The company men

Altro bel film proposto questa estate da Sky è The Company Men. Protagonisti: Tommy Lee Jones (sempre più bravo) e Ben Affleck (sempre più scucchione). Ruolo da comprimario per Kevin Costner (sempre più botoxizzato).

Pellicola sulla crisi economica statunitense . Ma diversamente da  Tra le nuvole con Clooney, il tono di questo film è mesto: più triste. E forse anche per questo non è uscito nei cinema italiani – e qui bisognerebbe fare un discorso sulla volontà da parte dei distributori italiani di non dare spazio ad opere cinematografiche cupe, non ottimiste. La trama è semplice: gli affari vanno male e le aziende licenziano. Senza guardare in faccia nessuno. Tommy Lee Jones è costretto ad allontanare uno dei suoi manager più bravi e stimati, Ben Affleck. Il quale prova a riciclarsi, mandando curriculum a destra e a manca. Inutilmente: tante porte sbattute in faccia. E  perché è troppo competente per il ruolo vacante; e perché è troppo orgoglioso (o stupido) per accettare un lavoro, economicamente e prestigiosamente inferiore a quello che aveva prima. Anche quando si apre una speranza di assunzione in un’altra società, niente da fare: speranza vana. Unico sostegno: la moglie e i due figli.

All’inizio prova a mantenere lo stesso livello di vita che aveva precedentemente. Poi la realtà lo schiaffeggia rumorosamente e violentemente. Ed è costretto a vendere l’auto, la casa, a non frequentare più il country club di lusso. Ritorna a vivere con i propri genitori. Alla fine, lui iper laureato e iper specializzato, accetta di fare l’operaio per la piccolissima impresa edile del cognato, interpretato da Costner, che non lo stima. Bagno di umiltà necessario per ritrovare fiducia in se stesso e anche qualche quattrino – che il povero Costner a fatica, tra spese impazzite, riesce a dargli.

La situazione non va bene neanche per Tommy Lee Jones, cui il licenziamento di Affleck è dispiaciuto tantissimo. Infatti, l’azienda per cui lavora deve tagliare altro personale. Jones si oppone, scontrandosi più volte con il suo capo (e amico). Ma gli affari sono affari. Altri licenziamenti, gestiti dall’amante di Jones. Alla fine anche questi finisce nella tagliola e viene mandato via.

Non si deprime, anche perché la liquidazione non è male e poi ha guadagnato moltissimo in vita. La situazione è differente per un suo collega, con cui aveva lavorato per decenni. Questi è troppo anziano per trovare un nuovo lavoro: e ha spese su spese da coprire. Un consulente del lavoro gli dice di tingersi i capelli, fare palestra e – aspetto tra i più intensi del film – di non scrivere sul curriculum che ha combattuto in Viet Nam. Ci prova a sembrare giovane. Non ce la fa. E si suicida.

La morte spinge Tommy Lee Jones ad un suo bagno di umiltà.  E dà vita ad una propria società, richiamando Ben Affleck e altri licenziati dalla vecchia compagnia. Dopo tutto, il futuro è ancora rosa.

Come si vede, The company men presenta  più trame, che si intersecano in maniera chiara. Il film è pesante, non facile: il lieto fine alla fine, ma alla fine, c’è (sebbene l’idea di mettersi in proprio era la cosa più scontata e immediata da fare): epperò quanta sofferenza fisica e psichica, quanta angoscia, quanta umiliazione.  Bravi gli attori, tutti. Pure Kevin Costner, trasformato in volto, quasi irriconoscibile, se la cava.

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