Alberto Moravia e io

Una veloce considerazione su uno dei più celebri scrittori italiani del secolo scorso. Moravia, il guru, il maitre-a-penser, l’intellettuale di sinistra per eccellenza (insieme a Pasolini), il best seller. Tanto elogiato, tanto amato in vita. Ma adesso? Qualcuno lo legge ancora? Per andare controcorrente, per remare contro le mode imperanti, ne ho riscoperto l’opera negli ultimi anni, anni di presunto oblio nei confronti dello scrittore romano.

Il giudizio che ne do è ovviamente parziale – ma esistono giudizi imparziali? – perché di Moravia ho letto attualmente solo tre libri: Gli indifferenti, Agostino e Il conformista (il più bello dei tre). Che dire? Quando descrive ambienti e illustra azioni, quando dà il via libera al racconto, beh, è scrittore di assoluto livello. Basti pensare alle mattine al mare di Agostino, alle feste di ballo degli Indifferenti, alla Parigi degli anni ’30 del Conformista. E poi gli interni delle case romane. Pagine di ottima letteratura italiana. Anche nel maneggiare l’intreccio della trama, nei ricami che ne ricava, Moravia ci sa fare: storie ben costruite, per nulla confuse, senza troppi ghirighori, con colpi di scena credibili. Bravo nei dialoghi. Non sempre però il risultato finale è eccelso. E’ il caso di Agostino: dal punto di vista formale la vicenda di questo ragazzo è levigata nel modo giusto, ma poi, andando al succo del discorso, poca roba, sciapa, quasi insulsa. “Tutto qua”, ti viene da dire dopo aver letto la fine,  il fallimento di Agostino nell’entrare nel bordello.

Il vero problema di Moravia è però un altro. Quando filosofeggia o, meglio, quando psicologizza i personaggi, fallisce. E miseramente. Quando pontifica sui moti dell’animo delle sue creature, quando ne fa risaltare i vizi e le debolezze (tante) o le virtù e i punti di forza (pochi), è di una superficialità disarmante. Didascalico. Con riflessioni da terza media. Alquanto confuse. Ed è pure pure ripetitivo. Negli Indifferenti per spiegare l’insulsaggine dei protagonisti, per risaltare la loro indifferenza, Moravia utilizza un centinaio di volte (forse esagero, ma non tanto), l’attributo indifferente. Indifferente di qua, indifferente di là, indifferente di giù, indifferente di su… non c’è pagina (o quasi) del romanzo dove tale termine non compaia. E lo stesso avviene nel  Il conformista. Forse memore dell’esperienza avuta con il romanzo d’esordio, questa volta Moravia non si prodiga a ripetere ad nauseam la parola conformista. Ma, ogni tre per due, specie all’inizio, perché dalla seconda metà del libro le cose migliorano e di molto, ogni tre per due, dicevo, Moravia non fa altro che spiegare a iosa la volontà del protagonista di vivere secondo le regole, come tutti, di essere nella norma. Lo scrive una volta: e va bene. Due: e passi. Ma alla terza viene voglia di dire: a Moravia!!!! ho capito che il protagonista è un conformista!

A parte questi difetti, Moravia è grande nel far risaltare la pochezza della vita delle persone, la loro meschinità, l’ipocrisia che li guida, l’incapacità o l’impossibilità di cambiare. Da leggere.

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