Il giorno del giudizio

Il titolo del post non c’entra una minchia con l’attuale situazione economica. Fa riferimento all’omonimo romanzo postumo di Salvatore Satta, che mi sono riletto dopo diversi anni. Sono infatti in fase di riletture: ri-scoprire libri del passato, specie quelli che non m’avevano garbato, dando loro e ai loro autori una seconda chance.

Il giorno del giudizio è uno di questi: forse anche perché incompleto, mi aveva lasciato freddo. Ne avevo un ricordo non dico negativo, ma nemmeno entusiasmante. La storia di Nuoro e dei suoi abitanti, tra la fine dell’800 e i primi decenni del ‘900, senza una vera e propria trama organica, più un abbozzo di trama che un racconto lineare, un insieme di brevi racconti o quasi, mi aveva deluso. Soprattutto perché la critica ne parlava di capolavoro: aspettative tanto alte, risultato modesto. Rileggendolo, mi sono ricreduto.

Le pecche che avevo individuato sono molto meno gravi di quanto ricordassi. La trama, è vero, non è sempre coerente: non è strutturata correttamente. Ma ha una sua logica. I personaggi sono riusciti. Protagonisti con i loro difetti, sogni, speranze di grandezze e meschinità sono i Sanna: sono guidati dal capofamiglia, il notaio Sebastiano, circondato da tanti figli e da un immobile, silenziosa e caparbia moglie, Donna Vincenza, la quale, seppur diversa, rimane nella mente come le donne descritte dal Verga nei Malavoglia  – e lo scrittore siciliano sembra una sorta di convitato di pietra di questo romanzo. Intorno ai Sanna ruotano le vicende degli altri nuoresi: contadini e pastori, ladri e assassini, zitelle e preti, maestri ubriachi e avvocati nullafacenti. Alcuni di questi personaggi sono definiti dettagliatamente, altri sono semplici comparse, talvolta senza nome.

Lo stesso stile di Satta è da grande romanziere e lo aveva già dimostrato nelle pagine più letterarie presenti nel De Profundis: è secco, semplice, tagliente, disperato e disperante, senza fronzoli e, proprio per questo, ancor più poetico. Tra i tanti brani, ve ne segnalo uno, perfetta descrizione di quel piccolo mondo antico sardo. Il maestro Don Ricciotti si presenta alle elezioni, capeggiando una lista di sinistra sostenuta dai contadini che abitavano  nel quartiere di Nuoro chiamato Seuna: ha come come unico scopo  utilizzare il potere politico acquisito per ritornare in possesso del podere di famiglia, svenduto per i debiti del padre, Don Missente, a Don Sebastiano. Ma a bloccare il suo “piano” interviene il fedele contadino di Don Sebastiano, Ziu Poddanzu:

La notizia che quell’immondezza (Don Ricciotti, n.d.r.) aveva offeso Don Sebastiano era arrivata fino a Ziu Poddanzu, tra i pampini di Locoi. Egli era seunese, anche se tornava a casa due o tre volte all’anno. Il giorno prima delle elezioni si avviò a piedi a Nuoro, e arrivato a Seuna, il primo che incontrò lo afferrò per lo zippone e lo svergognò di fronte a tutti. Gli rinfacciò le giornate di lavoro che Don Sebastiano non aveva mai fatto mancare, gli rinfacciò le festose vendemmie nelle sue vigne, col pranzo di maccheroni e di agnelli arrostiti, gli rinfacciò l’umiltà di quel suo compare, che era vicino ai poveri come nessuno era mai stato. E ora lasciava, lui e gli altri, che il figlio di Don Missente gli sputasse addosso.
Fu Zio Poddanzu che vinse le elezioni…

Come è stato scritto, Il giorno del giudizio rappresenta una Spoon River sarda, dove l’ingiustizia, la mestizia, la disperazione, la povertà, la pigrizia,  la lotta (spesso perdente) contro il destino e contro la società la fanno da padrone. Una popolazione e una città che trovano il loro significato ultimo e definitivo nella morte: la morte che dà senso alla vita e viceversa. Nascita e morte: gli unici due elementi certi che determinano la nostra esistenza, il finito nell’infinito. E la nascita e la morte di questi personaggi definiscono l’autore stesso. Proprio come Flaubert diceva: “Madame Bovary, c’est moi”, così Satta potrebbe affermare: “Nuoro, sono io”.

Come scrive il giurista sardo alla fine dell’opera:

Per conoscersi bisogna svolgere la propria vita fino in fondo, fino al momento in cui si cala nella fossa. E anche allora bisogna che ci sia uno che ti raccolga, ti risusciti, ti racconti a te stesso e agli altri come in un giudizio finale. E’ quello che ho fatto io in questi anni, che non vorrei aver fatto e continuerò a fare perché ormai non si tratta dell’altrui destino ma del mio.

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