Corporale

Ma che ci frega dell’Arcobaleno della gravità di Thomas Pynchon, noi abbiamo Corporale di Paolo Volponi.

Eh sì, in fatto di illegibilità il romanzo dello scrittore marchigiano non sfigura nel confronto con il libro di Pynchon. Mi spiego e mi confesso. Approcciai dieci anni fa il monumentale Arcobaleno della gravità: lessi circa 100 pagine, alcune delle quali affascinanti, capendoci poco o nulla. L’abbandonai. Senza mai più riaprirlo. Feci mia una delle regole per la lettura indicate (se non mi sbaglio) da Pennac: se un libro fa schifo, il lettore ha tutto il diritto di non finirlo.  Ecco: un’opera altrettanto indigesta è proprio Corporale, il cui unico pregio rispetto al libro dello scrittore americano è di essere più breve – anche se parliamo sempre di cinquecento pagine (tascabile, edizioni Einaudi). Questa volta però non mi sono arreso: sono riuscito a terminarlo. Ma che fatica! E che delusione: perché di Volponi avevo già letto Memoriale e m’era piaciuto moltissimo.

La trama sarebbe pure interessante, tra le più interessanti ed originali tra i vari romanzi “alti” del ‘900 italiano. Il protagonista è Gerolamo Aspri: insegnante, ex dirigente d’azienda ed ex comunista, sposato con due figli, è  in vacanza sulla riviera marchigiana. E’ perennemente arrapato, ma non sempre è corrisposto. Finite le vacanze, ritorna a casa, a Varese, lascia la famiglia e l’insegnamento e intraprende la carriera criminale sotto il falso di nome di Joaquin Murieta (che, in verità, era un bandito messicano o cileno): prostituzione, droga e altri affari illeciti. L’attività procede tra alti e bassi fino ad interrompersi quando Aspri viene informato della morte per annegamento del figlio. Va (leggermente) fuori di testa. Si trasferisce ad Urbino, riprendendo la carriera di insegnante. Ma il suo obiettivo è un altro: costruirsi un rifugio atomico nella campagna marchigiana, ossessionato come è da una prossima esplosione nucleare.

E pure il personaggio di Aspri sarebbe interessante. Alla costante, disperata ricerca di un senso alla propria vita. La famiglia non gli basta: verso i figli nutre un affetto freddo, che si riscalda solo con la morte del maschietto;  con la moglie c’è solo del sesso, freddo anch’esso, come dimostrano i tanti tradimenti messi in atto. La stessa ingordigia sessuale, che nel romanzo ha occasione di esplodere diverse volte, raramente si accompagna a vero innamoramento. E, quando ci si avvicina, Aspri poi arretra e lascia perdere. I rapporti  con amici, conoscenti ed estimatori sono sempre conflittuali. La sua esistenza è costellata di tante cose iniziate e mai finite. Come se fosse incapace di portare termine alcunché. Così avviene per l’esperienza criminale: si impegna, e a fondo, ma poi, di fronte al primo serio ostacolo, demorde e abbandona tutto. E così avviene per la costruzione del rifugio atomico, che non terminerà.

Aspri non è soddisfatto del mondo che lo circonda, delle sue regole e dei suoi limiti strutturali. Li vorrebbe superare. Da qui lo spirito oggettivamente nichilista che lo muove. Fa a meno delle convenzioni (morali ed etiche) e delle leggi, distruggendo ogni rapporto familiare e diventando un criminale senza scrupoli. Prova a fare a meno della stessa umanità, già a suo dire sull’orlo del suicidio atomico: altro significato non ha il rifugio, che assurge a luogo prescelto per fuggire dal mondo. In nuce ci ho visto certi brigatisti rossi: nemici del mondo capitalista, lo vogliono distruggere, riscuotendo la simpatia di quei borghesi che vorrebbero eliminare. Nel suo piccolo Aspri fa lo stesso. Non ha lasciato anche lui il partito comunista? Non si scaglia anche lui contro uno dei capisaldi delle istituzioni borghesi, la famiglia? Non diventa anche lui un criminale, violando le leggi (borghesi) ma facendo leva sulla complicità di certi borghesi? Non arriva alla distruzione del prossimo, come fecero i brigatisti, perché ci penserà la bomba atomica a sterminare l’umanità.

Un bel personaggio, quindi. Intrigante. Peccato che si fa un’enorme fatica a conoscerlo. Nel senso che, come si è detto, il romanzo è illeggibile. Lo stile di Volponi è spesso astratto e sfocia nell’astruseria assoluta. Metafore senza senso. Sproloqui esistenzialistici inconcludenti. Descrizioni oniriche noiose: sembrano sogni frutto di una cattiva digestione.  Talvolta l’autore mette insieme parole solo perché hanno suoni simili. Per non parlare delle falle della trama: i passaggi temporali non sono spiegati. Le variazioni di luogo neppure. In questo marasma di idee, parole, avvenimenti la logica va a farsi benedire. Gli altri personaggi sono piatti, senza spessore. Sembrano tutti uguali. Da non dimenticare l’ultimo capitolo con quella lentissima e interminabile e pallosissima degenza in ospedale. Volponi gioca chiaramente con il testo: ma è un gioco di cui solo lui conosce le regole.

Non mancano i momenti felici. Il romanziere marchigiano ha talento e si vede. Ma le pagine riuscite sono poche, troppo poche. Come quando descrive le esplosioni di violenza di Aspri. O come questa descrizione di una sezione comunista:

“Era l’ora poco dopo la cena e tutti quelli che si sottraevano al telegiornale e al carosello, e stavano in quell’aria di magazzino, uniti intorno alle bandiere. Un’altra ora mediocre, ma di quale stupenda attesa. Io conoscevo tutto, una per una le corde di paglia delle sedie o gli alberi marcati sul compensato dello schienale, una per una le cicche, uno per uno i libri, le sgualciture, le rilegature, le macchie. Conoscevo lo sguardo di Lenin, la piega del suo colletto, il sorriso di Togliatti, la titubanza del suo collo. Amavo tutto, le bandiere, le scrivanie, il rumore dei cassetti: come ero stato bravo lì in mezzo, sicuro e contento di me: avevo tutto insieme con gli altri…”.

Oppure quest’altra pagina – a parlare è Aspri/Murieta: “Sono ormai un solitario, però non ho ancora nostalgia della inutilità. Ho pochi sentimenti, certamente meno che risentimenti. Ho solo parole e rabbia”. Fin qui tutto bene. Subito dopo, però, ecco emergere il Volponi tendenza astruseria: “L’ho imparato dietro qualche valzer sulla sponda del fiume, quando dovevo rimanere al di là della siepe. Ma adesso so reggere la realtà. Non sono un socialista che si mette a succhiare il dito. So reggere alla paura di essere solo e anche all’incombenza dell’amministrazione”.

Moravia ha scritto che “Corporale è un recupero quasi impressionistico del magma in cui si muove l’uomo che non riesce ad avere rapporti con il mondo, e qui viene fuori la qualità straordinaria di Volponi come scrittore…”. Vero, verissimo: il magma c’è, l’incapacità dell’uomo a relazionarsi con la realtà circostante idem. Ma c’è modo e modo per raccontarlo. Tanto valeva mettere insieme 100 pagine (al massimo!) di dialoghi surreali e descrizioni fantasiose, mera accozzaglia di parole, e si sarebbe ottenuto lo stesso scopo. Senza eccessivo spreco di tempo da parte del lettore.

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