Il giardino dei Finzi-Contini

Tutto d’un fiato. Bassani, tutto d’un fiato.

Raramente mi capita di divorare un libro in un sol boccone: ed è sempre una sensazione unica. A memoria mi vengono in mente Guareschi, La versione di Barney di Richler, Il sergente della neve di Rigoni Stern, ma anche i Montalbano di Camilleri e, persino, il Da Vinci di Dan Brown (incredibile a dirsi!). E adesso Il giardino dei Finzi-Contini di Giorgio Bassani.

La storia, per sommi capi, m’era già nota. Avevo infatti visto diverse volte l’omonimo film di De Sica, ma sempre a spizzichi e bocconi. Sapevo come andava a finire… triste fine. Nonostante ciò, o forse proprio per questo, volevo leggere la vicenda di questo giovane ferrarese, ebreo della media borghesia, e della sua storia d’amore e d’amicizia con Micòl e Alberto Finzi-Contini e la loro famiglia di ricchissimi proprietari terrieri – sempre ebrei.

Che meraviglia di romanzo! Dall’inizio, dall’escursione al cimitero etrusco di Cerveteri, apparentemente fuorviante ma totalmente azzeccata, alla fine, al notarile resoconto del tragico destino dei protagonisti della storia: sono innumerevoli le pagine da ricordare. E utilizzo il termine ricordare appropriatamente. Perché è il ricordo, e tutte le sensazioni ad esso legate (la malinconia, la tristezza, la felicità) e tra loro talvolta in contraddizione, a rappresentare la chiave di lettura, di interpretazione del romanzo, giocato tutto sul passato: sulla forza e la certezza del passato, che diventa faro e guida dell’io narrante e di Micòl, contro l’insondabilità del futuro, foriero di nefasti avvenimenti. E anche perché “ricordo” trova, etimologicamente ragionando, la sua fonte dal termine “cuore” (dal latino cor, cordis): l’io narrante riporta alla luce il proprio passato in maniera niente affatta cerebrale, ma coll’anima (lo so, è un’espressione orribile): non so come spiegarmi, ma è il cuore a dettargli il racconto ed è sempre il cuore a (com)muovermi alla lettura.

Ad ogni modo, dicevamo che le scene da ricordare sono innumerevoli. E penso alle cerimonie in sinagoga, alle partite a tennis, alle camminate nel magnifico giardino, ma sarebbe più appropriato chiamarlo parco, dei Finzi-Contini, al primo vero scambio di battute tra Micòl e il protagonista giovanissimi, alle discussioni tra l’io narrante, Alberto Finzi-Contini e il comune amico Malnate. Penso alla lettura degli scrutini. Pagina forse non tra le più significative del romanzo. Ma il ricordo di Bassani  diventa il mio di ricordo: la sua esperienza è la mia esperienza. Il suo passato è il mio passato.  E i tempi di quando frequentavo il liceo classico a Villa Sora non sono così lontani:

Per noi allievi interni, soprattutto se promossi, non c’erano forse giorni più belli. Come se, d’un tratto, rimpiangessimo i tempi appena appena finiti delle lezioni e dei compiti, per darci convegno non trovavamo per solito luogo migliore dell’atrio dell’istituto. Si indugiava nell’androne vasto, fresco e semibuio come una cripta, assiepandoci davanti ai grandi fogli bianchi degli scrutini finali, affascinati dai nostri nomi e da quelli dei nostri compagni, che a leggerli così, trascritti in bella calligrafia ed esposti sottovetro di là da una leggera grata di fil di ferro, non finivano mai di stupirci.  Era bello non aver più niente da temere dalla scuola, bello poter uscire di lì a poco nella luce limpida e azzurra delle dieci di mattina, ammiccante, laggiù attraverso la postierla d’ingresso, bello avere dinanzi a sé lunghe ore d’ozio e di libertà da spendere come meglio ci fosse piaciuto.

Commovente la relazione tra Micòl e l’io narrante. Costellata da occasioni mancate, sprecate e fraintese, non si trasformerà in amore (anche se la giustificazione del mancato innamoramento che adduce Micol lascia un po’ a desiderare, unica pecca di un romanzo perfetto) ma finirà per diventare eterno rimpianto.

Infine volte, nel corso dell’inverno, della primavera e dell’estate che seguirono, tornai indietro a ciò che tra Micòl e me era accaduto (o meglio non accaduto) dentro la carrozza prediletta dal vecchio Perotti. Se quel pomeriggio di pioggia nel quale era terminata d’un tratto la luminosa estate di San Martino del ’38 io fossi riuscito perlomeno a parlarle – mi dicevo con amarezza -, forse le cose, tra noi, sarebbero poi andate diversamente da come erano andate. Parlarle, baciarla: era allora, quando tutto era ancora possibile – non cessavo di ripetermi -, che avrei dovuto farlo! E dimenticavo di chiedermi l’essenziale: se in quel momento supremo, unico, irrevocabile – un momento che, forse, aveva deciso della mia e della sua vita -, io fossi stato davvero in grado di tentare un gesto, una parola qualsiasi.

Altrettanto commovente è il rapporto tra l’io narrante e il genitore, tipico rapporto conflittuale (a parole, ovviamente) padre-figlio, che si rinsalda nel momento più destabilizzante della loro vita: il figlio scopre di non essere corrisposto da Micòl, il padre, fascista convinto, tocca con mano e sulla propria pelle la devastazione derivata dall’introduzione delle leggi razziali. Si sfogano (il padre convince il figlio a lasciare stare la storia d’amore e di ritornare sulla via della concretezza) e… E’ l’io narrante a parlare: “Mi levai, mi chinai su di lui per baciarlo, ma il bacio che ci scambiammo si trasformò in un abbraccio lungo, silenzioso, tenerissimo”.

Da queste parole e dalle altre frasi citate precedentemente, infine, è evidente la poeticità di Bassani. Quando ricorda o crea i discorsi indiretti, un flusso senza freni, liberatorio, sapientemente costruito, cattedrale di stile architettonicamente perfetta, ma totalmente realistica, naturalissima, lo scrittore ferrarese è unico – forse Philip Roth gli si avvicina. Non c’è che da togliersi il cappello. Come di fronte a questa pagina, sintesi essenziale del fascino del romanzo e di questo mio modesto commento:

Certo è che, quasi presaga della prossima morte, sua e di tutti i suoi, Micòl ripeteva di continuo anche a Malnate che a lei, del suo futuro democratico e sociale, non gliene importava nulla, che il futuro, in sé, lei lo aborriva, ad esso preferendo di gran lunga <<le vierge, le vivace et le bel aujourd’hui>>, e il passato, ancor di più, il caro, il dolce, il pio passato.
E siccome queste, lo so, non erano che parole, le solite parole ingannevoli e disperate che soltanto un vero bacio avrebbe potuto impedirle di proferire: di esse, appunto, e non di altre, sia suggellato qui quel poco che il cuore ha saputo ricordare.

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