Il prete bello

Il prete bello. Romanzo di Goffredo Parise. Capolavoro. Non saprei cos’altro aggiungere. Ogni parola in più non sarebbe sufficiente ad esprimere il mio apprezzamento per questo libro. Meravigliosa scoperta.

M’ero sempre domandato perché l’Italia non fosse stata capace di produrre un suo Celine: se non nello stile (forse irraggiungibile), quantomeno nel contenuto. Mi sbagliavo. Parise, il Parise del Prete bello, ricorda da vicino, molto vicino, Celine. Il Celine di Morte a Credito, l’autobiografia della propria infanzia. E, come nel libro del romanziere francese, protagonista dell’opera dello scrittore veneto è un’infanzia non felice, dura, fatta di piccole speranze, illusioni e delusioni, rancori, cinismi, volgarità, circondata da parenti e altri personaggi non sempre ammirevoli, talvolta dignitosi tal’altra vergognosi.

C’è Don Gastone, il prete bello, aitante, muscoloso, tutto d’un pezzo, fascista convinto e reduce della guerra di Spagna, intorno cui ruotano le vicende del libro; ci sono le donne del caseggiato dove abita il bambino protagonista nonché voce narrante, Sergio: gruppo di vergini non sempre giovanissime, povere ma non belle, che vanno in estasi di fronte a Don Gastone, loro unico faro (specie erotico) della loro spenta vita; ci sono i poverissimi parenti di Sergio; c’è il cavaliere Esposito, fascista ultrà, preoccupato dell’incolumità sessuale delle figlie e orgoglioso del proprio gabinetto, vanto sociale di una meschina esistenza; c’è Fedora, giovane sensualissima, bellissima, femminilissima, che farà perdere la testa a Don Gastone. Ci sono questi e altri personaggi, fenomenalmente descritti da Parise che dosa sapientemente grande comicità, surrealismo, poesia. Ma, poi alla fine dei giochi, a stagliarsi su tutti sono Sergio e il suo amico Cena: giovanissimi poveri in canna che vivono di sotterfugi, piccoli furti, ricatti, menzogne – tutte cose innocue finché rimangono nella sfera della fanciullezza, ma quando entrano a contatto con le passioni dei grandi diventano tragiche.

Mi fermo qua. Ho detto troppo o troppo poco. Di sicuro ho detto male. E quindi lascio la parola allo stesso Parise. Ecco alcuni brani del romanzo che ne evidenziano la bellezza, dello stile e del contenuto.

“Il cav. Esposito possedeva due beni, ché tali si possono chiamare, tanto in senso spirituale che materiale, a cui teneva molto più che alle figlie, ai baffi e al cavalierato. Due beni che riassumevano tutti i suoi principi e credenze, e quanto al secondo non aveva tutti i torti tenendo conto che le esigenze corporali vanno in ogni caso rispettate; due beni che riassumevano e puntualizzavano ogni ragione storica, politica, sociale, e religiosa che s’agitavano e rimescolavano di continuo nella sua coscienza. Questi beni erano il Duce e il gabinetto”.

“Solo un veneto sa chiedere: ‘Don Gastone ha l’amante?’ in tono di affermazione e di rapimento insieme. Il bisbiglio, in questa curiosa regione dove stravaganti palazzi si ergono a formare una città al centro delle campagne, è antico, connaturato, raffinato dal tempo, postillato di una quantità di aggiunte non pronunciate ma che si esprimono con un doloroso giro dell’occhio, sì che la palpebra tremi e si afflosci sotto il peso di un peccato che non si vuol dire, con una piega delle sopracciglia che, lenta, si dirige verso il basso, un tremolio del labbro e del mento; nato prima dei vescovi conti che governavano la città, ma giunto alla quintessenza della mimica e del linguaggio muto grazie alla guida capace degli abati e dei parroci nei confessionali e nelle stanze da letto delle signore. Assunto così a valore di linguaggio esso, mobile, terribile e serpentino, simile a una sottile e affilata lama invisibile, taglia i panni di dosso nel punto in cui questi panni si sostengono, recide il filo di quel bottone segreto e lascia di colpo nudi i peccatori, al ludibrio, con la sola mano in luogo della foglia”.

“Guardava e pregava anche per avere una vita migliore in questo mondo e in mezzo agli uomini più grandi e più fortunati di lui e proprio mentre stava passando in rassegna tutte queste cose sulla sua nuova bicicletta, questa si alzò, e Cena, rifiuto di riformatorio, ladro e miserabile a dodici anni, abbandonò con essa le strade di questa terra”.

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