Giorgio Bocca (1920-2011)

Scriveva da Dio, Giorgio Bocca. In queste ore di ricordi, di rimpianti, di coccodrilli, mi pare che uno degli aspetti poco ricordati del giornalista di Cuneo sia lo stile. Lo stile di Bocca. Riconoscibilissimo lontano un miglio: un fiume in piena, potente, ma chiaro, limpido, non limaccioso. Scatenato. Una furia. Con quelle sue domande retoriche che rappresentavano pesantissimi atti d’accusa. Uno stile veramente eccezionale, unico. Da inquisitore. Inimitabile. Frasi fatte, le mie, sicuramente, ma è così. Uno stile diverso da quello secco, ironico, tagliente di Montanelli, ma forse più bello, più letterario. Perché Bocca riusciva ad essere non un semplice giornalista, ma un grandissimo scrittore.

Basti prendere l’incipit di una delle sue inchieste più famose, quella dedicata al miracolo italiano: “Vigevano. Fare soldi, per fare soldi, per fare soldi: se esistono altre prospettive, chiedo scusa, non le ho viste. Di abitanti cinquantasettemila, di operai venticinquemila, di milionari a battaglioni affiancati, di librerie neanche una. Non volevo crederci. Poi mi hanno spiegato che ce n’era una, in via del Popolo: se capitava un cliente, forestiero, il libraio lo sogguardava, con diffidente stupore. Chiusa per fallimento, da più di un anno”.

Un gioiello di scrittura: articolo, saggio, letteratura, tutto in pochissime righe. E pagine di questo livello Bocca ne ha date tante. In mente mi viene il prologo al libro Inferno, che nei primi anni ’90 denunciava impietosamente i mali del Sud Italia, 15 anni prima di Gomorra. Leggete il libro, leggete il prologo, dove  Bocca ricorda una sua discesa nel nostro Meridione, in una taverna/locanda di un Molise poverissimo. Fenomenale.

Certo, di Bocca non si poteva condividere tutto. Personalmente, non mi piaceva la sua deriva degli ultimi anni: una deriva anti-capitalista, che vedeva nel mercato la causa di ogni male, nel consumismo la fonte della nostra imbecillità: per Bocca il progresso non era tale, bensì la maschera della nostra regressione allo stato di natura, dove il più forte vince mentre gli sconfitti sono carne da macello finanziario. Esagerato, inaccettabile. Ma, a parte che le voci fuori dal coro vanno tollerate, bisogna anche ammettere che Bocca fu uno dei primi a sottolineare gli effetti devastanti di uno sviluppo economico senza regole, di un benessere ricercato ad ogni costo. E mi viene in mente la sua inchiesta sul fiume Po, il grande fiume diventato una fogna a causa delle tonnellate di liquami e scarti ed immondizie rilasciate, spesso senza alcun rispetto delle norme, dalle centinaia di allevamenti e di stabilimenti per la lavorazione della carni, sorti lungo le sue rive.

Bocca è stato anche un dignitoso storico – altro aspetto  della sua carriera che viene poco ricordato in queste ore. La sua biografia di Togliatti, scritta negli anni ’70, ebbe un effetto dirompente nel panorama statico, paludato della storiografia italiana – che all’epoca risultava essere storiografia di partito, cioè fatta dai partiti, quindi brutta storiografia. Bocca raccontava Togliatti senza pregiudizi (positivi e negativi): ne sottolineava la doppiezza verso tutto e tutti (da Bordiga a Gramsci, da Stalin e Kruschev), descriveva i meriti e i limiti della politica  del leader del PCI – che non sto a sottolineare perché altrimenti ci vorrebbe un post a parte. Il risultato finale era un libro diverso da quelli coevi, dove invece  l’interesse di partito la faceva da padrone sulla ricerca della verità. Un libro che, con tutti limiti di un testo non scritto da uno studioso di professione, viene  apprezzato ancora oggi dagli storici.

E se si parla di storia non si può non ricordare la sua Storia sociale della resistenza. Bocca, partigiano convinto, senza se e senza ma, incapace di vedere i difetti della resistenza, le pagine oscure: e forse non poteva vederli perché non li voleva vedere. Considerava la lotta partigiana l’esperienza più importante della sua vita, il senso stesso della sua vita, dell’essere uomo. Metterla in dubbio, criticarla, demolirla avrebbe significato per lui l’insensatezza della propria esistenza. Il che, se da una parte ne limitava l’oggettività, dall’altra però non la obnubilava.

In questo senso è sufficiente scorrere le pagine della “La Repubblica di Mussolini”: lui, partigiano, scrive del nemico, che voleva ucciderlo e che lui ha ucciso.  E lo fa con acribia, contraddicendo quasi quello che poi lo stesso Bocca andrà sostenendo negli anni seguenti.  A tutti quelli che dicono che Bocca era unilaterale, livoroso, incapace di essere sopra le parti, di dare giudizi sereni e ponderati, rispondo citando le ultime righe del volume sulla RSI: “Da ogni capitolo del libro si può capire che Mussolini, i suoi fedeli, i suoi fiancheggiatori, erano demoniaci agli occhi della minoranza partigiana in armi e degli antifascisti in galera, ma restavano degli interlocutori quasi normali e certamente obbligati non solo per chi aveva aziende o negozi da difendere, ma per la maggioranza della burocrazia”. E ancora: “Non è vero, come ha sostenuto, per proprio comodo, la prima storiografia di sinistra, spesso più attenta alla propaganda che all’analisi corretta, che il fascismo – sia quello di regime che quello di Salò – è stato null’altro che strumento della reazione agraria e industriale, mazziere dei padroni; è stato anche questo, certamente, ma se è vissuto come regime e se è riuscito a sopravvivere nei venti mesi di Salò, è perché ha avuto anche dei consensi popolari, perché popolare non significa sempre progressista e socialista”.

Mica male per un partigiano antifascista.

P.S. E poi devo a Bocca, ad un suo libro critico sul fascismo, la mia resipiscenza intellettuale. A sedici anni Mussolini mi intrigava: il suo movimento e il suo regime non erano per me i mali assoluti. Delle cose positive le avevano fatte, mi andavo ripetendo. Ma il mio era un giudizio che si basava sul sentito dire, su superficialissime letture: sul nulla. Il libro di Bocca m’ha fatto ricredere e m’ha curato dalla febbre mussoliniana.

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