro per Napoli su questi Suvve e come cacchio si chiamano, questi macchinoni da accidere tutti, chille che li guida, chille che li criati, chille che non li multa. A signora non deve passare. Per principio deve aspettare il suo turno”.
BEEP!
BEEP!
BEEP!
Al milionesimo BEEP! lo pseudo conducente, deluso di non vedere rispettati i suoi diritti o stanco di essere vilipeso da tutta Napoli, fa retromarcia e fa passare la signora con l’Hummer.
Finalmente.
“Finalmente, o’ cretino – commenta il tassista – ha capito chello che doveva fa. ‘Sto figlio di una camorrista”.
Ci muoviamo. Lentamente.
Per distrarmi riporto il discorso su San Gennaro.
“Allora, lei mi diceva che San Gennaro può anche non compiere il miracolo immediatamente”.
“Sì”
“Dipende dalla preghiere: da quanti pregano, da come pregano, dall’intensità”.
“Esattamente”.
“Se i napoletani sono svogliati, San Gennaro si offende, cioé, forse se la prende un po’ e, giustamente, essendo un santo serio, non uno che fa la grazia così su due piedi in quattro e quattro otto, ritarda il miracolo, come a dire: cari napoletani, già non vi comportate bene durante l’anno, poi se pregate male, e che è!, volete pure che faccia subito il miracolo? Cioé, al di là della battuta, in questo modo può comportarsi il santo?”
“E’ o’ vero”
“Ma è capitato che San Gennaro non abbia fatto il miracolo?”
“E’ capitato, è capitato”.
“Ah sì – rimango sorpreso – e quando è capitato?”
“Una volta negli anni ’70 e un’altra nei primi anni ’80”.
“E che è successo?”
“Due sciocchezze. La prima, il colera. La seconda, il terremoto”.
Cazzarola – rifletto – la prima volta che vengo a Napoli e San Gennaro non mi fa il miracolo, come minimo riesplode il Vesuvio.
“E allora speriamo che domani  lo faccia, il miracolo”.
“Speriamo”, commenta il tassista, toccando il corno appeso allo specchietto retrovisore.
“Speriamo”, ripeto, toccando qualcos’altro.

 Il giorno dopo – San Genna, facite o’ miracoloooo!!! –   mi sveglio presto: la giornata è piena di impegni. Faccio la doccia e, in accappatoio, apro le finestre della mia stanza d’albergo, il Grand Hotel Vesuvio, proprio di fronte a Castel Dell’Ovo. Il mare. A destra il Vesuvio. C’è un bel sole, ma non fa caldo. Un melodia si sparge per le strade vuote, tanto più incredibilmente vuote se si pensa che ieri erano ingorgate di mezzi a due e quattro ruote. Melodia familiare, chitarra e piano, ma in un primissimo momento non riesco a dare un titolo alla musica. Poi, forse illuminato dal paesaggio che mi circonda, indovino tutto. E’ ‘O sole mio. Sembra veramente di stare nel più stereotipato dei film su Napoli e i napoletani: prima il traffico, adesso O sole mio come colonna sonora della giornata. Ci mancano solo il babà a colazione e la pizza a pranzo (e ci saranno!!!!) e siamo freschi.
Chiudo le finestre. Torno a vestirmi, canticchiando. Che bella cosa ‘na jurnata ‘e sole

 Stiamo accompagnando la delegazione di ospiti internazionali in giro a vedere Napoli: a capeggiare questo gruppo di stranieri c’è Joe, un italo-americano buffissimo e omosessualissimo, che s’è portato in vacanza da New York il fidanzato messicano. Piazza del Plebiscito, Teatro San Carlo, San Gregorio Armeno, i vicoli, le solite cose. Tappa finale: Napoli Sotterranea, ossia la visita dei cunicoli che si dipanano sotto la città partenopea per chilometri. “Le fogne!”, penso tra me e me, atterrito dallo schifo che ci posso trovare, dalla claustrofobia che temo sempre di soffrire e dall’eventuale terremoto, conseguenza dell’esplosione del Vesuvio, determinata dal mancato miracolo di San Gennaro. Eh, già, è ora di pranzo e della liquefazione del sangue neanche l’ombra. Del gruppo faccio conoscenza con una giovane di Singapore che mi fa continue domande su Napoli e la cultura napoletana. Io improvviso nel mio italianglish, un grammelot di inglese, latino (chissà perché quando devo parlare in una lingua straniera mi vengono in mente i termini latini), italiano, romanesco e marchigiano, e disquisisco da par mio sullo scibile umano: passando da Maradona ad Edoardo de Filippo, dalla camorra al presepe a Federico Moccia.
Arriviamo agli ingressi di Napoli Sotterranea. Continuando a fare lo splendido con la singaporese (sic?), che ride per le mie battute o, più semplicemente, si fa beffa di me, scendiamo gli scalini che ci portano nelle profondità della città.
La mia disinvoltura se ne va via, con la stessa velocità con cui siamo passati dalla luce alla penombra. Mi dimentico immediatamente del gruppo, la paura mi assale.
Primo pensiero che mi viene in mente.
“E che cazzo, proprio in queste cacchio di catacombe napoletane dovevo venire a morire?”
Secondo pensiero.
“Non è che adesso incrociamo qualche topo di Napoli, delle cui dimensioni stratosferiche si favoleggia da anni?”
Terzo pensiero.
“Ci sarà un bagno qui sottoterra?”
Passeggiamo per i cunicoli, accompagnati da una guida che parla in inglese. Non ci capisco nulla. E, anche se volessi impegnarmi a fondo per capire qualcosa, non ce la farei, tanta e tale la paura di essere sommerso da una frana, determinata sempre dall’eruzione del Vesuvio, causata dal solito mancato miracolo di San Gennaro. Pur stando al fresco – il posto è ovviamente umido – il gay italo-americano suda come un cavallo. Io sono stravolto dalla tensione. La singaporese mi domanda.
“Francesco. How are you? You don’t feel fine?”
“Why?”
“You are pale”.
“Oh, well, ecco, ehm, I think it’s guilty, ehm … sorry, what’s the term for colpa?” (what’s the term for colpa???? ma che ho detto???!??!!).
Ovviamente la singaporese non capisce un cavolo di quello che le ho domandato.
“Ecco, I think I’m pale, because the pizza that I have eaten (pronunciato, si badi bene: eten) is… I can’t digest… daigest… very well the pizza”.
“Sorry, I don’t understand”.
E pure questa qui – mi lamento – che non capisce nulla, cazzo Giuda Iscariota, che non comprende che mi sto dibattendo tra la vita e la morte, e pretende non solo che le spieghi in maniera scientifica le cause del mio malessere, come se non fosse evidente, essendo sufficiente guardarsi intorno, che stare cento metri sotto terra con San Gennaro che ritarda il miracolo è come minimo rischioso, come tagliarsi la barba con una scheggia di vetro, ma questa qui vuole anche che esponga la mia spiegazione utilizzando l’inglese che si parla nelle aule di  Cambridge durante le lezioni di letteratura inglese con la stesa pronuncia di Laurence Olivier, quando soleva recitare Shakespeare.
Delirio.
Vaniloquio.
Sono sull’orlo di una crisi di nervi.
La singaporese continua ad osservarmi. Per togliermi dall’impaccio, che sta compromettendo definitivamente il mio equilibrio psico-fisico, dico: “Food.. I think the problem is the food…” e muovo la mano davanti alla pancia.
La singaporese fraintende.
“Ah, I see. You are hungry. Do you want a snack?”. E tira fuori dallo zainetto dei salatini.
VAFANGULOOOO!!!!! –  grida la mente del sottoscritto in perfetto accento napoletano. La mia bocca, invece, emette solo un preoccupantemente flebile “No, thanks” e mi allontano.
Ma la mia personalissima via crucis non è ancora finita.
Arriviamo infatti all’attrazione di Napoli Sotterranea: una serie di passaggi strettissimi e buissimi che possono essere attraversati solo in fila indiana e con una candela in mano.
Provo a rinunciare e a saltare il percorso, ma il gruppo è entusiasta del tragitto e io sarei l’unico ad evitarlo: una vergogna. Per di più, in quanto italiano, gioco pure in casa, non posso sfigurare e tirarmi indietro. Anche io Prendo la mia candela. E per prima cosa la cera colante mi sporca i vestiti e finisce pure sulla mano. Ovviamente è bollente. Dolore cane. La tolgo e mi strappo i peli della mano: ceretta gratis. Dolore canissimo.
Andiamo.
Sono l’ultimo della fila.
Metri e metri di passaggio che a me paiono chilometri. Non finisce più. Gli stranieri e gli altri italiani ridono. Io muto.
Alla fine arriviamo in un spazio: una sorta di cisterna. C’è pure l’acqua e sembra pulita. Due persone, una donna vestita di rosso – simil ballerina di flamenco – e un uomo con una chitarra in mano (un italiano vero…), ci accolgono. Parte il concertino di canzoni napoletane: Anema e core, Luna rossa, Malafemmina e altro. C’è tutta la napoletanità in questo momento. Al funiculi funiculà (cuniculì, cuniculà l’ha ribattezzato giustamente l’italo-americano gay, visto il posto in cui ci troviamo ) tutto il gruppo s’è messo a cantare. Pure io, che m’ero parzialmente ristabilito. Tanto è vero che all’ennesimo Jamme Jamme, preso dall’euforia, agito esageratamente la mano che porta la candela: altri due litri di cera sulla mia pelle. Ustione lavica: capisco seduta stante cos’ha provato Muzio Scevola.
Finito il concertino, passiamo per altri strettissimi cunicoli fino quando, pur rimanendo sottoterra, il passaggio si allarga: tiro un sospiro di sollievo. Riccardo, un mio collega, un marc’antonio, alto grosso con due spalle immense, un vero e proprio armadio, svela all’italo-americano: “Hey Joe (where you goin’ with that gun in your hand?) , in those galleries my shoulders didn’t fit”.
“Dear Riccardo, in those galleries my dick didn’t fit”.

Terminiamo la visita di Napoli Sotterranea e ci dirigiamo verso il pullman che ci porterà al municipio dove ci attende nientepopodimenoche il sindaco Rosa Russo Jervolino. Io poi devo pure prendere il treno che parte nel tardo pomeriggio per Roma. Siccome siamo in leggero ritardo, acceleriamo il passo. Non ci soffermiamo più di tanto a vedere le vetrine dei negozi o a visitarli. Eccetto il sottoscritto che per un momento esita di fronte a Scaturchio. Pur non volendo, pur non cercandolo, eccomi davanti al tanto declamato Scaturchio. Entro? Non entro? Entro? Non entro? Nell’indecisione il gruppo intanto si allontana. Lo seguo, pensando che avrò tempo di ritornarci, una volta concluso il ricevimento con il sindaco. Mi sbaglierò. Il sindaco parlerà troppo e, per non perdere il treno, sarò costretto a saltare Scaturchio.

Ma cosa disse di tanto interessante il sindaco?
“Vi ringrazio di cuore di essere qui a Napoli, a visitare la nostra città, in una giornata per lei e per noi particolare. Oggi, infatti, come sapete, è il giorno di San Gennaro, il nostro santo patrono, che anche questa volta ha voluto fare il miracolo: il suo sangue si è liquefatto e questo è un segno positivo per la città, beneaugurante per i suoi abitanti e i suoi ospiti”.
Parte l’applauso della delegazione e dei rappresentanti del comune di Napoli più numerosi della stessa delegazione. Anch’io applaudo: meno male che San Gennaro ha fatto il miracolo, finalmente, così potrò tornare a casa sano e salvo.
“Siamo contenti – continua il sindaco Jervolino – che voi avete avuto la possibilità di visitare alcuni dei luoghi più belli e caratteristici della nostra città. Perché Napoli – e spesso molti se lo scordano o fanno a fatica a ricordarsene, tra cui gli stessi miei concittadini – è proprio ciò che avete visto, le sue bellezze artistiche, il suo passato, la gentilezza e la cortesia dei suoi abitanti. E’ vero, Napoli ha problemi, inutile nasconderlo e, persino, ipocrita. Non è mia intenzione nascondervi le difficoltà che stiamo attraversando, non è mia intenzione tralasciare gli aspetti negativi della nostra città, perché uno degli impegni che da sempre ha caratterizzato la mia carriera politca, è stata l’onesta intellettuale, la sincerità a tutto campo…”
Ma va?
“Anche Napoli ha i suoi problemi. Forse l’avete notato quando siete arrivati nei giorni scorsi – non oggi, perché essendo giorno di festa erano poche le automobili in giro. Avrete sicuramente notato che uno dei principali problemi che ha la città è il traffico…”
Il traffico???? Parli di Napoli in un discorso che non vuole essere ipocrita e il primo problema che ti viene in mente è il traffico????
“Il traffico è una dei mali della nostra città, un male che oserei definire vera e propria piaga che rovina la vita dei napoletani sia il loro lavoro – perché sono tante le ore perse all’anno per recarsi al luogo di lavoro stando seduti in automobile – sia il loro tempo libero, che poi tanto libero non diventa se si è costretti, come capita, di dover star seduti in auto. Un male innegabile, che è sotto agli occhi di tutti, ma che vorrei non condizionasse il vostro giudizio sulla nostra città, perché rispetto ad alcuni anni fa, rispetto a quando la città non era da questa giunta governata, la situazione del traffico è migliorata, lentamente ma è migliorata, e solo chi è mosso da pregiudizi politici può non accorgersi del cambiamento che si è verificato. Le nostre politiche hanno determinato effetti positivi sul traffico:…”
Ancora il traffico, stai parlando da ore sul traffico a questi stranieri che se ne strafegano del traffico. Ma che siamo nel film di Johnny Stecchino di Benigni, nel quale il mafioso diceva che il principale problema di Palermo era il traffico?
“… abbiamo potenziato i trasporti pubblici, stiamo sviluppando la rete metropolitana, che per tecnologie usate è una delle migliori del mondo, delle più avanzate, abbiamo intensificato la presenza dei vigili nelle strade per razionalizzare e snellire nei limiti del possibile il traffico. Certo, molto è stato fatto e molto resta da fare. E ciò vale anche per un altro problema che assilla la nostra città, come il resto della Campania e il Mezzogiorno e cioé…”.
Ecco ci siamo, lo dice lo dice, parla della criminalità organizzata
“un problema che è legato per certi aspetti al traffico”
La criminalità legata al traffico, ma che è???? Il racket dei semafori forse?
“Questo problema è, avrete forse già capito, è l’inquinamento. L’inquinamento che…”.
L’inquinamento???!!!!!
SINDACO???!! SINDACO????!!! SINDACO?????!!!! MA CHE CAZZO DICIAMO???!!!!!
“L’inquinamento che pure in queste zone sta facendo sentire la sua presenza e…”
Il sindaco parlera per altri dieci minuti dell’inquinamento per poi passare brevemente alla disoccupazione. Solo alla fine del discorso farà un cenno alla criminalità, alla micro-criminalità. Non citerà mai la camorra.

Advertisements

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: