I primi della lista

Italia, 1970. Primavera. Ma il clima sociale, politico, economico non è affatto bello.  Piazza Fontana, gli scontri con la polizia. Primi feriti e morti. Aria di colpo di Stato di destra, complice il clima creato dal putsch dei miliari in Grecia. Alta tensione, insomma, e tanta tanta tanta paranoia che si diffonde incontrollata nella provincia italiana, prendendo il sopravvento sulla vita di alcuni giovani. Come Renzo Lulli, giovane pisano e di sinistra, in procinto di fare la maturità ma più interessato a suonare la chitarra, se possibile esibendosi con Pino Masi, all’epoca celebre autore della Ballata del Pinelli. Così inizia I primi della lista, film  diretto da Roan Johnson. Una storia vera.

Accompagnato dal sodale Fabio Gismonti (Paolo Cioni), Renzo (Francesco Turbanti) si reca da Masi (Claudio Santamaria) per un provino. Inizia a suonare, ma bussano alla porta: due persone confabulano con Masi e poi se ne vanno. Fortemente preoccupato, Masi invita i due giovani a scappare con lui: c’è aria di golpe in Italia, dice, e i fascisti sono pronti a fare la pelle agli oppositori, hanno già pronte le liste. Renzo vorrebbe ritornare a casa, ma viene dai due convinto a scappare – anche perché è l’unico ad avere l’auto. I tre si mettono in viaggio.  Obiettivo: espatriare. Dove:  Jugoslavia.

A guidare il trio è Masi, quello più convinto di tutti, il più fanatico o, meglio, paranoico: vede complotti autoritari a destra e a manca. E trasmette la propria ansia ai compagni di viaggio. Ogni cosa diventa un pericolo, una minaccia, un segno del possibile golpe: una volante dei carabinieri, l’Inno di Mameli suonato alla radio, i militari sui camion.

Giunti al confine con la Jugoslavia, i tre si spaventano per i controlli accurati. Dietro front. Decidono di fuggire verso l’Austria. Fermati dai carabinieri alla dogana, si fanno prendere dal panico – due di loro hanno i documenti scaduti. E sconfinano. Riescono a scappare dai carabinieri, ma vengono arrestati dagli austriaci. Rischio di crisi diplomatica.

In carcere, i tre, pensando che in Italia sia avvenuto il colpo di Stato, vorrebbero chiedere l’asilo politico: gli austriaci sono sorpresi e a fatica riescono a convincerli che nel nostro Paese non è successo assolutamente nulla. E i carri armati, le truppe che dal Nord viaggiavano verso Roma, domandano i tre? Erano per il 2 giugno, spiegano i funzionari austriaci: la festa delle Repubblica. Allora i tre chiamano casa. E scoprono di essersi sbagliati: non solo, tutta Pisa li prende pure per scemi.

Quella che doveva essere un viaggio verso la libertà,  lontano dalla paura e dal terrore e dalla violenza, si trasforma in una comica disavventura a lieto fine: tre potenziali esuli si trasformano in tre bischeri, incarcerati (per breve tempo) e manganellati dagli austriaci, diventandooggetto del ludibrio dei pisani. Persi nelle loro teorie,  vanno alla deriva. Accecati dall’ideologia, perdono di vista la realtà. E fanno pure fatica ad accettarla. Specie Masi, che, uscito dalla prigione austriaca, continua paventare ai suoi compagni la possibilità concretissima che l’Italia finisca in mano dei fascisti. Ma Gismonti, stanco delle sparate del Masi, lo smonta con un fenomenale: “E insisti?!”

Si ride con il film di Johnson. Non mancano le esagerazioni, i momenti tirati per i capelli, la lentezza di alcuni passaggi, specie all’inizio. Ma i dialoghi sono divertenti, aiutati dal dialetto pisano, che rende effervescente il tutto. Alcune battute sono eccezionali.  Ad esempio: quando Masi, per persuadere Gismonti a farsi tagliare i capelli (e il risultato finale sarà risibile), fa il nome Mao, l’amico gli risponde “Chi?!”

Si ride, fino ad un certo punto, anche della paranoia dei tre. Fino ad un certo, ho scritto: perché la dietrologia, il complottismo, l’assoluta mancanza di senso della realtà, l’obnubilamento determinato dalle ideologie (da certe ideologie) hanno portato a risultati tragici per il nostro Paese. E lo stesso Masi, nella sparata finale, lo profetizza: “guardate che il pericolo di destra c’è, poi anche i nostri reagiranno con la violenza e intanto la pubblicità…” Un modo di non pensare, di sragionare che permane tuttora nella mente di parte della pubblica opinione.

Nota positiva gli attori: bravi Santamaria, Turbanti e Cioni, che con quel cognome  e con quella faccia a volte un po’ stralunata mi ricorda il primo Benigni.

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