Lincoln

“Io sono il Presidente e ho un potere immenso. Trovatemi quei voti…” Abramo Lincoln è incazzato: i due terzi dei voti necessari per far passare il XIII emendamento, quello che abolisce la schiavitù, non si trovano. Lui e i suoi stanno provando di tutto: ricatti, lusinghe, compravendita di voti, corruzione. Ma i deputati, specie i rivali democratici, fanno fatica a convincersi. Perché sono razzisti. O perché ritengono una pacificazione con il Sud con annessa fine della guerra di secessione il vero obiettivo da perseguire, che invece la liberazione costituzionale degli uomini di colore allontanerebbe. Lincoln non demorde, però. Vuole quei voti. Costi quel che costi.

Il film di Steven Spielberg è la storia di quella storica votazione. Gloriosa battaglia politica e di civiltà sullo sfondo delle terrificanti battaglie militari. Un inno all’arte del compromesso. Alla politica  che, se punta a nobili traguardi, non è da buttare. Insomma, ogni mezzo (o quasi) è lecito se il fine lo giustifica. Lecito quindi non dire la verità al Parlamento e all’opinione pubblica. Lecito corrompere per avere i voti necessari. Lecito fare il doppio gioco con gli amici di una vita. Lincoln ne è consapevole. Varca i limiti della decenza e, perché no, della legalità, per far affermare un più alto livello di decenza e di legalità. Compie il male per fare il bene (dei neri). Perché stupirsi? Se si è disposti a fare la guerra, senza quartiere, per salvare l’unità della nazione, cosa potrà mai essere qualche voto comprato per imporre l’uguaglianza tra bianchi e i neri di fronte alla legge ?

Spielberg costruisce un film arioso pur essendo claustrofobico nelle sue ambientazioni: le vicende si svolgono prevalentemente nelle aule parlamentari, negli uffici dei deputati, nelle stamberghe degli uomini preposti alla corruzione, nelle stanze della Casa Bianca. Arioso per i temi affrontati e per i dialoghi creati. Arioso nella recitazione  Grandissima prova degli attori . Dalla sempre bravissima Sally Field nei panni della moglie del Presidente al meraviglioso  Tommy Lee Jones nel ruolo del deputato radicale Thaddeus Stevens ad un sorprendente David Strathairn che interpreta il Segretario di Stato William Seward. Senza dimenticare, ovviamente, il più bravo di tutti, Daniel Day Lewis, che dà corpo, anima e voce al Presidente americano.

Il Lincoln di Day Lewis (doppiato egregiamente da Pier Francesco Favino) emerge come una grande figura tragica, dotato di un carisma unico nel suo genere. Una personalità ricchissima e affascinante nei suoi pregi e nei suoi difetti: logorroico, furbo, comprensivo, tenero padre, marito paziente, tenace e scaltro politico, con un afflato spirituale ed umanitario unico nel su genere. One of another kind, capace (ma con quanto sforzo e quanto penare e quanto soffrire) di portare sulle proprie spalle una nazione in guerra, di sopportare il massacro dei propri concittadini, di tirare avanti dopo la morte de figlio, di combattere (verbalmente) con i propri familiari (la moglie sul limitare della follia, il figlio maggiorenne desiderio di indipendenza), di gestire e guidare il gruppo di collaboratori dalle fortissime personalità (Team of rivals dal titolo del libro che ha ispirato Spielberg). Tutto questo, e altro, per la salvezza della Patria.

Una grande prova d’attore, senza dubbio – anche se, in qualche caso, Day Lewis rischia la leziosità e la caricatura. Ma un grande film? Sono perplesso. La regia di Spielberg è essenziale, senza ghirigori, quasi spersonalizzata. Sembra un film diretto da Clint Eastwood per quanto è poco retorico – e, vista la materia da trattare, la retorica era dietro l’angolo. Come se Spielberg avesse voluto far risaltare non il suo talento ma solo quello degli attori.

Il regista mescola sapientemente tono serio e comico. Pur essendo un film dialogato, ai limiti della rappresentazione teatrale (e alcuni momenti sono costruiti come se ci si trovasse in teatro), non annoia: certo, è lento e lungo, ma stiamo parlando della storia di una votazione. Inoltre, sono diverse le scene memorabili. Come l’inizio con i soldati neri che raccontano ad un Lincoln ripreso di spalle le proprie avventure belliche. Oppure l’incontro tra il generale Grant e la delegazione del governo confederato, inviata alla ricerca di un accordo. O la descrizione dell’attesa della votazione e la comunicazione del risultato che avviene, per Lincoln e per noi spettatori, attraverso il suono delle campane.  Eppure, nonostante tutto ciò, il film è freddo. La mia è una sensazione più che una vera e propria riflessione. A pelle, direi che Lincoln non emoziona. Non fa palpitare. Forse perché avrei voluto vedere qualche scontro in più o qualche riferimento agli altri due assi (John Ford in “I cavalieri del Nord Ovest) militari, William Sherman e Philip Sheridan.  Un bel compitino, ma niente di più.

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