J. Edgar

“When the legend becomes fact, print the legend”. E’ questa frase dell’Uomo che uccise Liberty Valance di John Ford, frase mitopoietica perché spiega la creazione della mitologia del far west, che può servire come come chiave di lettura di J. Edgar di Clint Eastwood. Pellicola magnifica, poco noiosa anzi avvincente in alcuni momenti, diretta con la solita bravura dall’ex attore della trilogia del dollaro di Leone e con  un bravissimo Di Caprio (ottimamente truccato) – avrei voluto scrivere eccezionale, ma l’ho visto doppiato (malamente) in italiano.

La trama del film è semplice: Hoover racconta Hoover. A fine carriera, detta  la sua versione, la sua storia americana. Un viaggio avanti e indietro nel tempo. La pellicola ripercorre la creazione del FBI, le inchieste politiche contro il comunismo, l’indagine sul rapimento del figlio del trasvolatore Lindbergh, la lotta alla criminalità. Il tutto condito da intercettazioni a personaggi famosi e ricatti a presidenti degli Stati Uniti. Hoover vuole imporre la sua leggenda, la quale come ogni leggenda è falsa: i fatti sono ben altri, le cose sono andate diversamente, come gli contesta il collaboratore e amante Clyde Tolson (Armie Hammer, truccato malissimo da anziano) alla fine della film in uno dei momenti di maggiore bellezza .

Diversamente dalla pellicola di Ford, qui non vince la leggenda. La morte interrompe il sogno di Hoover, la sua versione viene distrutta dalla fedele segretaria, interpretata da Naomi Watts, così come il suo temutissimo archivio segreto, per evitare che cada nelle mani del presidente Nixon. Sullo sfondo dell’intera vicenda, ma ben presenti, anche gli aspetti più discutibili della vita privata di Hoover: il rapporto schiavistico con la madre (Judi Dench, troppo anziana), la storia d’amore omosessuale con Tolson. Entrambi gli elementi sono raccontati da Eastwood con semplicità ed eleganza, evitando la morbosità e sfiorando la grazia e il pudore. Come quando Hoover piange la madre appena deceduta indossandone il vestito – sobrio richiamo alle tante dicerie sulla tendenza del capo del FBI a vestirsi da donna. Per non parlare del fatto che scambi sentimentali tra i due protagonisti sono rari – qualche mano stretta, un bacio a seguito di una rissa tra i due, un paio di “ti amo” urlati.

Perché al regista americano non interessa raccontare solamente la contradditorierà di Hoover a livello di sfera privata e sessuale: vuole illustarne la contradditorietà a 360°. Il suo lato oscuro, che è  il lato oscuro del potere negli USA. Ambiguo perché è la politica americana ad essere ambigua: è lo stesso Hoover a dire che se le persone, presidenti compresi, sono ricattabili è perché qualcosa di sbagliato l’hanno commesso. Poi vai a capire cosa è sbagliato e cosa no. Forse, sembra suggerire Eastwood, è la politica tout court ad essere ambigua.

In cosa consiste tale ambiguita? Nella necessità di difendere, come fa Hoover, la libertà con ogni mezzo che in apparenza e, spesso, in sostanza tanto liberale non è. Il fine giustifica i mezzi. Ma  questo machiavellismo è tollerabile in uno Stato che si professa democratico? Prove indiziarie, violenza gratuita, spionaggio, intercettazioni, minacce: fino a che punto sono accettabili? Fino a che punto la sicurezza può avere la meglio sul rispetto dell’individuo, della sua autonomia e della sua dignità? Sembrerebbe che Eastwood rifiuti questo scambio: il gioco non può valere la candela. Ma poi  arriva un nuovo personaggio, Richard Nixon, con i suoi metodi e le sue finalità veramente discutibili, paventati dallo stesso Hoover. E, al confronto, questi diventa agli occhi dello spettatore un vero e sano patriota della libertà: o, quantomeno, il male minore. Allora arriviamo ad un paradosso: da una parte la pellicola mostra lo smontaggio della leggenda aurea, che Hoover si voleva costruire, dall’altra però pare voler dire che la leggenda nera di  Hoover tanto nera non era, visto come sono andate le cose – Watergate in primis. Ambiguità su ambiguità su ambiguità. E ritorniamo a Ford: stampa la leggenda. Ma quale leggenda?

P.S Due note critiche. Forse mi sbaglio e non ho capito male, forse la narrazione non era tanto cronologica quanto a tema (non mi pareva), ma Eastwood mostra il famoso discorso di King a Washington, quello dell’I have a dream, dopo l’attentato a Kennedy. In realtà il discorso si tenne nell’agosto del ’63, mentre Kennedy venne assassinato nel novembre dello stesso anno.

Seconda nota critica. Quando gli annunciano la morte di Hoover, Nixon esclama “Gesù Cristo, quel vecchio scassacazzo”. Nella biografia di Nixon, Nixonland di Perlstein (volume fenomenale!), la frase riportata, presa a sua volta da una bio su Hoover e diventa famosa, è “Jesus Christ. That old cocksucker”. Cocksucker significa succhiacazzo o coglione. Che Nixon consideri Hoover un coglione mi pare strano. Visto che le “strane tendenze” di Hoover non erano un mistero, semmai argomento di pettegolezzo, almeno per una persona ben informata come Nixon, è molto probabile che il termine usato dal presidente USA sia succhiacazzo. Adesso non so cosa venga detto nella versione originale della pellicola e, quindi, non so se l’errore sia dello sceneggiatore o del traduttore. Ad ogni modo, scassacazzo è una definizione ancor più improbabile (storicamente e logicamente).

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