Telepatia musicale

Sull’importanza storica nella musica jazz del secondo quintetto di Miles Davis, quello con Herbie Hancock, Wayne Shorter, Ron Carter e Tony Williams, non ci sono dubbi. Gli effetti della loro musica, ribattezzata freebop, si possono ascoltare ancora oggi. Non c’è jazzista degli ultimi quarantacinque anni che non si sia ispirato o non si ispiri, più o meno pesantemente, al loro modo di suonare, di comporre, di intendere la musica di gruppo. Gli esempi di questa influenza sono auto-evidenti. Il più eclatante è Wynton Marsalis. Nei primissimi anni ’80 il trombettista irrompe sulla scena musicale prendendo a piene mani dal repertorio di quel gruppo. Ne ospita alcuni membri nei primi album da solista. Va in tournee insieme a loro. Attraverso Marsalis, il suo talento e il suo magistero la musica del quintetto trova un megafono formidabile.  Si sprecano gli omaggi, le citazioni, le cover. Tutte cose note, risapute, dette e scritte centinaia di volte da persone più adatte del sottoscritto, assolutamente ignorante dal punto di vista musicale. Perché allora ripetersi?

Per fare un mea culpa. Devo ammetterlo: pur riconoscendo l’impatto devastante determinato dal secondo magico quintetto di Davis, non ne ero stato mai un grande fan. Non consideravo gli album facili da ascoltare: molto cerebrali (come ammise lo stesso trombettista di colore), con melodie riconoscibili solo all’inizio per poi perdersi in astratti assoli, con variazioni di ritmo imprevedibili, sincopate, quasi schizofreniche. Mi costringevano a diversi ascolti, che però non mi facevano cambiare opinione. Erano lavori lontani anni luce dall’eleganza, dalla cristallina perfezione, dalla riconoscibile forza e dal blues del primo quintetto e del sestetto di Davis, quello con Coltrane e Adderley, per intenderci. Lontani anche dagli album “elettronici” del trombettista di colore, che meglio si sposavano con la mia passione per soul, funky e rock. Lontani anche dai coevi album solisti dei diversi musicisti della band: cerebrali ma più ascoltabili, meno astratti, più bop e meno free.

Tanto è vero che gli album che mi piacevano di più del secondo quintetto  erano i primi, specie E.S.P. e, seppur  in modo minore, Miles smiles: ossia quelli più vicini al vecchio modo di suonare di Miles. Gli altri, come Nefertiti o Sorcerer, li avrei ascoltati con interesse, ma non con partecipazione, trovando serie difficoltà a seguire  i sempre più cervellotici percorsi musicali dei brani in essi contenuti.

Eppure la differenza tra i lavori del quintetto e quelli coevi dei singoli membri e, in modo particolare, le diverse versioni di uno stesso brano m’avrebbero dovuto far intuire la grandezza della band dell’autore di Kind of Blue.  L’album e il brano suonati da Davis & Co. sono molto più rivoluzionari: più liberi, rompono veramente gli schemi. Lo stesso modo di suonare cambia. Insieme a Miles, Hancock e Shorter osano di più. Imparano cose nuove e modificano il proprio stile. Basti prendere l’evoluzione di Shorter: partito come talentuoso epigono di Coltrane, in compagnia di Miles affina il suo stile, lo leviga, lo sgrassa, lo perfeziona, acquisendo una voce tutta sua, diventando uno dei sassofonisti più originali della storia del jazz.

Poi, non so come, non so perché, ho avuto l’illuminazione. Ascoltando forse con più attenzione Miles smiles, ho capito di trovarmi di fronte non ad un album decente ma ad un capolavoro assoluto del jazz di sempre. I primi due brani mi lasciano senza fiato.

Orbits, pura furia.

E poi, Circle, lirismo puro che non sfigura di fronte a Blue in green, con uno degli assoli più belli della carriera di Hancock.

Senza dimenticare Footprints, che sarebbe diventato uno dei cavalli di battaglia del gruppo, è stato però la cover di Freedom Jazz Dance a lasciarmi senza parola. Puro freebop funky. Miles è in forma – ma in tutti gli album del quintetto suona divinamente -, Shorter idem. Ma è Tony Williams a stupirmi. Fu lui a mettere veramente il pepe al culo (scusate l’espressione non proprio elegante) al quintetto: una versione “schizzata” e futurista del modo di suonare del grande Philly Joe Jones: capace di dare il ritmo alla band, sganciando in modo assolutamente libero vere e proprie bombe acustiche. Uno stile di non facilissimo ascolto, impressionante perché proveniente da un ventenne, epperò non era la mia tazza di tè. Ebbene, in Freedom Jazz Dance Williams abbandona la sua caratteristica frenesia e, in modo quasi solenne, funkeggia, anticipando l’aggressività e la solidità del suo periodo jazz-rock.

La (ri)scoperta della bellezza di Miles smiles mi ha spinto a riascoltare anche le opere successive: vere e proprie gemme. Nefertiti con il bellissimo ed omonimo brano, oppure Sorcerer con Masqualero. Per non parlare di Paraphernalia, presente in Miles in the sky: un eccezionale pezzo che dimostra tutta la sapienza e l’originalità di Shorter come compositore (e una special guest del calibro di George Benson).

 

Infine la conferma definitiva della superiorità del quintetto: le esibizioni live. Non c’è gara. E’ sufficiente ascoltare  Live in Europe 1967: The Bootleg Series Vol. 1. E’ un triplo cd (con in aggiunta un dvd). Sono registrazioni di concerti tenutisi in giro per il Vecchio Continente: puro afrodisiaco. E’ dal vivo che si capisce veramente la grandezza della band. Footprints, Masqualero, No Blues, Agitation, Round Midnight: brani nuovi e vecchi standard  suonati sempre (sempre!) in maniera innovativa ed originale, versioni mai uguali tra di loro. Sono incredibili gli assoli di Shorter, più scatenato e libero che mai, o di Hancock, che dà sfogo al suo talento, illuminato da soul e dal funky o da un lirismo alla  Bill Evans. Questo Live in Europe 1967 è una dimostrazione all’ennesima potenza della filosofia di Miles Davis, che esortava sempre i suoi musicisti a suonare quello che non c’è, a non fermarsi al già noto. Ogni sera Davis, Hancock, Shorter, Williams e Carter non si ripetono, ma creano sempre musica nuova. Sul momento. Telepaticamente. Insomma: jazz. Immenso jazz.

Tag: , , , , ,

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...


%d blogger cliccano Mi Piace per questo: