The Last Stand

“I’m baaaaaack!”, urlava Arnold Schwarzenegger in The Expendables 2. E’ definitivamente tornato, il nostro austriaco naturalizzato USA preferito. The Last Stand è infatti la prima pellicola che lo vede protagonista assoluto dalla fine dell’incarico come deludente governatore della California.

Arnie è uno sceriffo di un piccolo paese dell’Arizona al confine con il Messico. Ex agente della narcotici di Los Angeles, stanco della corruzione e colpito dalla morte dei suoi colleghi, ha lasciato la città degli angeli per rifugiarsi in culo al mondo e vivere una vita più tranquilla. Un personaggio molto simile a quello che aveva interpretato nell’immortale Codice Magnum.

Ma, come i rapporti e gli interessi mafiosi, tantissimi e vastissimi, impedivano a Michael Corleone di lasciare definitivamente l’attività criminale (sempre che l’avesse mai voluto veramente), lo tiravano indietro verso il male e lo costringevano ad essere, sempre e ovunque e comunque, il padrino, così il senso della legge, dell’onore e della giustizia spingono lo sceriffo Arnold ad affrontare un pericolosissimo trafficante di droga fuggito al FBI (misera figura!) e la sua banda di preparatissimi kiler, che si dirigono in Messico. Avrebbe potuto girare la testa da un’altra parte, come gli suggeriva un suo aiutante. Ma lui è Arnold: e sia mai che interpreti un vigliacco sullo schermo.

Non che non abbia paura. Tutt’altro. E lo confessa ad una sua vicesceriffa. Ma è uno sporco lavoro e qualcuno lo deve pure fare. Non è da solo, però. Anche se i suoi sostenitori non è che siano delle cime. Un vicesceriffo è morto durante uno scontro a fuoco con i killer. L’aiutante donna non s’è mai trovata in situazioni del genere. L’altro vicesceriffo, quello che consigliava di far passare il narcotrafficante, non è evidentemente un cuor di leone, per di più sovrappeso. Poca roba e di non grandissima qualità.

Arnold è quindi costretto a reclutare due ragazzi del luogo: un ex soldato americano finito in galera per ubriachezza molesta, la cui vita personale è andata alquanto a ramengo, specie dopo la rottura con la vicesceriffa; e uno strampalato collezionista, la cui passione principale sono le armi, tanto da aprire un derelitto museo dedicato ad esse, che diventerà l’armeria dell’improvvisato gruppo di tutori dell’ordine. Ovviamente  ogni riferimento al John Wayne di Un dollaro d’onore e alla sua raccogliticcia banda di uomini e donne difensori della legge e dell’ordine (un ubriacone, un vecchio sciancato, un giovinastro, una ballerina e una coppia di mingherlini messicani proprietari della locanda di turno) è puramente voluto.

Dopo numerose peripezie, diverse ferite da arma da fuoco o da arma bianca, i nostri riusciranno a vincere, impedendo al criminale di scappare in Messico. Lo cattureranno e lo consegneranno ai federali.

Il film diverte. Arnie è bravissimo nel prendersi per i fondelli: è riflessivo, è invecchiato, è lento, s’è imbolsito. Ma ci gioca sopra sapientemente. Certo, quando deve picchiare di brutto, sparare con il fucile a pompa, con la mitragliatrice o la pistola, non è secondo a nessuno. Ma sente il peso degli anni e lo testimonia apertamente. Durante una scena, per scappare da un cecchino, entra in un ristorante sfondando la porta. Si rialza ammaccato e molto lentamente. I presenti gli chiedono come senta. Lui risponde, affaticato: “Vecchio”. E poi c’è una scena, una chicca. Siamo nell’armeria-museo: i nostri paladini devono prendere le armi. Il vicesceriffo panzone prende una spada lunghissima (Schwarzy lo critica: “ma mica andiamo alle crociate) e si mette in posa di tre quarti. E’ l’immagine del Conan interpretato dallo stesso attore d’origine austriaca.

The Last Stand è un classico action movie dal modesto budget con tutte le controindicazioni del caso: sparatorie esagerate, inseguimenti ai limiti della fantascienza (a proposito: la super auto che il trafficante guida per andare in Messico non ha problemi di consumo di benzina?), ferite da cui sgorgano ettolitri di sangue senza che nessuno ne risenta più di tanto. Non sempre le trovate comiche sono riuscite. Ad esempio: la figura dell’appassionato di armi che diventa vicesceriffo talvolta cade nel ridicolo. Nel complesso, però, il pubblico in sala (forse di bocca buona) s’è divertito molto, lasciandosi andare a diversi applausi.

In fin dei conti, ci troviamo di fronte ad un buon inizio di seconda carriera cinematografica per Schwarzenegger. Speriamo però che gli altri film, diversamente da questo (purtroppo), abbiano più successo. Abbiamo infatti ancora bisogno di eroi. Anche se invecchiati.

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