Cronaca locale

Grande Miriam Mafai!

Scherzavo.

La giornalista di Republlica se la prende con Alemanno colpevole di aver permesso la trasformazione di Piazza Navona in un suk.  La faziosità prevale sul ragionamento. Ci si perde in comprensione, ci si guadagna in divertimento – involontario, sicuramente non voluto dalla Mafai.

Ecco alcune chicche. L’incipit dell’articolo è lirico-nostralgico-confidenziale:

“Cari amici lettori, ecco la notizia. Piazza Navona, la piazza più bella d’Europa, non esiste piùLa piazza che ha ispirato nel corso della storia poeti e scrittori di ogni parte del mondo, la piazza dove hanno imparato ad andare in bicicletta i nostri figli e i nostri nipoti, la piazza dov’era piacevole trascorrere il tempo seduti su una panchina di pietra, o mangiando un gelato al tavolino di un caffè davanti alla meraviglia della Fontana dei Quattro Fiumi, quella piazza che abbiamo tanto amato e frequentato non esiste più”

La piazza più bella d’Europa? E perché non del mondo, visto che l’arte italiana è nettamente superiore alle altre? Ma siamo proprio sicuri che Piazza Navona sia più bella di Piazza San Pietro? A parte questi dettagli, il vertice lo si raggiunge con la frase, “la piazza dove hanno imparato ad andare in bicicletta i nostri figli e i nostri nipoti”. Miriam, semmai, i tuoi figli e i tuoi nipoti. Non tutti hanno avuto e hanno la fortuna o la virtù di abitare nel costosissimo centro di Roma. E poi uno che abita all’Eur o sulla Tiburtina o sulla Cassia, se deve andare in bicicletta fino a Piazza Navona, muore di infarto.

E ancora: “La piazza non é più una piazza. È uno spazio occupato disordinatamente dalle più varie, banali e volgari attività commerciali, dai banchetti di cosiddetti pittori che espongono le loro volgari gigantografie ai venditori di collanine, anelli e portachiavi, dai mimi irrigiditi sui poveri piedistalli, dai banchetti di improbabili souvenir della Capitale… La piazza non è più una piazza. Vien fatto di pensare che assomiglia piuttosto a un suk. Ma, onestamente, bisogna riconoscere che abbiamo visto, in Marocco o in Tunisia o a Damasco, suk assai più ordinati ed eleganti”.

Roma peggio dell’Africa o del Medio Oriente. E non tanto perché ha servizi pubblici fatiscenti, le strade sono sporche e mal ridotte, il traffico è ovunque a qualsiasi ora e in qualsiasi giorno, le periferie vanno a ramengo. Ma perché la piazza della Mafai, dove la Mafai prende il suo caffé, è piena di bancarellari. Per la serie: not in my backyard.

Infine, in cauda venenum. La giornalista esalta la qualità di Parigi e scrive: “Ah, dimenticavo di dirvi che il sindaco di Parigi è il socialista Delanoe, un uomo che ama la sua città, la difende dal degrado e ne valorizza i luoghi cari alla storia della città. Noi, invece, abbiamo un sindaco che si chiama Alemanno, capace di vietare l’uso della piazza a sit in ed eventi politici e culturali, ma incapace di resistere alle pressioni dei pittori, degli ambulanti, dei proprietari dei bar e ristoranti. Così la nostra piazza Navona, la più bella del mondo, non esiste più”.

Lungi da me  difendere Alemanno, che non può essere difeso. E lungi da me  sottovalutare le critiche della Mafai. Ma che Piazza Navona sia diventata, non dico un suk, ma un luogo confusionario, poco rispettoso dei magnifici monumenti che ospita, pieno di bancarelle con cianfrusaglie, abitato da pittori ambulanti, invaso dai tavolini di negozi e ristoranti, non è notizia di oggi o di ieri. Ma di anni fa, di decenni fa.

La tradizione delle bancarelle che abbrutiscono la piazza durante le festività natalizie è vecchia come il cucco – ma tutti a dire: fa tanto Natale, fa tanto Befana. NO! Fa schifo al cazzo! Lo stesso dicasi dei pittori: mica sono spuntati dall’oggi al domani. Per non parlare dell’invasione dei marciapiedi da parte dei ristoranti e dai bar, dai prezzi esorbitanti – il vero scandalo. Dove è vissuta fino adesso la Mafai? Tutto questo c’era anche prima. C’è sempre stato. Anche sotto i sindaci di centro-sinistra, come Rutelli e Veltroni. Anche sotto i sindaci comunisti, come Petroselli e Vetere.

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