Il faraone del jazz

E spezziamo una lancia in favore di Pharoah Sanders, grande sassofonista jazz. A tutti gli effetti, un unsung hero di questo genere musicale: trascurato, bistrattato, deriso, non compreso. Dimenticato: quanti presunti amanti del jazz lo conoscono o se lo ricordano? Eppure i suoi album sul finire tra gli anni ’60 e ’70 sono meravigliosi, hanno una marcia in più: jazz sopraffino.

Sanders diventa famoso alla metà degli anni ’60, quando entra far parte del gruppo di Coltrane. E’ il Coltrane della fase free jazz. E Sanders è free jazz allo stato puro: atonalità estrema e cristallina. Non suona: urla nel sassofono. Non improvvisa secondo le regole del be bop o del jazz modale: emette una serie di acuti terrificanti, impensabili per qualsiasi tipo di strumento a fiato, specie  per un sax tenore.  Rispetto a lui, Coltrane, quel Coltrane del free jazz, che a detta di tutti sta valicando confini inauditi per un jazzista, quel Coltrane sembra un classico, moderato tradizionalista, sembra un Ben Webster qualunque. Se quel Coltrane del free jazz può essere considerato Lenin, ebbene per la radicalità nel suonare lo strumento Sanders è Pol Pot. Che poi Sanders con quelle sue urla ricordi il geniale polistrumentista Roland Kirk, il quale a sua volta si è ispirato ai sassofonisti r ‘n b, i cosiddetti honkers che sparavano acuti a destra e a manca, è l’ennesima dimostrazione che nel jazz (e forse nella vita stessa) tutto ciò che è rivoluzionario trova le sue radici nel passato. O, come una volta rispose Ellington a Mingus che gli chiedeva di fare un album free jazz: “Fare un album free jazz? Ma noi da sempre facciamo free jazz!”.

Ad ogni modo, suonando in quel modo, e in compagnia della leggenda vivente John Coltrane, Sanders è al centro dell’attenzione musicale. Apprezzato o stimato, forse no, di sicuro famoso. Si fa conoscere e trova etichette discografiche. E sarà proprio la Impulse, orfana di Coltrane deceduto per un tumore e desiderosa di trovarne un redditizio erede, a produrre i primi album di Sanders. E che album, signori miei!

M’aspettavo indigeste e solipsistiche e noiosissime elucubrazioni sonore, fatte di acuti senza senso, a-ritmiche e a-melodiche: una musica a cazzo di cane. Ed invece, tutto il contrario. O quasi. Basti prendere il suo album famoso, Karma, e il brano più celebre, The creator has a master plan. Che dire? Sarà la particolare concezione del mondo che Sanders sta seguendo all’epoca, sincretismo filosofico-religioso che mette insieme cristianesimo, islam e buddhismo; sarà forse la necessità di realizzare un album che si possa vendere e che quindi non possa essere solo di puro free jazz; saranno questi e altri motivi, ma il risultato finale è un capolavoro.

Certo, c’è il free jazz, ci sono gli acuti, c’è una confusione liberatoria, c’è l’improvvisazione fine a se stessa. Ma sono momenti che si inseriscono in modo assennato all’interno di una divina melodia. Si tratta di jazz modale di altissimo livello classico, sonorità indiane, ritmi africani, psichedelie tipiche di quegli anni (l’album è del ’69): tutto si amalgama in maniera perfetta. Fusion ante litteram, vera fusion.

Sanders ha imparato benissimo la lezione musicale di Coltrane: non solo quello dell’ultimo periodo, ma anche quello di capolavori quali A love supreme (citatissimo da Sanders nei suoi assolo), Olè, My favourite things. In questo il sassofonista è aiutato da un pianista delizioso e dal grande talento, Lonnie Liston Smith, che ricorda Mc Coy Tyner, ma possiede un personalissimo sound.

Stesso discorso per gli album seguenti: tutti dagli elevati standard qualitativi. Quasi sempre accompagnato da Liston, Sanders si circonda di musici validissimi, alcuni sono “vecchie” volpi del jazz, come il grande bassista Ron Carter o il batterista Roy Haynes, altri sono giovani leoni, affamati di creatività, come il sax contralto Gary Bartz o l’altro bassista Stanley Clarke.  Il frutto di queste collaborazioni sono composizioni torrenziali o incredibilmente liriche: da Summun, Bukmun, Umyun a Astral Travelling, da Black Unity a Elevation.  Si trova di tutto, piatti ricchissimi di stimoli e di novità: esempi lampantissimi dei risultati che può raggiungere il jazz quando si scatena, libero da costrizioni mentali, capace di contaminarsi e di contaminare.

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