Romanzo di una strage

Romanzo, appunto. Questo è il film di Marco Tullio Giordana sulla strage di Piazza Fontana e le sue code, giudiziarie ed omicide (l’assassinio del commissario Calabresi). Un romanzo. Romanzo storico perché racconta il nostro passato. Ma pur sempre romanzo. Una finzione, insomma, che va giudicata come tale. Soprattutto come tale.

E, quindi, una pellicola che, cinematograficamente parlando, si salva fino alla morte di Pinelli, con una tensione sempre costante, con un buon ritmo, belle scene (l’interrogatorio del povero anarchico, il rapporto tra lui e Calabresi, una citazione del Dollaro d’onore di Howard Hawks). Ma dopo, quando inizia ad affrontare il tema delle indagini, dei depistaggi, della campagna contro Calabresi si sfilaccia, perde di vigore narrativo, si complica, si annacqua: non sempre per demeriti suoi, visto che deve ricostruire una materia (quella giudiziaria) non facile, di per sè contorta. Alla fine, si ha l’impressione di incompletezza: alcuni passaggi (come il ruolo dei nazisti veneti) sono affrontati troppo velocemente, altri sottointesi. Per non parlare dei tanti protagonisti, volti pubblici dell’epoca, di cui non si sanno i nomi: chi conosce gli eventi li riconosce, chi ignora il nostro passato è fregato (quanti sanno chi fosse Restivo, Gui, Rumor o Borghese?). Troppi vuoti. E non sto parlando tanto della attività diffamatoria di Lotta Continua contro Calabresi, che viene ripetutamente menzionata nel film: e mi aspettavo di peggio dopo aver letto alcuni quotidiani; invece va bene così, mica era un film su questo tema. Semmai, sto parlando dell’attentato a Calabresi: qualche annotazione in più sulla preparazione, sull’esecuzione, non avrebbe stonato.

Romanzo di una strage manca di epicità, la quale non è sinonimo di retorica. Tutt’altro. Epica può essere anche una narrazione secca. Alla Clint Eastwood, per intenderci. Giordana non riesce ad essere epico. Manca l’occasione di fare un grande affresco su quella stagione, come invece fu, pur con varie lacune, La Meglio Gioventù. Peccato perché il cast non era male: Favino è bravo, impressionante Mastandrea nel ruolo di Calabresi (forse perché non poteva fare il Mastandrea), notevole anche Gifuni come Moro (anche se sembra un po’ troppo calcato).

Detto questo, va chiarito che non possiamo cercare la verità storica definitiva in Romanzo di una strage: non c’è, non può esserci. Diciamo che è accurato storicamente come il JFK di Stone. O come Il Gladiatore di Ridley Scott. Né più né meno. Come può essere storicamente accurato un film in cui vediamo un colonnello dei carabinieri, Pio Alferano, condurre in prima persona indagini e interrogatori, interloquire direttamente con Aldo Moro e, soprattutto, partecipare ad una riunione con i vertici dello Stato subito dopo la bomba in Piazza Fontana – al di là e al di fuori di ogni gerarchia?

A parte questa incongruenza (non l’unica), non regge la spiegazione, avanzata alla fine con la perfetta scena del sogno di Calabresi che dialoga con il prefetto Amato, della duplica bomba a Piazza Fontana: una bomba innocua, anarchica ma anche di destra, e un’altra più potente,  mortale, voluta dai servizi segreti italiani e stranieri. Perché si tende sempre a complicare la realtà, quando è (quasi) assodato la natura di destra (e basta) dell’attentato?

Non regge l’ipotesi di una parte del governo  favorevole ad una svolta autoritaria di cui la bomba (o le bombe) sarebbe stata la giustificazione, costituendo il casus belli. Saragat golpista consapevole? Ma per piacere! Rumor marionetta e golpista inconsapevole? Ma per piacere! Perché imporre un governo semi-dittatoriale se DC, PSDI e compagnia cantando stavano già beati al potere? Per impedire l’avanzata dei comunisti? Ma era ancora di là da venire! Lo stesso discorso vale anche per l’intervento interessato degli americani (e della NATO!?) nella strategia della tensione. Il compromesso storico non era nemmeno all’orizzonte: perché retrodatare la veemente ostilità degli USA nei confronti dell’ultima direzione  politica di Moro alla fine degli anni ’60, quando all’ordine del giorno era il destino finale del fallimentare centro-sinistra? E poi in quegli anni gli americani all’epoca avevano altre questioni da affrontare: il Viet Nam, la Cina, l’Unione Sovietica etc etc etc.

Non regge la figura di Moro: troppo buona, troppo disinteressata. Che poi disinteressato non era. E lo si vede nel film: Moro che dispone di contatti privilegiati con i carabinieri senza alcun rispetto delle gerarchie (era ministro degli Esteri all’epoca, non degli Interni o della Giustizia) per informarsi sulle indagini, che ha un dossier accusatorio della destra estrema e non ne fa nulla se non parlarne con Saragat: l’incontro diventa chiacchierata sui massimi sistemi. Stiamo parlando di Aldo Moro che gestì a modo suo i servizi segreti, imponendo i suoi uomini, come Miceli, più fedeli a lui che alle istituzioni. Come scrisse Giorgio Bocca, criticando l’atteggiamento aperturista del PCI verso il politico democristiano: “Moro che per anni ha coltivato il principio della provvidenzialità della democrazia cristiana, che per anni ha sostenuto che la democrazia cristiana doveva essere anche l’opposizione di se stessa, incomincia a pensare che il solo modo di salvare il partito è di creare le condizioni per cui possa lasciare il governo e passare all’opposizione. Il partito comunista italiano plaude alla teoria di Moro e ne fa l’uomo giusto al posto giusto, il demiurgo, con una leggerezza e una sostanziale mancanza di amore per la democrazia che spaventa. Improvvisamente il partito comunista dimentica che Aldo Moro è stato il più grande corruttore della democrazia italiana, colui che ha osato sostenere davanti al Parlamento riunito che i furti e le malversazioni dei democristiani non sono perseguibili perché la funzione politica della democrazia cristiana li sovrasta e li cancella; colui che ha coperto la corruzione generale, che ha lasciato rubare a man salva i suoi uomini d’affare e gareggiato con Andreotti nel controllo dei servizi segreti, nella politica dei ricatti. Pensare che un uomo simile sia radicalmente cambiato è pura illusione: ma da sempre i comunisti, nella loro deformazione mentale leninistica, sono convinti che qualsiasi cosa agisca a loro favore diventa, per ciò stesso, un’ottima e lodevole cosa”. Profilo che dice molto di Moro (anche se è a tratti moralistico, anche se la primaria intenzione di Moro non era quella di far passare la DC all’opposizione e di favorire la deriva socialdemocratica nel PCI) ma che dice di più sul PCI. Questa è però un’altra storia.

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