This must be the place

Non è Il Divo, epperò…

L’ultima pellicola di Paolo Sorrentino, con assoluto protagonista Sean Penn, se la cava. Certo, di per sè, la storia non è originalissima: Sean Penn ossia Cheyenne, cantante dark truccatissimo, che ricorda il leader dei Cure, vive a Dublino, lontano da oltre vent’anni dalle scene musicali, ma insieme all’affettuosissima moglie – una pompiera. Passeggia portandosi sempre con sè un trolley da spesa, spesso in compagnia (innocentissima compagnia) di una giovane  dark, il cui fratello è scomparso di casa, portando alla disperazione la madre. L’ex cantante non fa nulla di speciale. Proprio nulla: gioca a pelota nella piscina di casa mai utilizzata; ogni settimana, spinto dal senso di colpa, va sulla tomba di due suoi fan suicidi; prova a far fidanzare l’amica con un giovane e sfigato commesso di un centro commerciale; investe i suoi quattrini in borsa; si intrattiene con un amico grasso e puttaniere. Più che vivere, sembra sopravvivere: non è depressione, no; come gli ricorda la moglie, forse è solo noia. L’unica cosa che lo contraddistingue, che segnala una grande vitalità in Cheyenne, è il sarcasmo, da paura, sempre extra-ordinario, divertente ma anche terrificante.

Ad un certo momento, quasi a metà del film, Cheyenne riceve la notizia che il padre, che vive a New York, sta molto male. Il cantante va negli Stati Uniti: troppo tardi, il padre è gia morto.  Scopriamo che il nostro protagonista è di religione ebraica – famiglia ortodossa. Che il padre, con cui non parlava da anni, era sopravvissuto ad Auschwitz. E che si stava dando da fare per cercare il suo carceriere, tale Lange, anche lui rifugiatosi negli Stati Uniti. Cosa fa Cheyenne? Dopo aver letto i diari del genitore, decide di mettersi sulle tracce dell’ex nazista, oramai novantacinquenne. Inizia il viaggio dell’ex cantante  attraverso l’America, questa volta con un trolley da viaggio: prima fa la conoscenza della moglie del nazista, poi della nipote con cui stabilisce un bellissimo rapporto di amicizia, infine nelle montagne dello Utah l’incontro, il tanto atteso incontro. Sorta di duello finale – tanto è vero che Cheyenne per la bisogna aveva pure comprato una gigantesca pistola. Ma non ci sarà il morto: ci sarà un’ innocua fisicamente ma pungente spiritualmente vendetta o giustizia per l’umiliazione subita dal padre  quando si trovava nel campo di concentramento. Il nostro protagonista ritornerà a Dublino cambiato sia dentro che fuori.

Come si vede, la trama non ha nulla di trascendentale: la ricerca del padre che diventa ricerca di se stessi; dal dolore può venire la gioia; la solitudine che schianta; l’inutilità della nostra vita fino a quando non c’è un momento di rottura che porta al cambiamento. Il personaggio di Cheyenne non è poi così originale: pseudo anima candida, 50enne mai cresciuto, sindrome di Peter Pan, un po’ Forrest Gump, un po’ Idiota di Dostoevskij.

Pure il ritmo non è fenomenale. Specie a metà, quando si sbarca in America, il film traccheggia, fatica, rallenta. Insomma: annoia. Gli spazi dilatati degli Stati Uniti dilatano anche il tempo del racconto e l’appesantiscono. Anche nel Divo Sorrentino aveva avuto difficoltà a mantenere costante la tensione narrativa – forse per il tanto materiale a disposizione, per le diverse chiave di lettura che doveva offrire. Qui la situazione va peggio: anche perché This must be the place ha una trama molto più semplice. Ci sono momenti oggettivamente inutili, come il concerto di David Byrne, con scenografia visionaria, ma nulla più. O come il pranzo con il commesso, l’amica dark e l’amico puttaniere. O l’incontro con il musicista in erba che dà a Cheyenne la demo del proprio gruppo. Sono situazioni che nulla aggiungono al film.

Epperò… Se la trama e il modo in cui viene svolta hanno evidenti pecche, non mancano le scene capolavoro. L’incontro di Cheyenne con un bufalo nella casa del nazista nello Utah – David Lynch, Fellini, chi più ne ha, più ne metta. Tutta la parte relativa alla nipote del carceriere: bella, intensa, giocata molto sugli sguardi, sui silenzi, con il fenomenale duetto tra il cantante e il figlio grasso della donna di fronte alla foto del padre soldato. Per non parlare del redde rationem finale, dalla confessione del nazista all’umiliazione che patisce: grande cinema ma soprattutto grande letteratura (“parole cattive, tremende… bellissime”).

I dialoghi sono sopraffini. Ove possibile, riescono a supplire ai rallentamenti della storia, alle pause del racconto: alla noia che avanza. Destano l’attenzione. Ben fatti. Forse pure troppo. Cheyenne non sbaglia mai una battuta: tutto ciò che dice è,  di volta in volta, divertente, intrigante, emozionante, triste. Indovina sempre la frase che colpisce. Troppa grazia.

Infine, le immagini. Con la macchina da presa Sorrentino ci sa fare. Dà il meglio di sè nella parte americana, avvantaggiato da un paesaggio naturale e urbanistico unico nel suo genere. Le casette del Michigan, la desolazione di Alamogordo, la meraviglia delle montagne dello Utah. Un scenario perfetto. Reso ancor più attraente dal contrasto che si viene a creare quando appare la figura ridicola di Cheyenne, rossetto appariscente, andatura storta e immancabile trolley. L’eccezionalità di Sorrentino sta nella sua capacità di illustrare gli Stati Uniti in maniera accurata, non provinciale – penso, come esempio opposto, alle tante e pessime commedie italiane ambientate negli USA: visioni da cartolina, superficiali fino alla morte.

Ultima annotazione: Sean Penn. Grande prova. Il film è lui, pur essendo dignitosissime le prove dei comprimari – dalla moglie al cacciatore di nazisti, dal carceriere alla nipote. L’attore americano premio Oscar è perfetto in tutto. Forse da rivedere in lingua originale, per apprezzarne ancor di più la bravura.

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