L’agognata donna

Appuntamento galante. Doppia doccia. Due pezzi di sapone di Marsiglia consumati. Lindo e pinto come non mai. Pelo e contropelo. Pure sulla pelata. Dopobarba ultrachic. Pure sulla pelata. Puzzo come una mignotta di Parigi o un frocione di New York.


Esco in pieno ritardo. Sono munito di dodici mappe per raggiungere il luogo dell’appuntamento: Pigneto, Roma. Un timore mi assilla: che il freddo preso in motorino mi giochi un brutto scherzo e al ristorante vada tutto in sbraaaagh!!!!
Giunto in zona, mi perdo.  Circumnavigo il quartiere una ventina di volte – avrò fatto 60 chilometri -, violando diverse norme del codice stradale, navale e aeronautico. Arrivo in ritardo all’appuntamento, circa dieci minuti. Ma avevo avvertito l’agognata donna.

Nessuna risposta. Dopo cinque minuti, squilla il telefonino: è lei. Le dico dove mi trovo. “Arrivo” mi risponde. Passano cinque minuti, niente. Sulla strada ci sono io, due carabinieri e quattro punkabbestie. Guardo il mio look per capire se sono effettivamente fuori luogo. Penso di no: sono casual elegante. Mi sono portato un infeltrito cappello di lana mortaccina, che sulla pelata rasata e dopobarbata genera un effetto pungente (eufemismo).

Passano dieci minuti, ancora niente. “Si sa – penso – le donne si fanno attendere. E poi forse non abita vicinissimo al luogo dell’appuntamento, sta venendo in motorino, c’è traffico etc etc etc”. Altri cinque minuti, ancora nulla. Sono le 21.20: la prenotazione al ristorante era alle 21.00. E mi sta venendo fame. Alla fine una visione – si fa per dire. L’agognata donna sta venendo: sta parlando al telefonino. Mi saluta con un cenno del capo e con la mano mi indica di avviarci. Né ai ne bai. Gesto della mano e via: andiamo al ristorante. Non ci scambiamo una parola. E’ impegnata in una intensa conversazione telefonica: non so con chi, dal discorso immagino sia una cosa di lavoro e dal tono della voce immagino sia una cosa spiacevole.

Per tutto il tragitto continua a parlare al telefono. Entriamo al ristorante: lei è sempre al telefono. Ci sediamo e lei è al telefono. Posa la borsa e poi esce di fuori a parlare, mentre la cameriera ci porta il menù. Il ristorante è giapponese, tenuto da italiani con malesi in cucina: cucina fusion. Vedo i prezzi: di fuso di sicuro il portafoglio. Mi piange il cuore.
Passano cinque minuti, niente. L’agognata donna non è ancora rientrata. Faccio portare l’acqua. Respingo la cameriera che, molto cortesemente, mi chiede diverse volte se voglio ordinare.

Altri dieci minuti, nulla. Mi guardo intorno – rido tra me e me: cazzo, che vicenda strampalata. Osservo bene il locale. Non è male, piccolo ma carino, luci un po’ troppo basse, musica un po’ troppo alta. Non affollatissimo: tutte coppie, tra cui un italiano e un orientale, che, tra un cavolfiore fritto, un gamberone saltato in padella, un salmone marinato con pepe rosa e sale blu della Persia (cosa cazzo è il sale blu della Persia?!), stanno copulando allegramente.

Dopo circa un quarto d’ora ritorna l’agognata donna: “Scusami”, posa il blackberry sul tavolo, mangia l’assaggio della casa, pallina di polpo fritto, che ci avevano portato – e che per garbo istituzionale avevo aspettato di gustare, pur avendolo ricevuto ore fa… Le faccio “Giornata incasinata”. Lei finisce di deglutire il polpo, sta per rispondermi, ma le si illumina il blackberry. “Scusami ancora” e si mette a messaggiare intensamente.

Sms su sms. Sms sms sms. Procede in questo modo la prima parte della cena : starà scrivendo i nuovi Promessi Sposi versione smarthphone. Poi l’agognata donna parla. E forse sarebbe stato meglio se fosse rimasta in silenzio, immersa nei suoi sms. Eh sì, perché, mi elenca tutti i guai lavorativi, e non, che la stanno tormentando. E’ pesante. Pesantissima. Insomma, si sfoga. Lunghissimo sfogo: e io lì, semi-muto, rassegnato, annuisco di continuo per dimostrare che non mi sto addormentando, ma che seguo tutto con interesse. “E non si fa così. Capisci Francesco? Mi chiedono a me di lavorare, oggi che poi sono in ferie, perché sono degli incapaci. Ma io ho i miei casini, l’incidente con il motorino, i miei che hanno dovuto lasciare casa per la frana che ha colpito il paese. Ho i miei cazzi, io. E’ solo perché sono fatta così che non ho spento il cellulare e ho risposto. Altre persone avrebbero fatto così: spento il cellulare e chi s’è visto s’è visto.” Bla bla bla… Minuti e minuti su questo tono: concetti ripetuti svariate volte, alquanto confusamente. Uno sfogo che va in crescendo “Oddio – pavento tra me e me – questa sta avendo una crisi nervosa… Gli occhi le si fanno lucidi, la voce trema, quasi strozzata in gola… Questa qui mi piange al ristorante”.

Intanto abbiamo ordinato. Il cibo è buono. La coppia italo-giapponese dovrebbe essere già al concepimento del terzo figlio. L’atmosfera non sarebbe neanche male, se l’agognata donna smettesse, tra uno sfogo e l’altro, di mandare sms o di controllare avidamente il blackbery ogni volta che si illumina lo schermo, se fosse capace di parlare d’altro (“Scusami, Francesco, ma tu mi puoi capire”). Solo quando arriviamo al secondo, l’agognata donna, che mi informa che verrà a trovarci un amico in comune, si rilassa e diventa più interessante da ascoltare e, quindi, da vedere. Voglio capire se mi piace veramente, se mi ci posso innamorare o, quantomeno, se me la posso scopare: beh, non è male. Certo, a causa dell’avvento dell’amico in comune, ci sarà poco da intrallazzare.

Dopo un’oretta arriva l’amico: abbiamo appena finito di mangiare. Era da un po’ di tempo che non  lo incontravo: lo trovo imbolsito. Sembra essersi fatto di canne – almeno è questa l’impressione guardandone il volto: sorriso ebete, occhi socchiusi. Come se si fosse fumato il cannone della vita, pieno di oppio, marijuana e salvia. Parla più lentamente del solito. Non si trovava in zona. No: è venuto appositamente per noi. Meglio: per l’agognata donna, immagino. Perché cosa lo ha spinto ad attraversare Roma se non che si vuole scopare l’agognata donna? Egli infatti abita al Trullo. Noi siamo al Pigneto: 45 e passa minuti di distanza. Anche io non abito vicinissimo. Il mio caso è diverso: e perché sono stato invitato e non potevo dire di no; e perché erano secoli che io e l’agognata donna avremmo dovuto pranzare o cenare insieme… dalla scorsa primavera.

Vabbé, inutili elucubrazioni. E meno male che c’è anche l’amico in comune a condividere con me la pesantezza di lei: la quale, pur non parlando di lavoro, pur dicendo cose interessanti, sempre un cincino pesante è. Quando si mette a parlare di Groupon, questo sito internet  dalle tante offerte economicamente convenienti che offre, dai tanti sconti che sconta, l’agognata donna è soporifera. Trattengo a malapena gli sbadigli: la mia bocca si deforma in smorfie ridicole. Gli occhi fanno giacomo giacomo: non riescono a stare aperti tutti e due allo stesso tempo.
“Perché dovete sapere che su Groupon ho acquistato due corsi di inglese, uno a Castro Pretorio e l’altro a Santa Croce in Gerusalemme, non li ho ancora fatti, costano 90 euro invece di 860… tanto… hai visto che risparmio?!… a me serve la conversazione in inglese… perché poi in ufficio mi limito alle solite email, quelle là… ho fatto pure un test online per il primo corso, quello a Castro Pretorio, ma non mi hanno dato ancora la risposta, quando devo iniziare il corso e con quale insegnante eccetera eccetera… aho!, ho anticipato 50 euro… adesso li chiamo, va bene Groupon, gli sconti, ma almeno devo fare questo corso, l’altro che mi costa 40 ancora non faccio ancora il test, finché non mi fanno sapere di quell’altro, io non sborso nulla… Inoltre, sempre grazie a Groupon  ho regalato dei massaggi ad una mia amica, altri massaggi ad un’altra mia amica, una cena al ristorante a Tizia, il lampadario a Sempronia e il divano a Caio… Poi su Groupon ho comprato una pulizia dei denti….”
Commovente. Sto passando la serata con una che mi parla di pulizia dei denti. Estasi suprema. Altro che scopata! Qui rischio il coma.
E dai denti finiamo a discettare di salute. O meglio: l’agognata donna parla della sua salute. E scopro che è intollerante al glutine, ha avuto già due ulcere e soffre di gastrite acuta. Chiamate Lourdes! Proprio così: due ulcere e gastrite acuta. Nonostante ciò, mangia carne cruda, beve un sacco di vino e di caffè e fuma fuma fuma – a fine serata arriverà a quota dieci sigarette, consumate voracemente.

E’ mezzanotte. Il locale deve chiudere. Pago il conto (93 euro per due persone; all’indiano con i miei amici di Liceo, eravamo in quattro, avevo sborsato 98 euro). Andiamo a bere il cosiddetto bicchiere della staffa.

Passeggiamo per Pigneto alla ricerca di un locale decente. Punkabbestie ubriachi con canonica bottiglia di vino in mano. Negroni che vendono droga o sesso. Ventenni alla ricerca dell’ebbrezza etilica. Anziani radical-chic. Troviamo un posto. L’agognata donna prende un bicchiera di vino bianco, l’amico in comune una birra chiara e io un cognac. Mi devo far forza. Mi devo stordire.

Parliamo della linea C della metro: smanettando con l’iphone (mi pare), l’amico in comune ci fa vedere la mappa delle rete metropolitana di Roma, quella esistente e quella in divenire. Ci lamentiamo di Alemanno, della politica, dei danni fatti con i mondiali di calcio del 1990. L’agognata donna  ci intrattiene con le sue ricette, dandoci prova (verbale) di valentia e poliedricità culinaria. Non mangia, dà l’idea di una che non mangia, di una donna sconfinante nell’anoressia eppure cucina.
“A Tizio gli ho fatto le polpette, a Caia la parmigiana… a Sempronia il pollo con le verdure saltato nell’olio di soia…” E rivolta all’amico in comune: ” Te lo ricordi? Anche tu l’hai assaggiato”.
L’amico non fa nessun cenno di assenso, perso nelle sue canne passate e nella sua birra attuale.
“Poi ho provato una ricetta – continua l’agognata donna – ve la devo fare,  siete tutti invitati, un piatto col tonno, sono andato dal pescivendolo di Colli Albani a comprarlo, mentre il mio macellaio di fiducia si trova a Furio Camillo… beh, da questo pescivendolo ho preso il tonno, una fetta grossa, non sottile e poi a casa l’ho tagliato a pezzettoni, a dadi, li ho messi nell’olio, a crudo mi raccomando, poi li ho coperti di sesamo, li ho cotti nella padella wok… mmmhhh…mmmhhhh… buoni buoni buoni”.
“Da provare” commento, per dire qualcosa, per far vedere che sono vivo ancora.
“Certo certo, preparerò una cena con questa ricetta. Sei invitato, Francesco. E anche tu”, indicando l’amico comune. “Lui già la conosce la mia cucina. Una volta gli ho preparato pure il gateau di patate, solo che era purè, nel senso che ho fatto il gateau per una sola persona, però mi sono fatto anche il pure e ci ho messo dentro il prosciutto”.
Chiacchiere chiacchiere chacchiere gastronomiche. Interessanti, per carità. Ma sono oramai le due di notte, fa freddo cane, il pensiero di ritornare a casa in motorino con queste temperature non mi entusiasma affatto. Ho sonno.

Il locale chiude. Ci avviamo verso la casa dell’agognata donna – che scopro essere a tre metri dal luogo dell’appuntamento: scopro quindi che lei per arrivare all’appuntamento, fare tre metri cioè, ci ha impiegato venti minuti. Continua a parlare di cibo.
“Mio dio basta!!!! BASTAAAAAAAAAAAAAA!!!!!!!” urla il mio cervello.
Troppo. Troppo da sopportare. Rischiare la lobotomia per una scopata… non so quanto mi convenga.
Di fronte al portone dell’agognata donna ci salutiamo. Ognuno va per la sua strada.

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