De profundis

Agosto, settembre. E l’8 settembre è dietro l’angolo.

“Allora sono tornato a casa, ho chiuso le imposte per non sentire lo schianto degli alberi che crollavano, e in memoria di tutti gli uomini che muoiono, di tutte le piante che cadono, di tutte le cose che finiscono, ho riletto il canto del dolore e della speranza: ‘De profundis clamavi ad te, domine’ “.

Con queste parole si chiude De profundis, l’opera che il giurista e romanziere sardo Salvatore Satta scrisse dal ’44 al ’45 in piena guerra civile. Saggio fondamentale, diventato famoso perché discettava di morte della Patria, concetto che ha fecondato il dibattito storiografico in Italia, specie negli ultimi 20 anni, grazie ad autori quali Galli Della Loggia, De Felice e Aga Rossi.

Tuttavia, rileggendolo in questi giorni estivi, in riva al mare o stravaccato a casa, quindi nella situazione migliore per essere concentrati, l’ho trovato un po’ sciapo, superficiale, moralistico. Satta non si propone di andare al nocciolo dei problemi, del perché e del come l’Italia crollò durante la seconda guerra mondiale, non individua le cause prossime e nemmeno quelle remote: non fa nemmeno i nomi.  Si ferma ad un’analisi di tipi, di un tipo particolare, l’uomo tradizionale. Secondo Satta, il colpevole della  morte della Patria è proprio l’uomo tradizionale, talmente ancorato ai suoi privilegi da accettare e sostenere tutto e il contrario di tutto: liberalismo, fascismo, antifascismo; augurandosi la grandezza dell’Italia sotto il Duce e auspicando la sconfitta della Patria pur di togliersi dalle scatole il Duce. Egoismo, ipocrisia, pochezza morale sono queste alcune delle caratteristiche dell’uomo tradizionale, che scambia il proprio particulare per libertà. Tutto vero, tutto giusto. O quasi: perché secondo Satta la vera libertà nasce in interiore hominis, dallo spirito, è fenomeno spirituale – visione idealistica o cristiana, affascinante quanto si vuole, ma come insegna Bobbio (e non solo) senza garanzie e istituzioni, senza formali regole, la libertà spirituale risulta indifesa contro qualsiasi tipo di sopruso.

Seppur ben narrata, con scene dal forte impatto, da grande romanzo manzoniano (come il caos a seguito dell’8 settembre con annesso assalto alle caserme), l’analisi di Satta è quindi incompleta. Filosofica, pecca di astrattezza. A questo proposito risulta molto più concreto La morte della Patria di Ernesto Galli Della Loggia. Insomma, il “De Profundis” spiega e non spiega. Va bene come momento di inizio per una seria riflessione della crisi italiana. Ma per approfondimenti bisogna andare altrove. Dove? Un consiglio di lettura: Una nazione allo sbando. 8 settembre 1943 di Elena Aga-Rossi.

Una Risposta to “De profundis”

  1. Il giorno del giudizio « peppone Says:

    […] Satta è da grande romanziere e lo aveva già dimostrato nelle pagine più letterarie presenti nel De Profundis: è secco, semplice, tagliente, disperato e disperante, senza fronzoli e, proprio per questo, ancor […]

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