Quell’orbo di D’Annunzio

“Leggilo, leggilo. Leggi il Notturno di D’Annunzio”. Per anni questo consiglio letterario m’ha perseguitato. Mi si diceva: “E’ un D’Annunzio diverso, non retorico, intimista, debole, epigrafico, per nulla roboante”. Alla fine l’ho letto, questo Notturno. Una mezza delusione.

L’ultima volta che avevo aperto un libro di D’Annunzio sarà stato un dieci anni fa. Avevo quasi letto tutti i suoi principali romanzi e, chi più chi meno, m’erano piaciuti. Il Notturno, no. Forse sono passate così tante letture che mi hanno portato mille miglia lontano dal mondo di sentire e di scrivere dell’artista abruzzese. Sarà. Cosa non ho gradito di questo resoconto personale, composto dal poeta soldato nel suo periodo di degenza per guarire da una ferita di guerra all’occhio? Diverse cose.

Non è vero che non è retorico. E’ retoricissimo. Come se D’Annunzio, anche nella situazione più anti-dannunziana possibile, ossia steso su letto, cieco, lontano dalla vita vissuta (donne guerre onori), non fosse capace di fare a meno del suo stile retorico. O, forse, come se non ne potesse fare a meno: per esigenze di mercato (il pubblico voleva D’Annunzio che dannunziava) o, che so, perché solo con la retorica poteva riempire il vuoto che sentiva dentro di sè mentre giaceva infermo sul letto.

Quando racconta minuziosamente il dramma della ferita, la lunga guarigione, il tormento indicibile che gli procura l’occhio leso, l’impossibilità di muoversi e di vivere, D’Annunzio affascina. Quando si sofferma sulla malattia della madre o sul rapporto con la figlia che si prende cura di lui, commuove. Quando descrive i funerali degli amici morti e il dolore che prova, è efficace. Quando sembra riflettere sulla vanità della vita, della sua vita, sembra effettivamente un D’Annunzio diverso: e lo dimostra lo stile lapidario, apparentemente essenziale ma pur sempre immaginifico, con cui mette in mostra questa sua condizione di impotente, di persona amareggiata e ferita, nel fisico e nello spirito, dal momento che gli sono venute a mancare persone care. Tra le tante pagine, di seguito un esempio di questo “nuovo” D’Annunzio:

La vita s’aggruma, s’accaglia come il sangue che non scorre più. E’ un orribile peso.
Nel primo sgomento ho la tentazione di scuotermi, di sobbalzare, di agitarmi per impedire che il peso precipiti tutto in punto, che prema tutto sul lato sinistro del petto.
E’ come se, dall’altra parte del cuore, contro il costato, si formasse e si maturasse in pochi attimi uno di quei tumori mostruosi che si nutrono e crescono in anni di tormento.
Resto immobile. Odo il ticchettìo dell’orologio, che ora sembra un tarlo nel mio orecchio, ora lontano come il tremito di una stella.
L’occhio è senza fuochi. Solo, di tratto in tratto, si forma l’anello fluttante che galleggia e dilegua a occidente.
Lo spirito è colpito dalla stessa immobilità che tiene le ossa. Ogni moto della vita eterna è abolito. Ho interamente perduto la forza di muovere e rimuovere le grandi masse incoerenti di sostanza lirica ond’è formata la mia malinconia.

Non male, indubbiamente. Epperò, c’è sempre, in questa ma soprattutto in altre parti, la sensazione che D’Annunzio, come è nella sua natura, calchi la mano: che cerchi sempre l’effetto. A discapito della sincerità dei sentimenti, risultando quindi falso o, peggio, vacuo. Pur nella sofferenza, continua a fare sfoggio del suo indubbio talento: e il bello stile fa aggio o rovina anche quelle impressioni più personali, anche i momenti di debolezza o di scoramento o di pena. Prendiamo un altro ricordo:

Ecco che io sono all’inizio del dissolvimento.
Sono pieno di sostanze che si disgregano e di succhi che fermentano. Odo in me gorgògli  che udii già nell’alta notte vegliando le salme tra le corone funeriarie.
E io vivo tutto maravigliosamente. Il mio spirito è il cristallo di tutti i misteri. L’immenso fluttuo lirico della creazione lo attraversa per salire dalle radici del mondo al triplice solco della mia fronte d’uomo.

Non basta.

Sono la mia cenere e sono la mia fenice. Sono opaco e risfolgoro.

Sopravvivo al rogo, ebro di immortalità.

E  ancora: ecco come descrive il canto degli uccelli e la pioggia che l’interrompe.

Tutto riarde. L’alba non ha più rugiade ma faville.
Ecco che incomincia il mattutino degli uccelli.
Da principio è come un cigolìo di tizzi verdi.
Il fuoco s’appiglia, si dilata, divampa.
Il fuoco trilla, cinguetta, garrisce.
Distinguo nel coro acceso un altro suono.
Il suono estraneo cresce di forza. Il canto sembra che ceda.
Indovino la pioggia.
La pioggia scroscia sul canto come sopra un incendio basso di sermenti.
Il canto si divide in strette lingue di fiamma.
A poco a poco la pioggia l’opprime, lo fiacca, lo spegne.
Lo scroscio eguale lo domina.
La Notte ritorna; poggia i gomiti sulla lettiera; si pone su la bocca il suo dito nero, e mi fissa.

Questi esempi possono dare un ‘idea dello stile telegrafico ma lirico del Notturno di D’Annunzio. Il quale risulta veramente bravo con le parole. E appunto scrittore di parole lo definiva, demolendolo, Pirandello, contrapponendogli il Verga, giudicato invece scrittore di cose.

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