Prometheus

La prima parte è un vero e proprio capolavoro  cinematografico di fantascienza. Cioè fino alla scena che vede l’androide Fassbender rimanere  estasiato mentre ammira la mappa cosmica nella sala della nave degli alieni. Fino a quella scena Prometheus è un capolavoro. Senza se e senza ma. Poi svacca. Come se dopo quella scena, di massima poesia, il regista Ridley Scott abbia perso energia e si sia lasciato andare, senza avere più la forza o la voglia di controllare quello che stava dirigendo.

Intendiamoci: non è che la seconda parte del film sia indecente. Tutt’altro. Ma è troppo frenetica, troppo concitata. Mentre la prima, pur con diverse lacune, aveva un ampio respiro, la seconda è affannata: un po’ troppo tirata. Si ha la sensazione che  in fase di montaggio il regista inglese sia stato costretto ad amputare la pellicola: amputazioni presenti anche nella prima parte, ripetiamo, ma che diventano evidenti  e gravi nella seconda. Se il film fosse durato due ore in più, sarebbe stato meglio. La psicologia dei personaggi sarebbe stata approfondita meglio, gli scontri sarebbero stati più epici.

Peccato! Perché la storia è consistente, succosa. Dei ricercatori scoprono che diverse civiltà dell’antichità riportano su monumenti o grotte la medesima immagine: una figura umana gigante che indica dei pianeti. Si pensa che sia una mappa. Assoldati da una società impegnata nell’esplorazione spaziale, viaggiano nel cosmo alla scoperta del pianeta da cui dovrebbero provenire questi umanoidi, che i ricercatori ritengono essere i nostri creatori (“ingegneri” li chiamano). L’equipaggio che li accompagna è eterogeneo: la comandate, una gelida e rigida (ma non frigida) Charlize Theron. Il vice, interpretato da Idris Elba, molto più umano. Poi l’androide Fassbender: fan del Lawrence D’Arabia cinematografico, risulterà un vero e proprio genio del male.

I nostri atterrano su un pianeta che vede la presenza di questi umanoidi, seppure sotto forma di cadaveri. Sono comunque felici: “non siamo soli nell’universo!” Indagano, ma alla fine scoprono di trovarsi su una base militare dove venivano preparati e raccolti virus letali, che possono mutarsi in mostruose creature. L’obiettivo degli umanoidi era di utilizzare queste armi contro il nemico. Il quale si scopre essere proprio l’uomo. Insomma, dopo averci creati, questi ingegneri vogliono distruggerci. Perché? E’ la domanda che si pone la ricercatrice, interpretata dalla Rapace: donna al cui confronto Rambo è una mezza sega. Eh sì, perché la nostra eroina sopravvive alla morte del compagno, all’estrazione dal proprio ventre di una delle succitate creature e alla lotta con alcune di esse, allo scontro con gli “ingegneri” superstiti, alle astuzie di Fassbender, ad una serie di esplosioni devastanti, alla morte di quasi tutto l’equipaggio. E, dopo tutto questo amba aradam, ha ancora l’energia per volare (non da sola) verso il pianeta d’origine degli “ingegneri” e per tentare di trovare una risposta a quel “Perché?”, mentre alle proprie spalle lascia un… Alien.

E poi? E poi  ci sarà un sequel. Speriamo allora che Ridley Scott (non proprio giovanissimo) possa darci un film migliore: con le stesse magnifiche scene di Prometheus (omaggi a Kubrick di 2001: Odissea nello Spazio più che evidenti), con la stessa tensione, ma che sia più omogeneo, più arioso. Se, invece di limitarsi alle due ore, Scott volesse arrivare alle quattro, di sicuro io non protesterei. Anzi.

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