La talpa

L’anti James Bond. Riduttivo giudicare in questo modo il film La Talpa, ma è così. Da una parte belle donne a go go, uomini fichissimi e sempre eleganti, inseguimenti, sparatorie, esplosioni, adrenalina, ironia, marchigegni al limiti della fantascienza più spinta, dall’altra lentezza, riflessione, cinismo, persone bruttine e vestite anche in modo sciatto, omosessuali e carte, tante tante tante carte. Il che non vuol dire che La Talpa sia un brutto film. Tutt’altro. La pellicola, tratta dal romanzo Tinker, taylor, soldier, spy di John Le Carre, è da vedere. Assolutamente.

La trama, per sommi capi, è la seguente: c’è una talpa nei servizi segreti inglesi, il mitico MI6, che informa i sovietici. Ma non è facile da provare e da trovare. Il vecchio capo degli 007 di Sua Maestà è stato allontanato perché una sua missione top secret è stata un mega-fallimento:  missione stra top-secret  che aveva come obiettivo individuare il traditore. Con lui se ne va il fidato Smiley, interpretato magistralmente da Gary Oldman. Ma la notizia della talpa giunge ai massimi livelli del governo, che incaricano Smiley, oramai fuori dai giochi, di investigare sui suoi ex colleghi e capire quanto di vero ci sia sull’intera vicenda. Smiley mette in piedi un piccolo team: legge migliaia e migliaia di carte, interroga, indaga, viaggia, fa i collegamenti, ricostruisce da un diverso punto di vista il passato, le cose dette e viste. Non sempre rispetta le regole: di sicuro non rispetta le sensibilità altrui. Gelido e cinico, come pochi. Parco nelle parole e nei gesti. Ma quando lo fa, è tutto un programma. Non è un iceberg, però. Anche lui, come tutti noi, ha un debole. E quel debole gli crea delle difficoltà: si tratta dell’amore per la moglie, che gli ha messo le corna con un collega.

Mi fermo qua. Non voglio svelare altro. Perché il film va gustato. Ne va gustato il realismo. L’intelligence è sì fatta di missioni pericolose, travestimenti, omicidi, sesso e morte – e questi aspetti ci sono nel film, ma non sono l’elemento principale. Ciò che emerge è spesso  un lavoro di carte, di lettura di centinaia di documenti, loro interpretazione. Fogli su fogli su fogli. Pazienza pazienza pazienza. E sagacia. Un lavoro tanto più impressionante specie in un’epoca, come quella raccontata nel film, durante la quale i computer non esistevano.

Vanno gustate le lentezze del film che rendono ancor più emozionanti ed avvincenti i momenti di suspense. Va apprezzato la cura della ricostruzione degli anni ’70: le case, le auto, i vestiti, gli arredamenti, le musiche. Vanno gustati gli attori: quasi tutti bravi. Va gustata la regia di Tomas Alfredson: essenziale, sa giostrare registri diversi, dando risultati soddisfacenti, capace di veicolare emozioni e sensazioni attraverso i gesti e volti dei diversi personaggi più e meglio che attraverso le semplici parole: un mezzo sorriso di Colin Firth all’amico che tradisce; la mano di Gary Oldman che stringe il corrimano della scala quando vede la moglie ritornata a casa. Capolavori.

Come capolavoro è la scena conclusiva con quella pluralità di finali che rimanda ai finali del Padrino 1 2 e 3. E come capolavoro è un altro momento: sto parlando della cena di Natale. Gli agenti e i dipendenti del MI6 festeggiano insieme in ufficio. Un Babbo Natale che indossa la maschera di Lenin sale sul palco dove suona un’orchestra. Intona e fa intonare l’inno sovietico.  Tutti lo cantano: sembrano sovietici, sembrano perfetti comunisti, sembrano tutti sospettabili: tutti potenziali traditori. Mentre risuonano le note dell’inno, Oldman scopre il vero tradimento, quello della moglie con Colin Firth – che poi nasconderà  ben altro tradimento. Nei suoi occhi il dramma di un uomo.

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