Rubè

“Vi ammiro. Il destino del genere umano è affidato a quei pochi che fra otto o dieci anni, quando questa consumazione sarà finita, avranno l’orgoglio di dire: io non c’ero. Ma non vada, signorina Mary, a fare l’infermiera. Lasci stare. Le cose si fanno o non si fanno. E’ meglio, infintamente meglio non farle. Ma pensi che cosa sarebbe il mondo fra dieci anni se non ci fosse proprio nessuno con un po’ di salute, di gioventù, di ragione. Oh! fate almeno che una bella donna non abbia toccato una piaga, che un uomo solo non abbia ucciso”.

Questo discorso è uno dei momenti più intensi, purtroppo rari, del romanzo Rubè, scritto da Giuseppe Antonio Borgese. A pronunciarlo è proprio il protagonista, Rubè: partito volontario per la Prima Guerra Mondiale, si rivolge in quel modo a Mary, donna che amava non corrisposto, la quale intendeva fare l’infermiera al fronte – e poi l’avrebbe fatto.

Ma chi è questo Rubè? Meridionale, fa l’avvocato a Roma: come si suol dire, giovane di belle speranze, che non riesce a sfondare. Tanti ideali, tante passioni, poca considerazione da parte degli altri. Si scopre interventista convinto, si arruola, ma la vita militare non è come si aspettava. Gli slanci patriottici non trovano soddisfazione. Anche perché Rubè, da militare, scopre di possedere quei difetti caratteriali che aveva anche da civile: ripensamenti, dubbi, nevrosi, paturnie non lo abbandonano. Peggio: teme di non essere adatto alla vita in divisa; teme di aver paura della guerra. E lo confessa a Eugenia, figlia di un suo superiore. Ci finisce pure a letto con Eugenia: non è vero amore, semmai passione leggera, momentaneo slancio. Costanti della vità di Rubè: perennemente insoddisfatto, mai contento di nulla. Ferito in battaglia, ritorna alla vita civile circondato dalla nomea di eroe: ma è il primo a sapere di non esserlo e per il ricordo di aver avuto paura della guerra e perché è stato colpito da un cecchino cui non aveva sparato direttamente ma aveva ordinato ad un suo sottoposto di farlo: mentre impartiva il comando, ecco che veniva ferito.

Rubè non rimane a Roma né tantomeno va a stare al Sud dalla madre vedova – scontato che l’ambiente familiare gli sta stretto. Si reca a lavorare  a Parigi per una missione militare italiana. Lì fa la bella vita, frequenta il salotto dell’affascinante Celestina – sposata con prole con un ufficiale di carriera – e se ne invaghisce. Senza però quagliare. Ritorna in Italia, a  Milano, si sposa Eugenia, ma non è vera vita, la sua. Ne è consapevole. Consapevole anche di non sapere quale sia la sua vera vita. Tutto gli diventa indifferente. La moglie, la famiglia della moglie, la propria famiglia, il lavoro che perde. Bazzica gli ambienti fascisti – senza però impelagarsi più di tanto: non si impegna mai in nulla. Gioca d’azzardo, semmai. Vince tanto e lascia il focolare domestico. Sul Lago Maggiore incontra Celestina: e finalmente se la tromba. Passione infuocata. Ma non dura. Niente sembra durare in Rubè. Durante un’escursione in barca Celestina muore annegata. Accusato di essere l’assassino, Rubè viene processato, ma alla fine viene assolto: si è trattato di un incidente.

Indeciso se riappacificarsi o meno con la moglie, che pure è incinta, decide di andare a trovare la famiglia al Sud. Ma si ferma a pochi chilometri dal paese natio. Tutto gli è estraneo. Tormentato dai dubbi, ritorna su suoi passi. Basta: è ora di rivedere la moglie. Le dà appuntamento a Milano, chiedendo di ricevere conferma via telegramma a Bologna. Non riceve nulla, perché la moglie decide di andare personalmente nella città emiliana. Ma non si incontrano. Disperato per la mancata risposta, Rubè vaga per la città: in pieno delirio spirituale si ritrova, suo malgrado, nel mezzo di una manifestazione di rossi, che vengono caricati dalle forze dell’ordine. Rubè viene travolto dal un cavallo e finisce in ospedale. Saputo della disgrazia, la moglie, dopo essere rientrata a Milano, torna a Bologna: fa in tempo ad assistere all’ultimo respiro del marito.

Non male? Beh, non proprio. Il romanzo di Borgese ha tanti difetti, troppi. Si salva solamente Rubè: personaggio tormentato, insoddisfatto di sè e di tutto, alla ricerca di un qualcosa che non riesce a conquistare proprio perché lui stesso non sa individuare. Esempio dell’italiano dell’epoca. Ma direi esempio dell’uomo, di un certo tipo di uomo: l’indifferente, immortalato poco dopo da Moravia.

Ma, a parte il protagonista, non ci siamo. Borgese non sa gestire i suoi personaggi: li prende, li lascia, li riprende durante la storia. Come se se li scordasse. E, quindi, la loro psicologia è poco più che abbozzata. E poi le descrizioni sono troppe e annoiano, troppi aggettivi, troppi arzigogoli, troppo d’annunzianesimo spiccio. Come se volesse dimostrare di essere un grande scenografo. Invece dà il meglio di sè nei  dialoghi: scoppiettanti, non banali. Peccato siano pochi.

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