Kaputt

Kaputt: rotto, fuori combattimento, guasto. Dall’ebraico Kapparoth, che significa vittima. E sono tutti vittime, anche i carnefici, ossia i nazisti, in Kaputt  di Curzio Malaparte. Uno dei più grandi romanzi italiani del secolo scorso.

Affascinante, tremendo, tragico, ironico: questo e altro è il viaggio compiuto da Malaparte nell’Europa (specie del Nord) in piena seconda guerra mondiale.  Il gelo terrificante della Finlandia, il fango dell’Ucraina, la desolazione della Polonia.   La vecchia Europa sta finendo, oramai fuori combattimento: e in questa tragica fine, per lo scrittore toscano, sono tutti vittime, anche coloro che teoricamente non lo dovrebbero essere, i tedeschi. Responsabili della distruzione, anche loro sono vittime: vittime della loro pietosa crudeltà, frutto della paura nei confronti del più debole, dell’inerme, dell’imperfetto (ebreo, slavo, handicappato…). Paura che non comporterà altro che la distruzione della stessa Germania.

La morte e  la devastazione sono dappertutto anche nei colori, negli odori, nei sapori. Malaparte dà il meglio di sè nella descrizione della visita al ghetto di Varsavia e delle inumane condizioni in cui vivevano gli ebrei, nel pogrom dei romeni contro gli ebrei, nella vicenda delle povere prostitute romene, utilizzate come carne da bordello per le voglie dei gerarchi tedeschi, nella pulizia politica attuata sempre dai tedeschi contro i prigionieri sovietici.

Ma la morte e la devastazione non sono solo fisiche ma anche morali. Nonostante la guerra imperversi intorno a loro, o forse proprio per questo, si possono incontrare nelle pagine malapartiane: generali tedeschi intenti alla caccia al salmone (e intendo caccia e non pesca per i mezzi usati) con dispiego di energie impensabili o impegnati in banchetti luculliani; rappresentanti delle diplomazie di mezzo mondo discorrere come se nulla fosse dei destini del mondo, tra un bicchiere di rosso e una coppa di champagne; gerarchi nazisti pontificare tra un sigaro e una sonata di Chopin sul destino dei popoli inferiori e sulla superiorità razziale ariana; nobili romani giocare a golf in pieno conflitto, indaffarati soprattutto a scambiarsi gli ultimi pettegolezzi e a maledire la guerra perché è noiosa (notevole è la descrizione di Galeazzo Ciano). Questi sono alcuni dei tanti quadri di desolante nulla morale che emergono dalle pagine di Malaparte, che mostra il tutto senza perdersi in tirate savonaroliane. Tutt’altro. Lui stesso è partecipe di questo clima di amoralità, non è un sepolcro imbiancato: anche lui è colpevole perché anche lui è vittima.

Ovviamente non è un romanzo perfetto. Ha diverse lacune. Quando deve raccontare la tragedia, l’atto di crudeltà o di pietà, Malaparte è secco, incisivo, senza troppi fronzoli. Per dare più effetto ad una scena già ad effetto (mi rimarrà per sempre memorabile la illustrazione di quei soldati senza palpebre, che vivono e dormono avendo sempre gli occhi aperti). Quando invece si dilunga nelle descrizioni dei banchetti, dei paesaggi o di altro, eccede: si perde in un lirismo dannunziano parolaio e inconcludente, caratterizzato da una distribuzione di aggettivi a caso. Costringe i lettori  a sforzi di immaginazione notevoli: tipo, come fa la notte ad essere di color verde?

Malaparte tende ad essere retorico e grottesco, non c’è dubbio. Come nei capitoli dedicati a Napoli sotto il bombardamento. Si trovano quegli eccessi che saranno numerosissimi nell’altro suo romanzo La Pelle, appessantendolo gravemente. Ma diversamente da quest’ultimo, che ne rappresenta a tutti gli effetti il seguito (inferiore), in Kaputt lo scrittore si limita nel creare immagini surreali, mantiene un tono ironico e distaccato e non cade nella saccenteria. Che purtroppo pervade La Pelle.

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