Flight

E poi si esce dal cinema con le seguenti sensazioni. Primo: una gran voglia di bere superalcolici e birra. Secondo: provare la cocaina per superare una sbornia colossale.  Queste le cose che ti rimangono subito in mente e in corpo dopo aver visto Flight, l’ultima fatica attoriale di Denzel Washington diretta da Robert Zemeckis.

La trama è abbastanza semplice. Denzel è un pilota di aerei. E’ alcolizzato cronico e usa stupefacenti. Non ha una vita privata solida: divorziato dalla moglie, il figlio non lo stima. Ma sul lavoro ci sa fare. Quanto meno nel momento del pericolo. Lo prova durante un volo. E’ salito a bordo alticcio. Ma, quando l’aereo sta precipitando per un  guasto tecnico, riesce a salvare la baracca (volante): su oltre 100 persone ne moriranno solo una mezza dozzina. Ha evitato una tragedia. Un eroe, quindi. Beh, non proprio.

Dopo ogni tragedia aerea parte un’indagine delle autorità competenti. Esse vogliono capire come siano andati i fatti. Così la compagnia aerea. E così l’azienda che ha costruito il velivolo. Ed emergono le magagne per Denzel. Si scopre che dalle sue analisi del sangue, eseguite in ospedale dopo l’incidente, erano presenti enormi tracce di alcol e di stupefacenti. Il nostro eroe sa di non avere la coscienza a posto. Ma non fa atto di pentimento, privato e pubblico. Prova a smettere di bere. Ma non ci riesce. E, quindi, giù con l’alcol. E con le droghe, in questo aiutato dallo spacciatore di fiducia (un macchiettistico John Goodman). Denzel rifiuta poi l’aiuto e l’amore di un ragazza tossicomane che aveva incontrato in ospedale, un’affascinantissima Kelly Reilly.

Il sindacato piloti e il loro avvocato, un bravo Don Cheadle, provano a salvare il culo al pilota, che però non collabora. Dopo enorme fatica si sottopone ad un periodo di astinenza alcolica. Ma la notte prima dell’udienza, nella scena più bella del film, di fronte al frigo-bar dell’albergo, dove provava a riposarsi, Denzel cede nuovamente al richiamo di vodka & Co.

Il finale è scontato e alquanto banalotto, con implicito pistolotto moralistico. Perché alla fine dei giochi la pellicola non è un film sui disastri aerei, ma sul disastro che può arrecare a se stessi e agli altri una vita sregolata fatta di eccessi, senza valori, dove Dio è assente, ma sono ben presenti sesso, droga e alcol. Flight è una pellicola che vuole dire agli spettatori che scorciatoie per ritornare sulla retta vita non ci sono: niente inganni. Bisogna pentirsi per redimersi. Per capire chi si è veramente. Proprio sulla domanda “chi sono io?” si chiude questo modesto film.

Modesto, sì. Il tono moralisticheggiante, che pervade l’intera storia, senza – per fortuna  – esplicitarsi in monologhi o omelie del genere, alla lunga infastidisce e danneggia anche il racconto. Perché la prima parte, fino all’incidente, è grande cinema. La costruzione del personaggio di Denzel è perfetta.  Il disastro aereo, poi, è tensione allo stato puro: si rimane letteralmente incollati alla sedia. Dopo tutto ciò, però, ci si annoia nel seguire le peripezie con le bottiglie e le strisce di coca del nostro pilota. Il ritmo rallenta mostruosamente. E la tensione scompare, a parte la scena della notte prima dell’udienza con Denzel tentato dagli alcolici del frigo-bar. Il finale è deludente: non solo per la conclusione in sè, ma anche per come viene sviluppata: troppo frettolosa. Questo perché, ripetiamoci, l’interesse della storia non verte sulla vicenda del disastro o sul relativo processo, ma sull’eventuale redenzione del protagonista.

Peccato. Peccato perché la partenza era stata con il botto. Peccato perché la prova di Denzel Washington è notevole (e lo dico io cui gli ubriachi al cinema non sono mai piaciuti): il due volte premio Oscar si dimostra ancora una volta un attore versatilissimo, che può intepretare qualsiasi ruolo, risultando sempre convincente. Peccato anche perché la colonna sonora (funky, soul, blues, rock) è di grandissimo livello.

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